Calciatori bigotti e scienza bacchettona

Pubblicato il 30 giugno 2016 in L'Incredulo papalepapale.com

Puri all’altare? Vogliamo scherzare? Non usa più! Non se lo aspetta, ormai, neanche il parroco.


La rivoluzione sessuale è un fatto, poche storie! Del resto nessuno ormai si sposa a diciott’anni (e se lo fa, probabilmente vi è costretto, e anche in questo caso addio verginità). E quanti, diciamocelo, potrebbero mantenersi casti così a lungo? Stiamo parlando di decenni di astinenza, quando in passato (e ancor oggi in gran parte del mondo) non molto dopo la pubertà si convolava a giuste nozze.


Decenni di castità in questa bolgia sessuocratica? Figuriamoci! Appena approdate alle medie superiori le ragazzine si convincono che le pratiche orali siano uno sport e che vadano esercitate regolarmente, intensificando gli allenamenti e gareggiando con le compagne. Il corpo non ci reclama solo con il bombardamento iconografico, dalla pubblicità alle fiction, dai social ai reality; si impone in ogni istante della giornata con centinaia di forme femminili esposte dal vivo in impalpabili leggings e scollature inopinate, fino in chiesa.


Ma le tentazioni sono fatte per essere respinte, se un comandamento ce lo impone. Ciò che si impone oggi, invece, dalla temperie culturale più alta alle speculazioni giornalistico-filosofiche e soprattutto pseudoscientifiche, in particolare psicologistiche, è un comandamento invertito: la castità è guardata con irrisione, a volte addirittura con sospetto.


La repressione’ non può che essere causata da nevrosi e/o causa di altra nevrosi. Una vera e propria malattia: come aver sete e non bere.


La ricerca della felicità: “L’età dell’oro” di Lucas Cranach il Vecchio
Autorevoli esperti hanno sostenuto (in passato, quando ancora qualcuno resisteva, quando ancora la faccenda era in discussione) che sposarsi senza essere passati per il letto sarebbe un grave errore: comprereste un’auto senza farci prima un giro? Occorre accertare preventivamente l’intesa sessuale!


Nell’eccellente affresco storico Povera santa, povero assassino Giordano Bruno Guerri ‘smontò’ la santificazione di Maria Goretti, fortemente voluta per ribadire il valore della verginità. Anche un cattolico duro e puro come Camillo Langone ne La vera religione spiegata alle ragazze rammentava che “non ci si fa inchiodare a una croce per regolamentare l’uso del pisello”.


Si pensa insomma che solo un prete (ma di quelli all’antica) possa davvero predicare la castità.


E al prete, si sa, si guarda come a un essere fuori dal mondo, abitante di secoli passati. Il sorrisino col quale si accolgono le sue esortazioni sulla vita sessuale ha un significato evidente: “Che ne sa, lui, poveraccio”. Dimenticando, peraltro, che i sacerdoti fanno voto di celibato, non di castità: quest’ultimo è riservato agli ordini monastici. 


Già, come scrive Edoardo Albinati ne La scuola cattolica: “Dal rispetto che ispira il sacrificio di sé alla ripugnanza e poi alla ridicolizzazione il passo è breve”. Poiché  in mezzo a tutte le virtù, diciamo così, attive, che spingono a essere più e meglio di quello che siamo, quelle invece basate sulla rinuncia restano enigmatiche.


Dunque, prosegue Albinati, quale autorità morale dovrei attribuire, per quale ragione al mondo dovrei lasciarmi guidare aiutare istruire o semplicemente consigliare da un uomo che si è così orribilmente automutilato? Rinunciando all’unica cosa per cui, in fondo, questa vita bestia val la pena di essere vissuta?


In soccorso del ‘povero mutilato’ sono accorsi però alcuni degli eroi odierni, i calciatori. Sì, proprio dalla più scapestrata categoria di maschi, sciupamodelle, tombeur di veline, venne fuori uno come Kakà, tra i più ambiti di questi sex symbol, per giunta proveniente dal Brasile, sensuale teatro, almeno nell’immaginario collettivo, di orge carnascialesche: “Non è stato facile arrivare al matrimonio senza essere mai stato con una donna. Con Caroline ci baciavamo e la voglia c’era, ma ci siamo sempre trattenuti.


La Bibbia insegna che il vero amore si raggiunge solo con le nozze, con lo scambio di sangue, quello che la donna perde con la verginità. Infatti, per noi, la prima notte è stata bellissima. Se oggi la nostra vita è così bella, penso sia anche perché abbiamo saputo aspettare”.


Il pallonaro nostrano Nicola Legrottaglie, autore di due libri sui suoi percorsi di fede, ha esercitato pure lui l’insolita pratica della castità. Naturalmente se lo si chiama in TV a parlare di questo è solo per sbeffeggiarlo: domandine insinuanti, strizzatine d’occhio, inviti impliciti alle risatine del pubblico.


Eppure qualcuno, prima o poi, dovrebbe illustrare la gioia, puramente sensuale (vedete: mi tengo il più possibile alla larga da qualsiasi implicazione sacra) di una vera prima notte. Quella sì esperienza estrema. Perché un aspetto poco ricordato ma importante della castità è la sua nuova natura, che è trasgressiva; l’obiezione secondo cui l’attesa del matrimonio sarebbe da rifiutare perché «non lo fa più nessuno» è da rovesciare: proprio perché «non lo fa più nessuno» è un percorso interessante, nuovo, da esplorare.


Il filosofo Roger Scruton (tiepidissimo religioso, rammento) ci ricorda che il sesso, da sempre, è legato a concetti incisi nella parte più profonda di noi: concetti di purezza e contaminazione, inviolabilità e profanazione. Il desiderio liberato da vincoli morali è uno stato d’animo nuovo ed estremamente artificiale.


Chi lo spaccia per naturale e definitivamente recuperato dice una falsità. Una falsità che tutti, prima o poi, non appena affievolitosi il cancan mediatico, la grancassa modernista, avvertiamo dolorosamente. Ma lasciamo perdere il mondo delle idee, la filosofia e il moralismo laico, troppo vicini ai dogmi religiosi: atteniamoci ai fatti.


Ho citato due mosche bianche, esempi statisticamente irrilevanti, ma da un po’ proprio le statistiche stanno dando ragione ai preti: le coppie che scelgono di andare a convivere prima del matrimonio hanno una probabilità di divorziare fino al 100% maggiore rispetto a quelle che non hanno convissuto prima del matrimonio; corrono inoltre maggiori rischi di depressione e anche quando il matrimonio “regge” viene comunque dichiarato meno appagante rispetto agli altri.


E di recente, a supporto delle oscurantiste esortazioni cattoliche giunge uno studio della National Academy of Sciences (commentato da The Atlantic): i ricercatori hanno seguito per un anno un gruppo di trentanove adolescenti misurando le reazioni del loro cervello alle gratificazioni procurate sia dall’attività edonistica sia da quella più consapevolmente etica.


Nel confronto tra baccanali, videogiochi e droghe da una parte e seri impegni di volontariato dall’altro, a far illuminare il cervello di gratificanti attività elettriche sono stati questi ultimi . Gli autori della ricerca hanno dovuto concludere che “il benessere può dipendere dal condividere attivamente i valori legati alla famiglia, alla cultura, e alla moralità, piuttosto che la ricerca di un immediato piacere egoistico”.


E’ acclarato dunque che tra i due elementi in cui Aristotele divideva la felicità, l’edonia, ossia il piacere allo stato brado e l’eudaimonia, ciò che al piacere dà un significato (l’autorealizzazione virtuosa) quest’ultimo sarebbe il vero protagonista: aiutare la vecchietta ad attraversare il passaggio pedonale, insomma, ci pompa dentro più dopamina che addentare una fetta di torta al cioccolato. Un boy scout con la sua buona azione quotidiana è meno soggetto alla depressione di uno sciupafemmine. Non lo predica un sacerdote, lo attesta l’analisi scientifica dei circuiti cerebrali.


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