AL MARE C'È UN POPOLO DI TATUATI

MARCELLO VENEZIANI

AL MARE C'È UN POPOLO DI TATUATI


Mai come quest'estate vedo al mare sequele di corpi tatuati coi loro arabeschi su cosce, polpacci, caviglie, braccia e fondoschiena. Più degli anni precedenti. Alcuni tatuaggi sono ammiccanti, copertine che annunciano contenuti erotici; altri sono esotici, atletici o solo simbolici. Fingono estro ma esprimono serialità. Menti assai semplici abitano pelli contorte; forme di barocco epidermico e anche epidemico, visto il contagio. Ragazze, ragazzi e qualche quarantenne con la loro carne da parati si oppongono alla razza residua degli abbronzati col loro lucido ducotone.


I corpi dei tatuati sono più loquaci dei portatori, raccontano la voglia di entrare nel mito, di fare dei corpi la loro opera d'arte, il loro manifesto e il loro biglietto da visita. Affrescati come cappelle, scolpiti come statue semoventi, non sono persone ma installazioni. Alcuni hanno arazzi invasivi che ricordano le tele dei cuntastorie, coprono il loro corpo ma sembra che il murales continui la narrazione sul corpo dell'amico accanto, come in un dittico. Le loro pance sono touch screen damascati, l'ombelico è la presa per lo spinotto.


Vorrei conoscere i cantieri dove vengono allestiti questi carri allegorici un tempo persone; o i forni, le stalle dove si marchiano a fuoco queste mandrie di figuranti con la loro fastosa tappezzeria. A vederli distesi hai l'impressione che siano caduti in guerra, una guerra contro ignoti, sfigurati da mine e sfregiati da baionette. Una guerra incruenta, per fortuna, ma che li ha segnati. Giacciono come rotoli del mar morto. M.V.


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