PREGHIERE DI CAMILLO LANGONE

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PREGHIERE


Sia espulso chi tifa una nazionale straniera



(foto LaPresse)


Chiunque venga sorpreso a cantare un inno nazionale straniero sia immediatamente espulso. Gli invasori cinesi, che tra Firenze e Prato hanno semidistrutto il tessile italiano a colpi di concorrenza sleale, cantano l’inno cinese in faccia alle forze dell’ordine che dopo anni di ignavia tentano di far rispettare la legge.


Vengano dunque accompagnati alla frontiera, espulsione definitiva, mentre agli invasi italiani che per odio di sé tifano per nazionali di calcio straniere venga comminata l’espulsione a tempo (lo sport è anticristiano, vedi Tertulliano, e il tifo una patologia, ma il tifo per lo straniero oltre che tifo è tradimento).


Stessa punizione per Beppe Severgnini il quale da giorni non fa che cantare l’inno di Bruxelles (in esilio nella sua amata capitale belga islamizzata, dunque).


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Sia lodata l’Apocalisse




Sia lodata l’Apocalisse. Ero disperato perché avevo finalmente capito che mai avrei trovato il tempo, la concentrazione, l’energia per concludere i tre libri che mi ero proposto di scrivere ossia un elogio delle piccole città italiane, un diario come mangiatore di cibi illegali, un romanzo d’amore (il romanzo d’amore, in effetti, mi manca). Poi un’amica mi ha detto che il 13 settembre 2017 finirà il mondo.

Come come?

Mi sono fatto spiegare e mi sono andato a informare: un rosario di messaggi e di visioni, da Fatima a Medjugorje, dalla beata Anna Caterina Emmerick alla serva di Dio Teresa Neumann passando per Papa Leone XIII, sembra proprio confluire su questa non lontana data. I calcoli saranno esatti? Le profezie saranno state correttamente interpretate? Inoltre: in cosa consisterà, di preciso, il temuto appuntamento escatologico? Non lo so, so soltanto che i tre libri adesso mi appaiono superflui, e la mia incapacità di scriverli irrilevante.

Sia lodata l’Apocalisse: basta pensarci un minuto e tutto, al confronto, scompare.


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San Nicodemo, devo delle scuse ai sodomiti?


Partecipanti a un gay pride (foto LaPresse)


San Nicodemo, devo fare come te? Sei riuscito a finire sui calendari nonostante tu sia l’eponimo del nicodemismo, ossia del conformarsi pubblicamente alla religione dominante seppellendo la propria fede nell’intimità (pur di conservare il posto nel Sinedrio giudaico andavi ad ascoltare Gesù di nascosto, di notte).

Dunque io dovrei fingere di ignorare l’Antico e il Nuovo Testamento, il Genesi e la Lettera ai Romani, pur di mostrarmi obbediente al Sinedrio cattolico, ai vescovi, ai cardinali e ai Papi (quaggiù viviamo una situazione neomedievale di papato molteplice) secondo i quali devo delle scuse ai sodomiti? Dunque dovrei deplorare la balentìa sarda che a Oristano e Palmas Arborea si è opposta con biblico vigore alla propaganda omosessualista, e dire che l’esposizione stradale di fotografie in cui uomini si baciano e donne si accarezzano è cosa buona e giusta?

San Nicodemo, illuminami, sono tormentato dai dubbi.

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Peter Handke e il “Canto alla durata”


Peter Handke


“Animato dalla durata / io sono anche quegli altri / che già prima di me sono stati sul lago di Griffen, / che dopo di me gireranno attorno alla Porte d’Auteuil / e tutti quelli con cui sarò andato / alla Fontaine Sainte-Marie” scrive Peter Handke in “Canto alla durata”, poemetto del 1986 finora in Italia semiclandestino e da oggi facilmente reperibile grazie a Einaudi. “Sostenuto dalla durata, / io, essere effimero, / porto sulle mie spalle i miei precedessori e i miei successori, / un peso che mi eleva”.

Questi versi hanno trent’anni ma potrebbero avere più di due secoli ed essere di Edmund Burke oppure meno di due mesi ed essere di Roger Scruton: l’atemporalità è un elemento della durata. Handke individua la durata nella fedeltà ad alcune persone, ad alcuni oggetti, soprattutto ad alcuni luoghi. Ognuno individui i luoghi della sua durata (io se dovessi dire un lago direi il triste laghetto del Parco Ducale di Parma, se dovessi dire una porta direi il fiero Arco di Augusto a Rimini, se dovessi dire una fontana direi la fontana del Nettuno a Bologna col dio armato di tridente Maserati e le sirene che perpetuamente spruzzano acqua dalle mammelle perpetuamente strizzate: durata rianimante).

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Ma perché tantissimi tifano per la Nazionale e pochissimi per la nazione?

Com’è possibile che i due sentimenti siano ormai tanto slegati? Eppure senza la prima non esisterebbe la seconda


Tifosi allo Stade de France (foto LaPresse)


Ma perché in tantissimi tifano per la Nazionale e in pochissimi per la nazione? Me lo sono chiesto pedalando sugli spalti della Cittadella durante la partita contro la Spagna. La pista era semideserta quando di norma è affollata, troppo affollata per i miei gusti rarefatti. Pochi ciclisti e pochi corridori e fra questi la percentuale di donne era molto superiore al solito, dettaglio che mi ha recato un certo conforto: la differenza sessuale esiste ancora! E non è vero che tutte le donne vanno pazze per i calciatori! Peggio dunque per quei poveretti davanti alla televisione, ho pensato: davanti ai loro occhi ci sono maschi in braghette, davanti ai miei, invece, femmine in calzoncini aderenti, spesso con lunghi capelli ondeggianti sulle spalle…


Ma perché in pochissimi tifano per la nazione e in tantissimi per la Nazionale? Com’è possibile che i due sentimenti siano ormai tanto slegati? Eppure senza la prima non esisterebbe la seconda. Di sport ne so ben poco ma se esistesse una nazionale del Lombardo-Veneto o del Monferrato o dell’Esarcato credo che da qualche parte ne avrei letto. Se ancora oggi esiste una Nazionale italiana di calcio è segno che molti italiani credono che ancora oggi esista una nazione italiana perfettamente costituita.


Credono o fingono di credere, non mi è del tutto chiaro, ma certo l’ignoranza della storia aiuta. Per gioire appieno delle vittorie di Antonio Conte è utile non sapere o non ricordare nulla dell’Otto Settembre, del Venticinque Aprile, della Convenzione di Ginevra sui rifugiati, del Trattato di Maastricht e della conseguente abolizione della lira, insomma del precipitare della sovranità nazionale dal 1943 a oggi. Così come per sventolare il tricolore è importante non conoscere la sua genesi: venne imposto alla fine del Settecento dagli invasori francesi e quindi accolto con entusiasmo dai collaborazionisti del tempo (a Reggio Emilia ancora se ne vantano, di quell’antico servilismo, e il Consiglio comunale si riunisce nella Sala del Tricolore così chiamata perché lì vi applaudirono per la prima volta, o col maggior fracasso, il bianco-rosso-verde).


Io pedalavo al fresco sotto gli alberi della Cittadella, ogni tanto sentivo dei boati, delle grida provenienti dalle finestre dei palazzi circostanti, e immaginavo reti e rigori, e quasi invidiavo quei miei connazionali soddisfatti di applaudire un surrogato. “La gente comune vive di fedeltà” scrive Roger Scruton, filosofo per l’appunto inglese, per l’appunto pro Brexit, “e se viene privata del senso di nazione cercherà altrove i legami di appartenenza: nella religione, nella razza o nella tribù”. I miei connazionali non credono in nulla, dicono weekend, dicono shopping, la domenica vanno al mare o nei centri commerciali e quindi nella religione non si possono rifugiare. Sono anche alla moda e perciò aborrono l’idea di razza, fondamentalmente ottocentesca.


E per quanto in via di africanizzazione sono ancora abbastanza europei da non concepirsi divisi in tribù. Rimane loro il pallone: l’appartenenza perduta la ritrovano nello sport, impegno parziale per caratteri vacanzieri. Renan definì la nazione “plebiscito di tutti i giorni” mentre quello calcistico è un plebiscito biennale (se ho capito bene la cadenza dei campionati europei e mondiali), infinitamente meno faticoso e anche meno costoso, giusto la spesa di qualche birra che verrà scolata davanti alla televisione fra lazzi e rutti.


Chi se ne frega se nessuno più controlla i confini, che di una nazione sono l’esoscheletro, e se ogni giorno sbarcano sulle coste centinaia o migliaia di maomettani prontamente rifocillati a spese del contribuente invaso?


Chiellini e Pellè hanno segnato.


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