Tre ipotesi su Nigel Farage.

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Nigel Farage lascia la guida dello Ukip e “si riprende la sua vita“, ...........


mentre il referendum popolare sul Brexit, che non è vincolante, prefigura almeno due anni di pesanti trattative per definire le modalità di uscita del Regno Unito dalla UE. Sulle dimissioni di Farage ci sono almeno tre possibili interpretazioni diverse. Una si può leggere su questo blog, una è quella di Antonio Rinaldi, l’altra è quella di Alessandro Gilioli.

  1. La prima è che, similarmente a quanto è avvenuto in Grecia subito dopo la vittoria del no alle politiche di austerity, sappia che in qualche modo l’uscita sarà resa impossibile, perché i cosiddetti poteri forti già lavorano per ribaltare il risultato [leggere: “Anche Farage lascia“, su Byoblu]
  2. La seconda è che Farage voglia mettere a capo delle negoziazioni per il Brexit qualcuno che abbia un’immagine meno intransigente della sua, per facilitare le trattative [leggere: “Ecco perché Johnson e Farage hanno passato la mano” su ScenariEconomici]
  3. La terza è che Farage fugga in maniera vile dalle sue responsabilità, ovvero dopo aver distrutto, non abbia intenzione di partecipare alla necessaria e conseguente fase costruttiva [leggere: “Dopo che il cane è morto” su PiovonoRane]


Anche Farage lascia dopo la vittoria. Come Varoufakis! - http://www.byoblu.com


Anche Farage lascia, come Varoufakis: all’apice del successo antieuropeista, e pochi giorni dopo la frase del presidente storico di Goldman Sachs: “Questo risultato va ribaltato, in qualunque modo”.

Grecia: un referendum completamente ignorato


Ve lo ricorderete il caso greco? Prima, nel 2011, ebbero l’ardire di minacciare un referendum sulla permanenza nell’euro. La Commissione Trilaterale glielo impedì, rovesciando due governi in meno meno di 48 ore, quello italiano e quello greco, e piazzando due suoi membri: Mario Monti a Roma e Lucas Papademos ad Atene. Risultato: niente referendum.


Quando poi li fecero votare, i greci vollero fare un altro referendum, questa volta per decidere se accettare le norme di austerità o se rispedirle al mittente, cioè la Troika. I greci votarono per rispedirle al mittente. Quella notte successe una cosa incredibile: anziché festeggiare, nella sede di Syriza accadde di tutto. Nonostante la vittoria, Varoufakis, il ministro dell’economia greco che si era intestato le battaglie contro la Troika, diede inspiegabilmente le dimissioni.



Tsipras ignorò completamente la volontà del popolo greco, espressa nero su bianco attraverso la consultazione popolare e che rappresentava la sua più grande vittoria politica, e accettò comunque il memorandum di intese con la Troika. La realtà venne fuori solo dopo. A raccontarla lo stesso Varoufakis, che il 16 settembre 2015, in un’intervista al Corriere, disse: «Tsipras venne minacciato di un’espulsione così violenta [ndr: dalla UE] che la parte debole della popolazione avrebbe sofferto in modo indicibile.


Quindi capisco come e perché Tsipras è arrivato a scegliere il Memorandum. Ma non sono d’accordo».


Varoufakis se la prese anche con Renzi, che giudicò complice del colpo di Stato contro la Grecia, e rivolgendosi a lui (che precedentemente si era lasciato sfuggire un “Anche ‘sto Varoufakis se lo semo tolti”), disse: “No, quello di cui ti sei liberato, partecipando a quell’ignobile colpo di stato contro Alexis Tsipras e contro la democrazia greca lo scorso luglio, è stata la tua integrità come democratico europeo. Forse anche la tua stessa anima“.


Del resto, i metodi della Troika erano noti. La testimonianza del ministro greco Manitakis per le riforme amministrative, in carica fino al 2013, era stata disgustante: il direttore del Fondo Monetario Internazionale del tempo, Paul Thomsen, incaricato di negoziare per conto della Troika, ricattò il ministro. “Voleva paura e sottomissione, vendetta e umiliazione“. E non bisogna dimenticare la telefonata di Obama a Tsipras.


Il risultato fu che la Grecia rinnegò il referendum che aveva appena tenuto e fece il contrario, piegandosi alle logiche di Bruxelles e dei grandi investitori internazionali, che la volevano nella UE. Perché deve essere chiaro che ogni referendum in materia europea, sia che si occupi dell’accettazione delle misure di austerità, sia che si occupi dell’uscita dalla moneta unica, è sempre un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea, perché il progetto dell’Unione Europea, voluto da pochi senza tenere in considerazione la volontà dei molti, è quello realizzare gli Stati Uniti d’Europa, o uno stato pan-germanico come lo definiscono alcuni (data l’evidente dominanza di Berlino), per cui le politiche di austerità e la moneta unica sono metodi di governo, tali per cui, come viene sottolineato spesso dai signore della UE, “sono irreversibili” (qui Mario Draghi a Bruxelles).



La lunga storia dei referendum ribaltati dall’Unione Europea, contro il volere dei cittadini


Del resto, se l’integrazione politica UE non fosse irreversibile, la volontà dei popoli sarebbe stata tenuta in considerazione almeno qualche volta. Invece è lunghissimo l’elenco dei referendum in materia di trattati internazionali UE negati ai popoli europei (in Italia “per fortuna” – come ebbe a dire lo stesso Monti – non si possono fare) o fatti rifare, magari cambiandogli nome, fino a quando il risultato non fosse stato quello giusto. Ricordiamo ad esempio il referendum francese e quello olandese per adottare una Costituzione Europea.


Nel 2005 i cittadini dissero no. Allora ci pensò Giuliano Amato, che con un gruppo di 16 politici (l’Amato Group) tolse da quel testo i riferimenti che lo identificavano come una Costituzione, tolse il simbolo dell’UE, ma lasciò inalterata la sostanza, cambiandogli nome.


La Costituzione divenne il “Trattato di Lisbona“,  che tra le altre cose tolse la giurisdizione commerciale ai singoli stati nazionali per trasferirla a Bruxelles, rendendo oggi possibile la costruzione del TTIP.


Quali ispirazioni guidarono Amato in quel lavoro? Ascoltiamolo dalle sue stesse parole.


 “La cosa buona di non chiamare il Trattato di Lisbona Costituzione è che nessuno può chiedere un referendum! I leaders europei hanno deciso che avrebbe dovuto essere illeggibile, cosicché qualunque primo ministro potrà presentarsi davanti alle camere e dire ‘Guarda, vedi, è assolutamente illeggibile. E’ il tipico trattato di Bruxelles, niente di nuovo. Non c’è bisogno di un referendum’“.




Questo il lungo elenco del referendum popolari degli stati membri UE fatti rifare finché il risultato non fosse andato bene a Mario Monti, Van Rompuy, Mario Draghi e soci.


Brexit: ora lascia anche Nigel Farage


Da pochissimo si è tenuto un referendum nel Regno Unito per decidere se restare nell’Unione Europea oppure se lasciare. Il famoso “Brexit”.


 In realtà, gli inglesi avevano ottenuto la loro vittoria già da molto tempo prima del risultato referendario, perché oltre ai vantaggi speciali che già Londra aveva rispetto agli altri Stati membri, come per esempio detenere una quota della Banca Centrale Europea senza avere adottato l’Euro, oppure avere un trattamento di favore sui trasferimenti economici in favore di Bruxelles, in virtù della loro minaccia referendaria avevano appena ottenuto dagli euroburocrati che per i prossimi sette anni qualunque immigrato che avesse messo piedi in UK non avrebbe avuto nessun tipo di welfare.


Ma soprattutto, i leader europei avevano appena messo nero su bianco che i trattati sarebbero stati modificati per riflettere il fatto che qualunque politica di ulteriore integrazione dell’Unione Europea non si sarebbe mai applicata al Regno Unito.


Ecco il documento che lo testimonia.



” Viene riconosciuto che il Regno Unito, alla luce della sua specificità nei Trattati, non è obbligato a una ulteriore integrazione politica all’interno dell’Unione Europea. La sostanza di quanto appena detto verrà messa nero su bianco nei Trattati alla loro prossima revisione […] così da chiarire che ogni riferimento ad una unione anche più stretta non si applica al Regno Unito “.


Tuttavia, il risultato del referendum è stato lo stesso negativo per l’UE, e gli inglesi hanno votato per l’uscita completa dall’Unione Europea.


Tale uscita, tuttavia, non si formalizza certo nel giro di una notte: Bruxelles ha stabilito che ci vorranno almeno due anni, per espletare le formalità di rito, durante i quali tutto resterà come prima. Dunque, nel caso, se ne parlerebbe non prima del 2018.


Ma come in Grecia, la notte in cui Syriza vinse il referendum del no all’austerity, Varoufakis si dimise, a sorpresa anche nel Regno Unito oggi avviene una cosa simile. Un’ora fa Nigel Farage, leader dello UKIP, il più grande avversario dell’Unione Europea, che io avevo personalmente anche intervistato nel 2011, annuncia le sue dimissioni e il ritiro dalla politica. 



Ecco la lettera con cui il leader dello UKIP annuncia ai suoi iscritti la fine del suo impegno in politica:



“Ho deciso di dimettermi da leader dello UKIP. La vittoria del “Leave” nel referendum significa che la mia ambizione politica è stata raggiunta.


Sono venuto in questa battaglia dal mondo degli affari perché volevo che noi fossimo una nazione che si governa da sola, non per diventare un politico di professione. Lo Ukip si trova ora in una buona posizione e continuerà, con il mio pieno supporto, ad attrarre un consenso significativo. Mentre è deciso che lasceremo l’Unione Europea, le condizioni del nostro ritiro non sono chiare. Se il Governo farà dei passi indietro, con i laburisti distaccati dal loro elettorato, allora i giorni migliori per lo Ukip dovranno ancora venire. Vorrei cogliere l’opportunità per ringraziare voi, i membri, per il vostro straordinario sostegno e generosità in tutti questi anni. Non avrei potuto farcela senza di voi“.


Come Varoufakis, nel momento del successo politico più alto, quando cioè il popolo dimostra di stare dalla sua parte e vota contro l’Unione Europea, e lui avrebbe potuto candidarsi alla guida del Regno Unito, anche Nigel Farage lascia, sostenendo che “rivuole la sua vita indietro“, e che “lo Ukip deve resistere alla tentazione di diventare un partito nazionalista arrabbiato“.” Da notare quel chiaro riferimento alla possibilità che il Regno Unito possa fare “dei passi indietro“.


Sapremo presto se anche Farage, come Tsipras e Varoufakis, ha subito pressioni o minacce, e se perfino i sudditi di sua maestà, come tutti gli altri prima di loro, si saranno espressi a vuoto, perché l’Euro – e a questo punto anche la UE – sono davvero “irreversibili”.  Del resto, come ha detto Peter Sutherland (per vent’anni presidente di Goldman Sachs, poi di British Petroleum e ora alto funzionario delle Nazioni Unite) proprio qualche giorno fa: “in qualche modo, questo è un risultato che deve essere ribaltato“.


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