ARCHIVIO - A... A... BBRONZATISSIMI? NO, GRAZIE!

VITTORIO MESSORI

A... A... BBRONZATISSIMI? NO, GRAZIE!


Che fa la gente in vacanza? Innanzitutto, si preoccupa di acquisirne il «segno»: l'abbronzatura.



La quale - sono cose note - fu sempre il marchio del lavoratore manuale, mentre si è ora rovesciata nello «status symbol» del benestante.


Ed è inspiegabile, davvero, la stoica pazienza di chi sta immobile per ore sotto il dardeggiare del sole per brunire ogni centimetro di pelle.


Spettacolo, ormai, talmente consueto che ci sembra normale: mentre, normale, non lo è per niente. In effetti, questa nostra è la prima e sola cultura che metta l'abbronzatura tra i valori appetibili, anzi socialmente quasi obbligatori.



Dai tempi della Grecia e di Roma, sino agli anni dopo la prima guerra mondiale, chi si fosse esposto alla sferza solare non costrettovi dalla necessità avrebbe ricevuto il trattamento riservato ai malati di mente.


Ancor oggi, nei Paesi che hanno conservato qualcosa della cultura tradizionale, chi deve stare al sole si copre il più possibile, come testimoniano le genti del deserto, specialiste in questo genere di cose.



Colpa di presunti tabù moralistici che impedirebbero di scoprirsi?


Ma poche società amarono la nudità e la praticarono anche in pubblico come quella classica.


Eppure, in latino "abbronzato" si traduce con un termine significativo, che rimanda a una malattia: «infectus».



E "abbronzatura" risponde al nome di «adustio», termine di patologia medica anch'esso, significando "ustione", "scottatura".


 
Fonte: La sfida della fede (Ed. Sugarco)

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