SCOMMESSA SULLA MORTE

RECENSIONI

RECENSIONI


Si accettano scommesse sulla vita eterna

Si leggono quelle pagine e poi ci si contempla un attimo di dentro. Sono segni di denti, di unghie. Vittorio Messori, l’autore di Scommessa sulla morte (Sei L. 8.000), siede tranquillo e ciarliero, fumando lunghe sigarette insapori, nell’ufficio preso a prestito da un collega assente, nel grande palazzo dei Periodici Paolini. Ma quando parla di certe cose ecco che la sua faccia senza angoli, di bravo sereno padano, si modifica. Le parole vengono fuori come schiocchi. Ma cosa diavolo ha in corpo, quest’uomo? Nessuno, forse, ha scritto come lui della morte di cui si muore oggi: «È così che si muore negli orgogliosi e costosi ospedali, nei “templi del sapere”: soli, dietro il paravento; e disperati, con la faccia rivolta verso il muro. È la pagina 53 della Scommessa. Sei arrivato fin li a leggere come in un crescendo di realtà. La morte, da parola si fa pian piano fantasma, diviene incombente, ed allora, solo allora, prende carne. Qualcosa di innaturale, di ripugnante, di disgustoso. A questo punto si deve gettare il libro, o si deve andare avanti, fino in fondo: la morte è per te.


Chi è quest’uomo, un maniaco, un necrofilo? Il libro procedendo risponde no: è uno che ama la vita, che non vuole più sfuggire, nemmeno per un istante, alla domanda che racchiude le altre: ha senso la mia morte? è la fine di tutto? oppure c’è «una luce al fondo dell’orizzonte»? E si badi, non è questione che riguardi gli ultimi momenti. Se c’è «il buco, la porta, la fenditura» allora cambia tutto, perché è «un’apertura dalla quale irrompe luce che guida la navigazione e, dandole una méta, le dà un senso».

La breccia Messori l’ha trovata. Il suo scrivere non è altro che un dire per quattrocento pagine: «ma guarda lì, come puoi non vedere?, vieni con me, Cristo risponde, la Chiesa è per te». Così il libro alla lunga, da duro scontro con la maledetta Straniera, la Morte, e dialogo senza delicatezze con i sacerdoti della Ragione fasulla, si trasforma in calda apologia dell’altra Straniera per eccellenza, la Chiesa. Fino a cantarne i dogmi più dimenticati, a esaltare, non diciamo il Sacramento, ma anche il modo con il quale la Chiesa lo porge. Addirittura -introducendo il capitolo sull’Eucaristia- annuncia che «tenteremo di capire perché la fede imponga di far ardere giorno e notte una lampada rossa davanti al tabernacolo. Una promessa mantenuta. Andate alle pagine 354 e seguenti. Ma ancora una volta, chi è quest’uomo, che sicuramente molti non esiteranno a congelare nel container «cattolici bigotti» del loro cervello?

Messori, che rispondi? “Sono uno che dopo aver scoperto Cristo, la sua umanità, la sua divinità, ha trovato la Chiesa. Ho riscoperto la sua sapienza, la sua verità, partendo da una cartina di tornasole -la morte-. La sua risposta nella prassi è sempre stata straordinaria, anche sociologicamente. Una casa dove si può vivere in modo più umano che da qualsiasi altra parte. E scoprendo la Chiesa ho scoperto l’Eucaristia. Senza la Chiesa non ci sarebbe Eucaristia, e senza Eucaristia non ci sarebbe la Chiesa. L’una fa l’altra. Ella. L’Eucaristia è la Resurrezione disponibile qui ed ora. La Resurrezione di Cristo è il cardine della fede, come scrive Paolo. Perché la croce di Cristo, se non fosse risorto, se non fosse vivo. Sarebbe come la morte di Cesare. Un evento importante ma a noi nient’affatto utile. Sarebbe la morte di Cesare se Cristo nell’Eucaristia, nella Chiesa, non fosse presente tra noi”.

Basta, fermati Messori. Non riesco a tenerti dietro. È strano sentire parlare in codesta maniera uno che ha venduto un milione di copie. Ipotesi su Gesù, venduto per metà in Italia, per metà all’estero, cinquanta nelle librerie cattoliche, cinquanta in quelle dominate da Moravia e compagnia, non era in fondo difficile da digerire. Cristo resta pur sempre una bella ipotesi, quasi una possibile uscita di sicurezza quando fa troppo buio. Bravo Messori, che poi scrive così bene, magari un po’ lungo, però… Invece la Scommessa non è nient’altro che la proposta della Chiesa. Non solo. Punta i cannoni. Ma non spara verso le postazioni «retrograde e tridentine» contro cui si dirigono compatte le bordate di fucileria, bensì proprio verso questi franchi tiratori a man salva. E colpisce, colpisce… Del resto, chi ha avuto modo di seguire su Jesus le sue interviste su Cristo con personaggi famosi della cultura laica, si è accorto che Messori non ama fare il solletico con il piumino, non ama nemmeno volgere tutto -lui che pure dichiara esser l’ironia grande virtù cristiana- in quelle risatine che poi vogliono dire: ma sì, tutto è niente, niente è tutto. Come si dice senza paludamenti, pesta giù duro. Moravia è la prima vittima.

Ecco, ragionevole e senza pregiudizi. In questo libro, Messori, tu capovolgi il luogo comune: chiuso il volume viene da pensare che ragionevole sia la fede, e irrazionale illuminismo. Messori: «Vedi, tu dovresti conoscere la mia storia. Sono nato in una famiglia di buoni emiliani laicisti. Una mentalità terrestre, del lambrusco e del tortellino; la religione tenuta ovviamente per una cosa da vecchi. Mai sentito parlare di problemi religiosi. A cinque anni, nel ’46, siamo a Torino. Ho fatto il curriculum di studi del buon laicista piemontese. Liceo D’Azeglio (quello del professor Augusto Monti, degli allievi Pavese, Leone Ginzburg, Giulio Einaudi). Mal contatti con il mondo cattolico. Infine Scienze politiche in università, tesi in “storia radicale” con Galante Garrone, maestro Luigi Firpo. Laicismo allo stato puro, da catalogo Einaudi».

Ma quando la conversione? Fuma poco Messori, ma qui una sigaretta ci vuole. «É il 1964, ho ventitré anni. L’ultimo anno di facoltà. Passo da Pascal ai Vangeli. Ho vissuto l’esperienza abbastanza singolare di chi per la prima volta legge il Vangelo con il sapore delle cose nuove. Cioè, una sberla. Uno choc dal quale non mi sono ripreso più. Un contatto senza mediazioni ecclesiali: un tète à tète con Cristo».

Ricordi il momento in cui ti è successo qualcosa? “Il passo dove Cristo dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò'”.

Non è che la tua durezza contro il laicismo sia la furia dell’ex? «Io ho fatto il tragitto antitetico di tanti intellettuali che da sacrestani hanno scoperto il mondo ed allora si sono costruiti una figura di laico su misura, che non esiste, con cui dialogare. Fingendo di ignorare che il laico ha tante domande a cui non sa rispondere. È come il catalogo Eínaudi: risponde bene, con coerenza, a tutte le domande penultime. Proprio per non rispondere alle ultime. lo, in quel catalogo, ci vivevo, stavo morendo di claustrofobia. Guarda la storia di Pavese, esito rigoroso di quel clima, con le sue domande demoniache per quegli intellettuali, che si difendevano definendo le questioni del; senso della vita come adolescenziali. E allora, ai laici, parliamo da uomini. Hanno bisogno della consolazione. La fede è anche consolazione. Anzi la Consolazione. Si deve avere il coraggio di dirlo».

Messori parla di fierezza della cultura cattolica «che ha una lettura dell’uomo e della storia superiore a tutte le altre», sostiene che «la fede non si può vivere soli, ma soltanto insieme»; eppure, proprio lui che dice questo, mi appare solo, terribilmente solo. Membro della Chiesa, ma senza compagnia umana, senza amici da cui dipendere, da cui farsi giudicare. Scrive di sé: «Sono un isolato, un uomo solo: dietro ho soltanto me stesso, la mia fatica di vivere, la mia angoscia, un lungo studio, un guardarsi attorno da cronista curioso, un bisogno di comunicare ad altri quel che mi sembra di aver scoperto…».

Sai che i lettori del Sabato, (ultima volta che hanno letto il tuo nome, vi hanno trovato insieme una polemica… «Lo so. Con Penthouse c’è stata una deplorevole commedia degli equivoci. Al posto di Ognibeni (l’autore dell’articolo sulla vicenda, ndr) avrei reagito allo stesso modo».

Nel bar dei dipendenti delle Paoline c’è abbastanza confusione per fargli notare la contraddizione e sentirsi rispondere superando il pudore: «Il mio dramma è questo: sono troppo cattolico per essere accolto dai laici, troppo laico per essere accolto dai cattolici. Mi sento sulla frontiera».

Mentre parla di Maria, la grande eresia cattolica («il prossimo libro lo scriverò -se Dio vorrà- su Maria. Una delle mie più felici scoperte è stato il constatare che il dies natalis -il giorno della morte, per i cristiani- di santa Bernadette Soubirou, questa meravigliosa contadina di Lourdes, è il mio compleanno. La mariologia non è un optional, è la più grande conferma della fede: Maria crea in Lui la Resurrezione»); mentre giustifica il tono polemico di certe sue pagine («Non ho voluto andare contro, ma oltre. Perché il problema vero non è l’ateismo -Sartre ne parla come di un’impresa lunga e difficile-, il problema è l’indifferenza religiosa, la gente non comprende a cosa serve il cristianesimo. E dire che serve semplicemente a vivere, a non morire»; mentre alza la voce e abbassa la chicchera del caffè, viene umilmente da augurargli: e non stare più lì, solo…

© Il Sabato


Scommessa sulla Morte

Vittorio Messori con il suo Scommessa sulla Morte mette il dito su una piaga che si vuol dimenticare anche se va in cancrena: il significato della mia vita e della mia morte. Da questa prospettiva Messori si inserisce nella prospettiva della psicologia dell’altezza, ovvero della Logoterapia di V. Frankl ed è sintomatico il fatto che egli non sia uno psicologo: non è necessario essere psicologi per affrontare il senso della vita e cella morte ma uno psicologo deve necessariamente saper affrontare questo problema. Perché è spesso alla base della sintomatologia psichica e non raramente anche psicosomatica. Interpretare una storia personale, fare un’analisi esistenziale partendo dai significato che si cerca di dare alla vita, pur non essendo facile perché prima o poi ci si imbatte nella proposta religiosa, è tuttavia un dovere personale e sociale perché è un impegno che nasce dal senso della propria dignità, dal rispetto di se stessi e dal dovere verso gli altri. Frankl aggiungerebbe che questo è solo l’inizio di una psicoterapia: evitare o reprimere il problema del senso sarebbe l’inizio di uno squilibrio.

Mentre la Logoterapia, tipo aver responsabilizzato il paziente, lo lascia libero di varcare la porta della religione, Scommessa sulla Morte analizza la proposta cristiana come “un’apertura dalla quale irrompe luce che guida la navigazione e dandole una meta le da un senso (148).

Questo libro è quindi utile allo psicologo che vuole comprendere più seriamente il suo paziente, che lo vuole aiutare non solo ad eliminare i suoi sintomi, ma che vuole anche penetrare la sua dimensione esistenziale e religiosa.

Messori non è un idealista che tiene d’occhio ciò che vorrebbe che fosse ma un realista che guarda ciò che è: il voler sopprimere i cimiteri, o il volerli accantonare in periferia, forse, è simile alla legge italiana che ha soppresso gli ospedali psichiatrici. Il primo vuol nascondere “quel che io sono, anche tu sarai”, la seconda vuol nascondere “quel che io sono, anche tu potresti essere”: “angoscia della morte e angoscia della follia sono gemelle; sono le due, terribili, “angosce fondamentali”, insopportabili da uomini senza difese” (299). Non si può sopprimere qualcosa di fondamentali, come appunto l’angoscia della morte, e se si tenta di farlo si creerà un vuoto che si cercherà di coprire, forse, con un fervore culturale ma sarà sempre una cultura nata da un horror vacuii che Frankl chiamerebbe existential vacuum.

Nè si può dire che non reprime l’angoscia colui che disprezza la morte, è il contrario: ha puara di guardarla in faccia. “Ricordati di diffidare di ogni eroe da medaglia d’oro alla memoria: dietro c’è sempre qualcosa dà inconfessabile, un’oscura nevrosi” (333).
Ancora un altro punto di integrazione tra Messori e Frankl è il Deus patient del primo e l’homo patiens del secondo: la religiosità sarebbe dunque un dialogo tra un Dio sofferente (il Crocifisso) e l’uomo sofferente (anch’egli per molti versi crocifisso).
Lo psicologo laico non abbia paura o angoscia di leggere Scommessa sulla Morte; il cristianesimo di Messori è quello di uno che non ha nulla da difendere sul piano personale “neppure la prospettiva di qualche vantaggio onorifico, di qualche gratificazione psicologica. Sono un isolato, un uomo solo… non intendo per questo far da menestrello a certi monsignori, strimpellando serenate sotto i loro balconi, Anzi, nei momenti di malumore quella fede cattolica mi sembra convincente non grazie, ma malgrado loro” (261).

Il realismo di Messori é quello che mostra gli aspetti terapeutici, e segnaliamo solo due: il terapeutico coraggio di affrontare l’angoscia e il senso della morte e della vita (303); il potere dell’amore di proteggere la salute psicofisica e ristabilirla (320).
Vorrei concludere con un’osservazione di V. Frankl: un bravo psicologo o psichiatra dovrebbe, in casi opportuni, prescrivere non un farmaco ma un buon libro da leggere. Scommessa sulla Morte é uno di quei pochi libri-farmaco indicato per l’igiene mentale dei cosiddetti ‘normali’ e per le angosce esistenziali, ma con un’avvertenza: può avere una maggiore efficacia terapeutica se è prima usato da chi lo prescrive. Come tutti i farmaci anche questo ha celle controindicazioni: può mettere in crisi chi crede di essere immunizzato da nevrosi esistenziali e/o religiose.

Scommessa sulla Morte si può leggere anche senza la prescrizione dello psichiatra e lo si può trovare in libreria senza lo slogan pubblicistico “Tutto ciò che avresti voluto e dovuto sapere sulla morte e che nessun teologo o psicologo ha mai avuto il coraggio di dirvi”.

© Psiche


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext