RECENSIONI - 'Le VITE DEGLI ALTRI' E 'LA CADUTA'

Maurizio Blondet per effedieffe (dall'archivio)

Ringrazio il lettore (non ne ritrovo la mail) che mi ha suggerito di andare a vedere «Le vite degli altri»; l'ho visto - con imperdonabile ritardo - e lo segnalo ai lettori come visione necessaria. La storia si svolge a Berlino Est nel 1984, e racconta l'intercettazione «totale» a cui la Stasi sottopone l'appartamento di un drammaturgo di successo, Dreymann, che ha una relazione con l'attrice di successo Christa-Maria Sieland.
Ciò perché il ministro della Cultura s'è incapricciato della bella donna, e vuole qualunque prova per liberare il campo dallo scrittore e rivale.


Dell'intercettazione è incaricato il capitano della Stasi Gerd Wiesel, freddo inquisitore professionale, spione ligio al partito.
Egli ascolta per notti e giorni ogni parola, sospiro e fremito che proviene dall'appartamento, infarcito di «cimici».
Nei due osservati scopre qualcosa - sia la vitalità, la bellezza, la loro cultura o il loro amore - che cambierà profondamente la sua natura di persecutore, gli farà scoprire un mondo che, alla fine, vorrà salvare nelle due vite degli spiati.
Non ci riuscirà, o non del tutto: l'epilogo sarà tragico.
La Stasi è una macchina fatta apposta per spezzare le vite e le dignità, e una volta in moto non può essere fermata.
Il lettore mi chiedeva un commento.

Non sono in grado di darlo, non sono un critico.
Ritengo solo «necessario» che i lettori giovani, quelli che non hanno visto coi loro occhi quei regimi, vedano il film per vedere «da dove veniamo» come europei.
I metodi d'interrogatorio.
La catalogazione scientifica dei «tipi umani» sottoposti ad indagine, e di come spezzarli facendo leva sul loro specifico carattere, una vera tecnologia dell'umiliazione.
La cura con cui il bravo agente della Stasi, dopo aver tenuto seduto l'interrogato («Mani sotto le cosce, palme in giù, prego») per decine di ore, quando il relitto umano viene portato via, raccoglie il fondo in stoffa della sedia e lo chiude in un flacone vuoto: «Conservare sempre l'odore degli interrogati, per i cani».
Tutto ciò è spaventoso.
Ed è stato reale.
Lo squallore di quelle vie senza insegne, l'illuminazione scarsa, l'aspetto misero e frusto di ogni oggetto; il grigiore dovunque come una polvere sottile.
Il monocromo grigio degli interni comunisti, non solo gli uffici ma le abitazioni stesse dei nomenklaturisti; quell'arredamento casuale e dozzinale che dice ogni istante: non sono cose tue, le hai solo in uso per il momento, possiamo toglierti anche queste.

La solitudine senza speranza che è anche del poliziotto la cui unica vita è il suo «lavoro» omicida.
L'umiliazione della donna che viene presa sessualmente dal ministro nell'auto del partito dai finestrini oscurati, e che si lava poi sotto la doccia, sporcata nell'anima, colpevole di ciò che ha subìto.
Tutto questo io l'ho visto (in Romania, Polonia, Serbia), e i giovani devono vederlo.
E' Orwell allo stato visivo.
L'anno della vicenda, «1984», allude alla distopia orwelliana.
La vicenda d'amore è puro «1984» di Orwell: i due amanti sono troppo sicuri della forza del loro amore, credono che basti a sfidare il sistema; il sistema li distruggerà; sa scientificamente come fare.
L'una denuncerà l'altro.
Non è un commento, è impossibile: bisogna solo vedere.
Io, qui, rileverò solo il rigore asciutto delle immagini e della storia, quasi insopportabile.
E la bravura dell'attore che incarna l'agente della Stasi: taciturno fino al mutismo, il suo viso che passa dalla scrupolosità professionale alla coscienza umana vale, da solo, il biglietto.
Nemmeno so come si chiama, questo attore, perché gli attori tedeschi, chi li conosce?
Ma si deve notare come un segno di speranza che esiste (o torna) una cinematografia di lingua tedesca di un livello altissimo.

Penso all'altro film, austriaco, «Der Untergang» («La Caduta»), che narra le ultime ore nel bunker di Hitler: spero che nessuno dei miei lettori l'abbia perso.
I due film sono accomunati da un elemento assoluto: dire la verità, anche se intollerabile. Raccontare ciò che accadde, esattamente come accadde, senza darne giudizio, anche se non si può sopportare.
In «Untergang», la sola decisione di raccontare come la signora Goebbels avvelenò i suoi sette bambini, uno per uno col cianuro, perché «senza il Reich il futuro non c'è», è evidentemente rivoltante e scandalosa.
Eppure avvenne, e bisogna raccontarla.
Bisogna farla vedere.
Nella lunga scena, m'aspettavo che il pubblico si alzasse e se ne andasse rivoltato.
Non è stato così.
Benchè intollerabile, nella sua lucidità assoluta, era l'acme della tragedia - nel senso greco del termine.
E le ultime ore del Reich furono questo: la tragedia greca fece irruzione nel nostro tempo.
Quella signora Goebbels, fredda, luttuosa nel suo abito da pomeriggio e col filo di perle, che si accascia muta dietro la porta dove sono i suoi bambini morti, è intollerabile - eppure è così che è andata.
La scena insopportabile alla vista produce lo stesso effetto della tragedia greca: l'atto orrendo è troppo grande, non si può giudicare; non si può che restare sgomenti in silenzio, davanti a quella donna di ferro.
Chinare il capo davanti all'enigma luttuoso di questa Ecuba in filo di perle.


Per questo saluto il ritorno del grande cinema tedesco, e vi vedo un segno di speranza.
Perché l'Europa ha bisogno - estremo bisogno - di smettere di prendere ipocritamente le distanze dalle ideologie che l'hanno travolta, e di condannare anche gli uomini che l'hanno provocata, distinguendoli dalle loro vittime presunte innocenti.
Come lo scopo della tragedia greca era di placare le passioni di parte nella pietà comune, così anche quei film ci riescono, e magistralmente.
«Untergang» per il Reich, «Le vite degli altri» per il comunismo della Stasi.
La decisione eroica di «dire la verità» proprio come avvenne, senza sorvolare sull'intollerabile,  senza distrazioni spettacolari, porta a questo esito inatteso: vedere che i carnefici sono anch'essi nella macchina triturante che applicano alle loro vittime.
E che alcuni vi stanno con più dignità di altri, e solo questo li salva davanti alla storia.
Voglio dire: abbiate orrore di madame Goebbels, o di Hitler che nell'esiguo cortile decora i quattordicenni difensori del bunker, o dei generali e delle SS che si sparano alla testa, disciplinatamente come samurai, per non cadere vivi in mano ai russi, ma una cosa sarete forzati ad ammettere: che ci credevano.
Che alla loro fede, per quanto sviata e terribile, hanno dato tutto.
Che quella fede o ideologia li aveva resi di ferro.
Che società si sarebbe potuto costruire, con simili duri caratteri, con tali abnegazioni!
Lo stesso si finirà per dire del capitano Gerd Wiesel.
Inquisitore senza un barlume di pietà, ma - terribile a dirsi - retto nel suo spaventoso mestiere di torturatore psichico.
Onesto; e quando non crederà più, avrà il coraggio di rovinare se stesso per salvare le sue vittime.
All'altezza della tragedia, come lo è stata madame Goebbels.

Questo dire la verità indicibile mostra che i peggiori non sono «quelli che ci credono» fino all'omicidio e al suicidio, ma gli altri: i mediocri carrieristi, i piccoli lussuriosi.
Sono loro che danno alla macchina omicida la sua costanza e insensibilità; sono i loro moventi bassi a perpetuarla.
La verità raccontata punto per punto ci dirà che fra quelli finiti a Norimberga, nel rogo di benzina o sotto processo anti-comunista, potevano esserci vere umanità.
In «Untergang», è straordinaria la figura di Speer: ogni volta che appare nelle stanze soffocanti del bunker, la sua sola presenza ispira amicizia, affidabilità, generosa lealtà, e rasserena tutti.
E questa è la verità, Albert Speer era così.
E così anche nel capitano della Stasi scopriamo la silenziosa umanità.
Nel film circola uno spartito, una musica, «la canzone della buona gente».
Straordinariamente, si scopre che la buona gente c'era nel Reich e nel comunismo, ai livelli della responsabilità massima.
Abbiamo bisogno di verità.

La libertà che ci viene vietata: «discutere» quelle ideologie come «nostre».
Perché sono state nostre, non possiamo chiamarcene fuori; e se furono tragici errori, sono «nostri» errori, di noi europei.
Errori o seduzioni fatali della cultura europea, non «contro» la cultura.
Una cultura estranea ci ingiunge a condannare il nazismo e il fascismo senza esame; e ora (molto meno) il sistema sovietico, al punto che i comunisti di ieri sembra che non lo siano mai stati, e fanno carriera.
Bisogna avere il coraggio di ribellarsi alle ingiunzioni della nuova psico-polizia.
Non per giustificare il nazismo o il comunismo, non si tratta affatto di questo, ma per chinare il capo davanti ai «nostri» morti, di una parte o dell'altra.
In modo che possano essere placati, come Antigone placò le anime dei fratelli nemici della città gettando su di loro il pugno di polvere, la simbolica sepoltura.
Perché senza verità, l'Europa muore.
L'Europa è nata con le idee (con Socrate) e l'attuale assenza di idee, voluta come un allegro destino perché le idee sono pericolose, segna la sua fine.
Una fine indegna, per privazione di prospettive, che nasce dalla menzogna per cui le ideologie-sistema non erano «nostre».
Questo crea l'angolo cieco nella nostra coscienza e, quindi, nelle nostre menti.

Senza dire la verità, senza appropriarsi delle idee «vietate», non è più possibile nemmeno l'arte: e infatti l'Europa muore in sterilità artistica irreversibile, affidata a manager e a burocrati senza visione.
L'Europa non può esistere senza visione, senza Weltanschauung, e le ideologie condannate erano visioni.
L'alternativa non può essere l'attuale istupidimento di massa, in cui ci lasciamo estinguere beatamente a forza di TV e di gestione-risorse.
Per questo siamo contenti che esista ancora un cinema tedesco, non più romantico ed espressionista, ma di intollerabile lucidità.
E non chiedetemi perché: fate il confronto con il cinema di cui siamo sudditi, il profluvio americano.
Questa cinematografia - che non fu sempre pessima - ma oggi è basata sulla menzogna almeno quanto il «realismo socialista»; questo «irrealismo capitalista» che ci vende sogni per compensare - oniricamente, illusoriamente - le fami che il sistema di mercato non placa.
L'americano è timoroso, impotente, oppresso dal bisogno, debole, e si identifica con gli invulnerabili di fantasia, gli Schwarzenegger e il Die Hard del momento, in un'ora e mezzo di sogni prodotti in serie, con effetti speciali al computer.
E più il regime liberista si fa devastatore e menzognero, più gli effetti speciali sono clamorosi, più gli «eroi» di carta scampano a spropositate esplosioni, invincibili, senza un graffio o un segno di fatica....
Ciò non è degno dell'uomo europeo, che comincia con Socrate ed Eschilo.
Degna di lui è la tragedia.
Dire la verità significa scuotersi dalla menzogna che ci avvolge, il nuovo sistema senza ideologia, che non si svolge al livello greco della tragedia, ma a quello della cronaca (nera) prosastica, gestionale, economica.
Ricordare che se le figure da tragedia si sono uccise o sono state giustiziate, non siamo fuori pericolo: restano fra noi i mediocri carrieristi, i piccoli venduti al politicamente corretto del momento.
E sono loro che infaticabilmente ci sottraggono pezzo per pezzo libertà, dignità.

Non c'è più Hitler, ma siamo sicuri che Mastella non sia peggio?
Che Vincenzo Visco sia migliore di Speer?
O Emilio Fede meno pericoloso del capitano Wiesler, agente Stasi?




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