LIBRI - AMOR FATI

MARCELLO VENEZIANI

MARCELLO VENEZIANI

Amor Fati (Mondadori, 2010)


«Nel senso corrente, il destino è pensato come un crudele gendarme che strappa alla vita e inchioda a una sorte. In realtà il destino radica l'essere nell'avvenire, dà senso all'accadere, connette l'esistenza a un disegno e a una persistenza.

Essere è avere un destino.» Oggi viviamo in un deserto di senso gremito di accessori. Abbiamo tutto, meno il senso della vita

. E per la prima volta avvertiamo un cortocircuito di spazio e tempo, che produce insieme sradicamento, cioè perdita irreparabile di un luogo percepito come casa e rifugio, e «attimismo», cioè scomparsa del passato e del futuro nel gorgo del presente.

Liberarci dal destino non ci ha restituito la libertà e il senno, ci ha lasciati in balìa del caso, un tiranno ancor più cieco e più folle. Salvo poi attaccarci alla superstizione dei segni zodiacali, degli oroscopi e della scaramanzia, per conferire un ordito all'esistenza. È possibile oggi ripensare il destino per riconoscere un disegno intelligente alla vita al di fuori dei determinismi sempre più invadenti della scienza? Marcello Veneziani affronta il tema del destino spostando la chiave di lettura «ad altezza d'uomo» e passando dal fato in sé - entità metafisica e solenne - ai suoi amanti, ovvero a chi davanti al tramonto di storia, fede e pensiero non finge che nulla sia accaduto, non vuol tornare indietro e nemmeno si congratula per la liberazione avvenuta, ma riparte dal pensiero in relazione alla realtà e alla presente tabula rasa.

Un tentativo di superare Nietzsche e il nichilismo, riallacciandosi ai classici e alla tradizione neoplatonica, fino a Simone Weil e a María Zambrano. Amor fati è così l'antidoto al fatalismo contemporaneo che giudica senza scampo l'avvenire; è accogliere l'essere nel suo accadere, è il pensiero in cui collimano la libertà e il destino. Sul piano pratico è accettare la vita, i propri limiti e le proprie responsabilità, non distruggersi per essere altro e altrove, è amore metafisico per la realtà. In un'epoca fondata sull' agito ergo sum , Amor fati è la serenità degli inquieti.

“Cos’è allora questo riconoscimento del limite, questo esporsi a ciò che ci trascende e da noi non dipende, questa accettazione piena e consapevole di vita ma anche di pensiero, del nostro situarci in un orizzonte? È Amor fati. Amare la realtà per quel che è, amare l’avvenire per quel che sarà, come si accoglie il passato da cui discendiamo, in cui sono custodite le tracce e le memorie che ci costituiscono al mondo. Lasciar essere le cose, gli altri, la vita, il cosmo; riconoscere il mondo, e accettare la destinazione. Amor fati”.

Amor fati è quasi un ossimoro. Perché l’amore è inquietudine, ricerca dell’altro, tensione inesausta a completarsi e raggiungere una perfezione sempre negata o rinviata, mai interamente e stabilmente posseduta. L’amore è eccedenza e carenza di sé che spingono verso l’altro per colmarsi e riversarsi. Platonicamente Eros è mosso da mancanza e sovrabbondanza, povertà di stato ed esuberanza di energie; sono questi i moventi dell’inquietudine. Sorge l’amore perché ci manca qualcosa e qualcuno per compierci, ma anche perché abbiamo impellenza di versare la vita che trabocca dal corpo e dall’anima nostra su qualcosa e qualcuno che riteniamo insostituibile”.

“Chi nega il destino perché carcere del libero arbitrio nega lo sguardo alla sorgente e alla foce del suo esistere, vive solo di effetti incompiuti. Se solo vi ponesse attenzione, vedrebbe che le chiavi dell’esistenza non sono né in lui né in altri uomini. Non possiamo impedirci di nascere e di morire, né di essere quel che siamo”.

“Un desiderio di morte, la morte obliata e rimossa, sembra diffondersi nella società che si nega al destino. Un desiderio che erompe nei suicidi e nelle mille dissipazioni in cui si disfa la vita; ma trapela anche da fughe e silenzi che sottraggono alla quotidianità, pur costituendone l’essenza. Si avverte il bisogno dell’impatto con il suolo, dello schianto, dopo tanto orbitare e precipitare nel vuoto. Nel desiderio velato di morire affiora il bisogno di dare un esito all’inconcludenza dei giorni e alla labilità delle scelte


. Si è disposti a riammettere perfino la morte nei propri orizzonti pur di avere una destinazione finale, toccare una conclusione e attingere a una trascendenza”.


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