ARCHIVIO- Questa New York, ghetto delle meraviglie

1984 MASSIMO FINI

New York, marzo.Che gli americani sono un popolo libero lo si vede dai loro piedi.


Che sono lunghi, grandi, invadenti, sfacciati, calzati, in occasioni d'ogni genere (a teatro, con la pelliccia, col completo oltre che con la tuta), da bianche e massicce scarpe da ginnastica che ne aumentano l'evidenza. Questi piedi spropositati gli americani li sbattono dappertutto senza nessuna precauzione e con molta nonchalance.


È stato mentre ero seduto in una delle sale di lettura della biblioteca della CoIumbia University, nel settore dove quotidiani, settimanali, riviste di tutto il mondo e di tutti i tipi, usciti nel mese, sono a disposizione del pubblico senza alcuna formalità, e stavo sfogliando Usa Today (un quotidiano popolare molto ben fatto e il cui pezzo forte è la cartina multicolore del tempo negli Stati Uniti che riempie l'intera ultima pagina), che mi sono reso conto appieno del libero uso che gli americani fanno dei piedi. La sala, minuscola, interamente foderata in legno, illuminata dalla luce calda di graziose lampade a stelo, è arredata con morbide poltrone di pelle, scrivanie e sedie di mogano che ognuno di noi tratterebbe con doveroso riguardo.


Invece gli studenti americani, ma anche le vecchie e distinte signore che vengono qui a far passare un po' di tempo, si stravaccano sulle poltrone, vi avvicinano le sedie o le scrivanie, e vi piazzano i piedi sopra con grande naturalezza. Prima stare comodi, il resto viene dopo.


Nella notte di fine d'anno scoppiò in cielo una mela. Devo però dire subito che i piedi sono l'unica cosa o una delle pochissime veramente yankee di New York. Per il resto, sembra una capitale europea ed è certamente la più europea delle città americane (a parte San Francisco che fa caso a sé, che è una specie di Europaminiatur conservata, come molte altre faccende in America, un po' forzosamente) e la prima cosa che stupisce il viaggiatore che approda per la prima volta a New York è proprio di non stupirsi affatto e di trovare la città piuttosto sotto tono rispetto al mito che la circonda.


Non c'è nulla di rutilante, nulla di fantasmagorico, nulla di avveniristico e nemmeno nulla di gigantesco a New York (a parte, naturalmente, i grattacieli, troppo visti, però, per sorprendere) non c'è «l'americanata», il kitsch americano o quello che immaginiamo essere il kitsch americano. Il fatto è che, con un movimento iniziato già all'alba degli anni Cinquanta, New York si è avvicinata all'Europa e, nello stesso tempo, l'Europa ha fatto passi da gigante nel suo processo di americanizzazione.


Per cui è uno sforzo inutile cercare a New York quell' esotismo, di segno avveniristico, di cui parlava solo dieci anni fa Goffredo Parise nei suoi bellissimi reportage dall' America. Ed anche il tipo fisico dello yankee alto, magro, biondo, le spalle larghe, le orecchie a sventola è quasi introvabile. Dieci o quindici anni fa, qualsiasi italiano che andava a New York tornava con gli occhi fuori delle orbite per la TV americana, le decine di canali della Tv americana, la pubblicità americana.


Adesso tutto questo c'è anche da noi e gli spot di Canale 5 hanno un ritmo sicuramente più insistente di quelli della Cbs o della Nbc. Un tempo era usuale dire che «la vita americana è vent'anni più avanti di noi». Oggi questo distacco avveniristico almeno a New York non si avverte quasi in nessun settore, nemmeno, a livello di distribuzione di massa, in quello tecnologico-scientifico. I negozi di elettronica, di computer, di videogame non offrono nulla di più di quello che si può trovare a Milano, a Parigi, a Londra, sono solo un po' più numerosi, più cari ed hanno un'aria da bazar che da noi non hanno ancora preso.


E le discoteche? La febbre del sabato sera? La Danceteria, insieme all' Area, è considerata la più «in» del momento. Sta in un vecchio palazzo sporco e semidiroccato ed è divisa in quattro o cinque bugigattoli sistemati su tre piani. L' idea, dopo il tramonto del dancing megagalattico e translucido tipo 2001, è originale e divertente. Ma alla Danceteria non succede nulla di straordinario, vi si trovano punk fuori tempo, sbiaditissime copie di quelli che si potevano vedere già nel '76 sulla Kufusterdam, a Berlino, oppure giovani che hanno l'aria dimessa e casereccia dei ragazzi e delle ragazze che, il sabato, scendono a Milano da Cinisello, da Sesto, da Pieve Emanuele.


Ecco, quello che manca, sorprendentemente, a New York è lo spettacolo e la dimensione come spettacolo. Si dice il nome magico di New York e si immaginano supermercati di dieci piani, steakhouse immense, immense bistecche, uno sterminio di cinema, teatri, spettacoli di strada,. Beaubourg uno dietro l' altro, giochi di luce, donne bellissime. Niente di questo. Tutto è contenuto nelle dimensioni usuali e conosciute.


Di donne belle per le strade di Manhattan se ne vedono poche (le più belle, a quanto si dice, fanno le top manager, lavorano ai più alti piani dei grattacieli e in giro non ci vanno), in quanto ai cinema, credetelo o no, a New York ce ne sono pochissimi. Là dove, a parte lo sport, resta ancora la dimensione dello spettacolo, del luccichio e di una certa ingenuità americana è forse Broadway, con le sue luci, i cartelloni giganti, la confusione, la gente che fa la fila a Times square per i biglietti.


E non per nulla è proprio nel cuore di Broadway, a Times square, che mezza New York si rovescia la notte di Capodanno, lasciando deserti i locali, in una baraonda indescrivibile, fra poliziotti a cavallo, in un pigia pigia feroce e sinistramente allegro, aspettando che una mela luminosa (Apple è infatti, il simbolo di New York) scandisca gli ultimi secondi del vecchio anno per poi disperdersi, in un grande boato, così rapidamente come s' era formata (gli americani non sono provinciali, a differenza degli europei, là dove non hanno paura di mostrarsi tali e si divertono nel modo più semplice ed infantile, che è poi quello a loro più congeniale ).


Ti offrono cocaina sotto gli occhi di un poliziotto Ma anche Broadway, in fondo, non è nulla di kolossal, non sono che trecento metri di strada che termina poi melanconicamente nella 42esima per far posto ai consueti strip, ai porno-shop, a quelle cabine anguste ed oscure, verniciate d'azzurro, con una stretta fessura in basso perché si vedano i piedi come in certi gabinetti pubblici, dove, a 25 cent alla volta, si vedono spezzoni di film pornografici.


È stato quando sono uscito da uno di questi porno-shop ed ho preso a risalire la 42esima, tenendomi, per prudenza, dietro due poliziotti, che ho visto un bel ragazzo portoricano che, in mezzo al marciapiede, ballava una sorta di solitario flamenco ruotando su se stesso. Il ragazzo ha lasciato passare i poliziotti, che non lo hanno degnato di uno sguardo, poi, quando gli sono stato vicino,. mi ha piantato in viso due occhi brillantissimi, seducenti e ha sussurrato, rapidissimo, «cocaine, cocaine».


Si dice comunemente che New York è una città,cosmopolita. E, in effetti, vi si trovano tutte le razze: bianchi, neri, gialli, arabi, chicanos, ebrei, amerindi e tutti i popoli: italiani, greci, tedeschi, olandesi, ungheresi, russi, inglesi, irlandesi, scozzesi, marocchini, coreani, portoricani, si può dire che non ci sia etnia che non abbia qui la sua rappresentanza ed il suo gruppo. Però si tratta di un cosmopolitismo piuttosto particolare,  perché le razze e i popoli, a New York, più che incontrarsi, vivono paralleli, sfiorandosi ma senza intrecciarsi.


I negri stanno ad Harlem, i cinesi a Chinatown, i chicanos nel South Bronx, gli italiani a Little Italy, i ricchi nel centro di Manhattan. I confini di Chinatown sono imprecisabili all' occhio estraneo, ma invalicabili per i cinesi.


Anni fa ero in Sudan e ci eravamo accampati, per la notte, su un largo spiazzo all'interno d'una foresta. La guida, un vecchio sudanese, alto, magro, allampanato, con una rada barbetta bianca, mezzo stregone, segnò col proprio bastone un cerchio, profondo un paio di centimetri, tutto intorno alla nostra tenda. Gli chiesi a che cosa servisse. «È per i serpenti» mi rispose «non oltrepasseranno questa linea».


Gli invisibili confini della città cinese. Piuttosto scettico stetti sveglio per vedere quello che succedeva. La lampada del campo illuminava chiaramente il terreno davanti alla tenda. Ad una cert'ora vidi strisciare verso di noi un serpentello. Seguivo la scena incuriosito e allarmato. Il rettile giunse alla linea disegnata dalla guida, la toccò con la punta del muso e schizzò indietro, arrotolandosi, come se fosse stato colpito da una scossa elettrica. La stessa cosa avviene, più o meno, con i cinesi e gli invisibili confini di Chinatown.


Tu puoi camminare delle ore senza vederne uno, poi giri un angolo e sono tutti lì. I portoricani e i negri invece escono dai loro ghetti. In compenso nessuno vi entra. Ho camminato per più di tre ore per Harlem, nella Harlem profonda, dopo la 125esima strada, senza incontrare, a parte due lattiginosi poliziotti d'origine irlandese, altro che neri. Harlem, dalla parte in cui confina con la Columbia University, è fatta di grandi falansteri attaccati l'uno all'altro, angoscianti ma non particolarmente degradati, in tutto simili a quelli dei quartieri popolari italiani più decorosi, tipo il Gallaratese di Milano.


Poi inizia I'Harlem delle case basse, a tre o quattro piani, con di fuori quelle scale di ferro antincendio che sono forse la cosa più caratteristica di New York (mi hanno spiegato che i muri divisori degli edifici, anche quelli dei grattacieli, hanno l'anima in legno, motivo di quegli incendi devastanti di cui ogni tanto parlano le cronache). Molte sono sventrate, altre bruciate.


Ogni tanto, stretta fra un muro diroccato e un portone affumicato, compare una graziosa casettina liberty (Harlem era un quartiere residenziale di buon tono, fino ai primi del Novecento), ma sporca, degradata,abbandonata. Un fiume di rifiuti corre lungo i marciapiedi delle strade più interne, bottiglie di whisky vuote, cartoni, resti di detersivi, sporcizia; qua e là, in qualche spiazzo, un divano sventrato, pezzi di mobili, un water. Improvvisamente un pugno nell'occhio: la vetrina d'un negozio d'abbigliamento, con abiti moderni, eleganti, dalle tonalità sobrie, che non si immaginano certamente addosso alle grasse momos vestite di rosa e di rosso, d'un indecifrabile marrone, che circolano d'attorno con la sporta della spesa; oppUre un' asettica e funzionale agenzia di viaggi.


Ma la cosa che colpisce di più ad Harlem è il silenzio, un silenzio quasi irreale. Credevo che ci fosse musica, ad Harlem, e, anche, allegria. Invece non si sentono ne suoni ne rumori ne parole. In ogni strada, Soprattutto agli angoli o davanti a certe taverne fetide, decine e decine di uomini stanno in piedi sul marciapiede, in gruppo ma più spesso soli, fermi, immobili, senza gesti, in silenzio (la disoccupazione negra a New York è il 28 per cento). È  un modo molto diverso quello con cui i negri e i cinesi vivono la propria ghettizzazione.


I negri la subiscono passivamente, i cinesi. Sono continuamente impegnati in mille piccoli traffici, mercanteggiamenti, affarucci, andirivieni, che probabilmente non li rendono meno poveri, ma che danno a Chinatown un movimento frenetico e che fanno della comunità cinese una delle meno «partite», dal punto di vista emotivo e psicologico, di New York (sarà bene ricordare che 500 americani su mille, di ogni classe, fanno abitualmente uso di psicofarmaci, lasciando stare il resto, droga e alcol).


Il South Bronx ha le stesse caratteristiche di Harlem, uomini fermi, immobili, sporcizia, case incendiate eccetera, ma è un po' più animato, ed ha l'aria d'esser più pericoloso per quel pizzico di follia che c'è sempre nel sangue spagnolo. La particolarità dei ghetti e delle enclaves di New York, si tratti del South Bronx o di Harlem o di Chinatown o di Little Italy, è che non sono diversi l'uno dall'altro.


Voglio dire che diversa è la gente, il colore della pelle, le abitudini, le insegne, ma architettonicamente e urbanisticamente, i quartieri sono identici, strade squadrate ad angolo retto, case a tre piani, e così via. E questo rende, se si vuole, la ghettizzazione ancor più evidente, da campo di concentramento, perché non c'è nessuna ragione, nessun terreno culturale preesistente per cui i negri debbano stare ad Harlem piuttosto che altrove o i chicanos nel Bronx piuttosto che ad Harlem.


Non c'è una pagoda, un basso, un pueblo che renda spiegabile la loro presenza. Non so come dire, ma è come se una mano gigantesca avesse preso i negri, i chicanos, i cinesi, gli italiani e li avesse piazzati a forza ad Harlem, nel Bronx, a Chinatown, a Little Italy E forse anche per questa uniformità urbanistica che Chinatown e Little Italy hanno qualcosa di falso (Harlem e il South Bronx sono troppo poveri e desolati per non essere veri), di forzoso, di eccessivamente folcloristico (compreso il risaputo ritratto di Mussolini nelle vetrine dei negozi di Little ltaly), di scenograficamente ricostruito.


Del resto tutta New York (e probabilmente tutta l'America) ha un'aria ricostruita, come di gente che volesse ricreare a tutti i costi su un terreno impermeabile le radici che ha perduto. Ciò che si nota più vistosamente a New York è infatti una totale assenza di radici, di storia propria, e questo, in fondo, è abbastanza singolare per una città che comincia ad avere tre secoli di vita.


È questa mancanza di radici e di storia che dà a New York quell'aria di provvisorietà che le è cucita sulla pelle e che è una delle forme della sua angoscia (c'è, d'altro canto, chi trova divertente New York proprio per questo e si estasia al fatto che i newyorkesi abbattano con tranquillità un grattacielo di cinquanta piani per costruirne un altro. «Mi piace New York» mi ha detto Susanna Agnelli che, in qualità di sottosegretario agli Esteri con delega per l' America, vi pendola abbastanza di frequente «perché ogni volta che ci vado la trovo diversa» ).


Passeggiate solitarie nei boschi di Centrai Park Del resto, se ogni comunità etnica si rinserra nel suo guscio e nel suo territorio un motivo ci deve pur essere. E risiede, a mio avviso, proprio in questo senso di provvisorio che dà la città, in questa sua mancanza di storia, per cui ognuno pensa inconsciamente, anche se poi non lo farà mai, che un giorno ritornerà ai propri luoghi d'origine e che l' America è stata solo un sogno. Per questo oso azzardare il paradosso che Roma è, in un certo modo, più cosmopolita di New York, perché Roma assorbe, Roma amalgama, Roma integra chi viene da fuori, mentre New York separa.


È questa separazione delle razze, più che alle differenze di classe che, a mio parere, si deve la tensione che si respira a New York. Non credo che New York, proporzionalmente alle sue dimensioni, conti più fatti di sangue di Milano o di Roma o di Parigi. Ma c'è un clima sottocutaneo di violenza, fatto di territori da rispettare, di divieti impliciti, di sguardi, di piccole angherie, di latenti sopraffazioni. E questo terreno che fa scattare, a volte, la violenza vera.


Si spiega così, per esempio, il fatto di sangue accaduto recentemente sulla metropolitana newyorkese e che ha aperto negli Stati Uniti un grande dibattito sui limiti della legittima difesa. Una sera, un bianco sulla quarantina, seduto in una carrozza del metrò, viene avvicinato da quattro giovanissimi ragazzi negri, sotto i vent'anni, che gli si parano davanti, gli chiedono prima un'informazione, poi qualche sigaretta, quindi cinque dollari. L' uomo si alza, dice: «Sì, ho qui per voi proprio cinque dollari a testa», estrae la pistola e ferisce gravemente i quattro ragazzi, poi fugge.


La polizia di New York, come fa d'abitudine, istituisce un numero telefonico speciale a cui si può rivolgere chiunque ritenga di poter fornire notizie utili sul feritore. E a quel numero cominciano ad arrivare migliaia di telefonate di cittadini che, invece di dare indicazioni, si dichiarano solidali con lo sparatore. E quando questi, Bernard Goetz, un biondino smilzo di 37 anni, si costituisce e viene arrestato, trova subito un bel po' di persone pronte a pagargli la cauzione di 50 mila dollari (100 milioni di lire). Gioca in questa vicenda anche un forte razzismo antinero, negato dalle autorità e, in genere, dai bianchi dell' upper-middle class, la classe medio-alta, ma che affiora a chiare lettere nelle parole di altra gente di colore che, come al solito, ha meno pudori e minori code di paglia.


Non c'è tassista, coreano, arabo, vietnamita, che non ti dica che i negri sono una brutta bestia, che girare per Harlem di giorno senza necessità è da imbecilli, che farlo la sera è folle come attraversare, di notte, Centrai Park. Central Park è un'altra cosa curiosa di New York. Di giorno ci si fa footing, si va a cavallo, si gira in bici, si gioca a frisbee, si prende, se è bella stagione, il sole, ci sono le mamme con le carrozzelle, qualche bimbo che gioca (si vedono in giro pochissimi bambini a New York), dopo le sette di sera diventa un luogo tabù, nessuno osa metterci piede.


E siccome Central Park percorre per il lungo una buona fetta di Manhattan, dalla 59esima, dove finiscono i grattacieli e ci sono alcuni dei migliori e più prestigiosi alberghi, come il Plaza, fino alla 110° , che è già in Harlem, ecco che in questa metropoli moderna si riproduce una situazione di tipo medievale quando le città erano cinte d'assedio da boschi e foreste che nessuno osava attraversare per paura dei briganti, dei fuorilegge, delle streghe (paura che superava la realtà perché, di solito, quei boschi e quelle foreste erano disertati anche dai fuorilegge nonché dalle streghe, così come credo sia disertato Central Park la notte, io l' ho attraversato per il lato stretto, peraltro dalla parte considerata meno pericolosa, quella vicino alla 59esima, e non ho incontrato nessuno, anche se indubbiamente il luogo, con i suoi lampioni fiochi, la nebbiolina, le macchie scure dei cespugli, ha qualcosa di spettrale). Come accennavo, la sensazione della violenza viene molto di più dalle tensioni razziali che da quelle di classe, ciò non toglie che la povertà di New York sia sterminata o, quantomeno, assuma un particolare rilievo a confronto con i picchi dell'opulenza.


Il centro di Manhattan è popolato da centinaia di homeless (senzacasa) che vivono negli anfratti degli edifici più prestigiosi dove maggiore è il calore e dormono sulle grate fumiganti (d'inverno da ogni tombino, da ogni buco, da ogni fenditura del suolo di Manhattan esce un fumo bianco e denso dovuto alla mania che hanno gli americani ricchi di surriscaldare gli ambienti, una delle tante forme che assume lo spreco e il mito dell'abbondanza). Quella degli homeless  è, molto spesso, una scelta di vita, tanto che rifiutano le case messe a loro disposizione dal comune (e del resto con tutti gli edifici sventrati di Harlem o del South Bronx non dovrebbe essere difficile costruirsi un riparo) e non chiedono nemmeno l' elemosina.


Montagne di spazzatura ai bordi delle strade Una notte percorrevo Park avenue, che è considerata la strada più ricca e più «bene» di New York, quando una voce m' ha chiamato da un angolo formato dallo scalone di un massiccio palazzo di pietra. Era un vecchio scheletrico, che agitava le mani coperte da due guanti di lana consunti, che lasciavano qua e là intravedere la pelle, grigia di sporcizia. Aveva il viso livido per il freddo intenso. Ho tirato fuori di tasca qualche moneta ed ho fatto per dargliela. Ma il vecchio ha fermato il mio gesto e, capendo ch'ero straniero, ha scandito più chiaramente: What time is it? («Che ora è? »).


Più che all'elemosina gli homeless si affidano alla spazzatura: ne trovi sempre qualcuno che fruga negli enormi sacchi grigi, ammonticchiati su ogni marciapiede. È  incredibile la quantità di spazzatura che si vede nel centro di Manhattan. Non che la città sia sporca (di continuo passano camion della nettezza urbana che portano via le montagne di sacchi, che però rapidamente si riformano, è un andirivieni incessante), è enorme ciò che consumano i suoi abitanti (otto chili di rifiuti pro capite al giorno contro gli otto etti di Milano, una cosa mostruosa). Gli homeless non sono che la punta avanzata ed individualistica di una povertà sociale che ha i suoi epicentri nella Bowery, ad Harlem, nel South Bronx, in una parte di Brooklyn (secondo l'Ufficio del censimento Usa, dati riferiti al 1983, sono 35 milioni le persone che negli Stati Uniti soffrono la fame, il 15% circa della popolazione).


Sarebbe curioso sapere quali riflessi ha, sulla psicologia degli abitanti, il fatto che New York sia fatta com'è fatta, con le strade perfettamente squadrate, allineate, parallele, numerate, senza un vicolo, una via traversa, un angolo sghembo, un androne, un nascondiglio (tranne che verso la punta estrema di Manhattan nei pressi del vecchio porto). Certamente i newyorkesi hanno la tendenza a dividere, a squadrare, a razionalizzare. A parte le enclaves etniche,  c'è la zona dei teatri,  quella dei piano-bar, quella degli affari, quella delle librerie, quella dei bazar dell'elettronica, addirittura quella dei parking. Tu puoi camminare chilometri e non trovare un fruttivendolo, ma se ne vedi uno, è certo che nelle vicinanze ce ne sono altri dieci.


È  un concetto totalmente diverso dal quartiere europeo, che riproduce l'antico villaggio, dove c'è un bar, un cinema, la farmacia, il fruttivendolo, il salumaio. Qui tutto tende a concentrarsi. È anche per questa razionalità, per questa squadratura che, mentre Parigi o Londra o Roma ti danno un senso di guscio, di avvolgimento, di ventre materno in cui rifugiarsi e nascondersi, a New York ti senti invece esposto, nudo. Questa sensazione è accentuata dal fatto che qui, più che altrove, gli indirizzi parlano, sono inequivocabili. Ogni pezzetto di Manhattan, per non parlare del Bronx o di Queens o di Brooklyn, dichiara a che classe sociale appartieni.


Mi ha detto una signora italiana che vive a New York da qualche anno: «Qui la prima cosa che ti chiedono non è chi sei e che lavoro fai, ma dove abiti». Altra cosa che è molto evidente è la solitudine.


Negli uomini fermi agli angoli delle strade, nei ragazzi, neri o portoricani, che girano per Broadway, o altrove, con un'enorme radio portatile mandata a tutto volume (li chiamano i ghetto boy), ma anche nei bianchi ben nutriti che fanno footing al Central Park o in Washington square (in tuta, a torso nudo, vestiti come gli pare, incuranti del gelo e della pioggia, cuffie stereo in testa o la radio che tengono in mano mentre corrono), con l'aria intenta, grave, quasi con cattiveria e l'aspetto di chi sta adempiendo ad un dovere sacrificale.


Ma il dramma di New York resta quello di non sembrar vera. Sarà per la mancanza di radici e di storia, sarà per quell'aria di provvisorietà, sarà per l' astrattezza matematica dei suoi grattacieli e delle sue strade, sarà perché l'abbiamo troppe volte vista al cinema o nella pubblicità, ma New York, almeno a noi europei, non pare una città reale. Appare più vera nella rappresentazione. lo mi sono reso conto che ero davvero a New York solo l'ultimo giorno, quando, mentre percorrevo la Fifth avenue, ho visto i famosi grattacieli di Manhattan riflessi in una lucida vetrina.


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