Dostoevskij profeta dei nostri tempi (5 - 6)

http://www.lanuovabq.it/ di Giovanni Moleri

Dostoevskij profeta dei nostri tempi (5 - 6)


Contemplare l'uomo per scoprire il Mistero


Cristo è l’immagine “ridata” dell’uomo: è la sua Bellezza; e la sua Bellezza è comunione e vita di relazione “assolutamente vissuta” con lo Spirito Santo ed il Padre; è il rendersi perfetto nella “volontà del Padre che sta nei cieli”. Arte, creatività, cultura, insomma il lavoro umano, diviene espressione dell’essere individuale universale, della fatica umana, quella di trasfigurare la realtà riportandola al suo creatore.


È il compito della vocazione umana che si fa cultura consacrando il mondo, restituendogli la sua sacralità originaria, riportando la divisione demoniaca all’unità della comunione divina. Così la creatività non diviene semplice copia, riproduzione della natura e della sua necessità meccanicista ma la trasfigura alla realtà ultima, quella del Regno, rivelatasi nella croce di Cristo; la creatività umana diviene contributo al compimento della stessa fatica divina.


Dostoevskij ci conduce alla contemplazione, all’arte delle cose, che si agitano e fremono, avvertendo quel già e non ancora del Regno che viene definitivamente. Per questo le sue opere sono definite apocalittiche.


Il Bello e il compito dell’arte è dunque l’epifania dell’essere, luogo vibrante della presenza umana e divina, che compie la verità di tutte le forme, di tutta la realtà, anche di quella che sembra negare la stessa verità. È inevitabile dunque che il lavoro dell’uomo sarà determinato dallo sguardo con cui egli definirà l’universo vissuto e contemplato. È ancora una questione di fede, di ciò in cui si crede. È il conosci te stesso che da sempre la cristianità lancia come indicazione nella storia: “conosci la tua immagine d’uomo”.


Dostoevskij è ben conscio che contemplare l'uomo non è perdita di tempo e lui non si stancherà mai di far questo perché andando alla sua profondità scopre il mistero che l’umano essere porta in sè. Il disagio del sottosuolo dostoevskjiano altro non è che l’agitarsi nella memoria umana del volto di Dio: esso non trova pace, facendosi lotta nella nostalgia comunque del sempre Altro. Il sottosuolo è l’urlo di Dio nell’uomo che sollecita la libertà e la muove verso la rincorsa della propria fondamentale immagine: la libertà si fa lavoro.


Com'è possibile ricomporre l’immagine frantumata dal soggettivismo e dal peccato originale, dopo che la modernità e il nichilismo hanno tentato di uccidere ed eliminare dalla coscienza dell'uomo quel Dio di cui l'uomo è immagine? Ecco la risposta di Dostevskij nelle vibranti ed ultime parole dello Starets Zosima, rivolte ad Alësa Karamazov prima di morire: “Ricorda, se il grano di frumento caduto a terra non muore resta infecondo, se invece muore porta molto frutto”. Sono le parole di Cristo.


Ed ancora possiamo intuire la sua risposta quando Alësa si trova davanti alla morte del suo maestro. Quando, tutti riuniti attorno al cadavere, ascoltano il Vangelo letto da un monaco, Alësa spossato si addormenta e nel dormiveglia, mentre ascolta il racconto delle Nozze di Cana ha un momento d’estasi: come in un lampo Zosima è vivo, si avvicina come un tempo ad Alësa, gli parla, gli commenta il racconto evangelico. Alësa di soprassalto si sveglia dal sonno e dal sogno e, come soffocato, esce dalla cella mentre il vecchio monaco, il suo buono e dolce maestro è là ancora steso, freddo e rigido, emanando quel puzzo di morto che neppure l’aria della finestra aperta sembra vincere.


Dunque la morte avrà l’ultima parola sulla vita? Ma ecco, l’incredibile, l’impossibile si avvera: “ … All’improvviso egli si voltò bruscamente e abbandonò la cella … la sua anima esaltata anelava alla libertà, allo spazio, all’infinito. Al di sopra della sua testa si estendeva la volta celeste, ampia e sconfinata … la notte scura avvolgeva la terra … il silenzio della terra sembrava confondersi con quello del cielo; il mistero terrestre confinava con quello delle stelle. Alësa improvvisamente, quasi fosse falciato, si prostrò. Non sapeva perché stesse stringendo la terra; non comprendeva perché desiderasse irresistibilmente abbracciarla tutta ma egli la baciava singhiozzando, inondandola di lacrime … bagna la terra con lacrime di gioia e amala. Queste parole risuonavano nella sua anima. Perché piangeva? Non sapeva forse, ma egli piangeva su tutto, anche su quelle stelle scintillanti nell’infinito e non si vergognava … quei mondi innumerevoli sembravano convergere tutti nella sua anima … Avrebbe voluto perdonare tutti e per tutto e domandare perdono non per sè ma per gli altri e per tutto; gli altri lo domanderanno per me!


Si diceva. Anche queste parole gli tornavano alla memoria … si era prostrato debole e adolescente e si rialzava forte e lottatore … Alësa non poté dimenticare più quell’istante: - la mia anima è stata visitata in quell’ora – diceva egli più tardi, credendo fermamente alla verità delle sue parole”.


Tutto è grazia. Commenta De Lubac: “… Non sono forse tutti riuniti attorno ad Alësa quegli esseri le cui estasi ambigue ci avevano lasciati così perplessi? … Sì, tutti sono là, stupiti di ciò che contemplano: Myskin e Kirilov, e Svidrigailov”. Tutti testimoni di quel nuovo parto che madre terra (la Teotokos) sta per compiere in questo loro figlio. Penitenza e sacrificio erano gli insegnamenti dello Starets al giovane monaco Alësa, insegnamenti per entrare nella vita. E lì, disteso a terra, il giovane Alësa prova le doglie del parto verso una vita nuova. 


“L’acqua (delle Nozze di Cana) è il simbolo della penitenza poiché Dostoevskij sa che l’uomo è peccatore. Il cambiamento dell’acqua in vino è segno della divinizzazione dell’essere, il passaggio dalla vita naturale alla vita dello spirito …”. (Si guardino a proposito anche le riflessioni di Unamuno sulle Nozze di Cana). Le Nozze di Cana ne "I fratelli Karamazov" e La Resurrezione di Lazzaro in "Delitto e castigo" sono i simboli del miracolo spirituale e del mistero della nuova nascita che avvengono nella contrizione e che avvengono ancora duemila anni dopo che Nicodemo se ne partì da Cristo.


L’uomo riconosce di non appartenersi, cioè riconosce il bisogno di essere perdonato, perché lui da sé non può darsi la pace. La fine di Stavroghin, cioè del superuomo, segna il massimo livello di questa impotenza umana. Eccolo invece l’uomo nuovo che si veste di festa, che si veste di quel perdono che lui non può darsi e che può solo ricevere. Ecco l'uomo nuovo che urla diffondendo il suo grido in tutto l'universo, in tutta l'umanità: “Perdonami, perdonami …”. È il suono vero delle parole dell’uomo onesto e realista; la voce di un uomo che non vuole smarrirsi nella nostalgia e nella ricerca; voce infine di colui che guarda alla realtà che è Cristo. 


Per quest’uomo nella fede, l’eternità è vicinissima, toccabile, nonostante la contingenza umana di questo piccolissimo essere mischiato nell’universo: “- Karamazov – esclamò Kolia – è proprio vero quello che dice la religione, che noi tutti resusciteremo da morte; che noi ci rivedremo gli uni e gli altri ed anche Ilyushencka? – Sì certo resusciteremo, senza dubbio ci rivedremo e ci racconteremo con allegria e con gioia tutto quello che è passato – rispose Alesa, parte scherzando e parte entusiasta. – Oh come sarà bello! – sfuggì a Kolia …”.


Le parole finali di Dostoevskji ne "I Fratelli Karamazov" restano il suo elevato credo e nello stesso tempo testamento; parole che tracciano la verità della storia personale ed in quella universale dell’umana fatica, dell’umano lavoro che non ci abbandonerà mai fino alla morte: quel lavoro umano di aprirsi alla resurrezione, a quel Altro che “io sono” e che diviene mia gloria.


Uno scrittore profeta dei nostri tempi


Spesso si è detto a proposito di Dostoevskij che fu un profeta, più precisamente il profeta dei nostri tempi. Ancor più, di lui dice Evdokimov: «A che cosa ci servirebbe definire Dostoevskij? Ci basterà dire che egli è attuale, che lo è oggi e che lo sarà domani di più, perché è un fenomeno escatologico del nostro tempo, un commentario vivente dell'Apocalisse».


Il contenuto delle sue profezie è la certezza che «nel deserto della solitudine umana Cristo mai abbandonerà l’uomo». All’uomo che urla la sua angoscia del non senso, al disadattato che non trova ragioni esistenziali, all’uomo morto perché vuoto, Dostoevskij lancia la sua risposta, la sua sfida a quel mondo che apparentemente sta andando alla deriva, verso la sua fine. Il suo grido si alza ancora contro il desiderio umano dell’autodistruzione, dello scetticismo, dell’immanentismo, della noia demoniaca, che toglie vigore al rinnovamento e che sembra condurci nell’immobilità di una vita stanca e delusa della stessa esistenza. 


Dostoevskij parla con parole da innamorato, con le parole di colui che ha cercato di sedurre e di farsi sedurre dalla sua amata, parla con voce piena di emozione e di anelito al suo Dio, a quel Dio che non ha badato neppure alla sua vita per riabbracciare, nelle braccia tese della croce, la sua creatura. In quest’atto di abbandono all’umana stupidità, da parte di Dio, Dostoevskij ritrova e contempla quella bellezza di sé stesso e di tutti gli uomini, e del creato, perché ora anche lui guarda con gli stessi occhi del Risorto.


Mi piace così concludere con le parole di un maestro, Pavel Evdokimov, un uomo che ha cercato di contemplare la bellezza di Dio, contemplando quella dell’uomo; un uomo che per sensibilità si è stretto nell’intuizione e nella conoscenza che fu di Dostoevskji e che, parlando di lui, così scrive:


«… Non è l’esistenza di Dio che tormenta Dostoevskji bensì la sua Sapienza e i rapporti tra Dio e l’uomo: la coesistenza e l’interazione di Dio e dell’uomo nella storia. In definitiva è l’uomo, sono le sue origini, la sua radice celeste, a costituire l’unico tormento della sua anima. Nella cerchia dei rivoluzionari che hanno liquidato Dio, un vecchio ufficiale tentenna e dice: - Se Dio non esiste sono ancora capitano?. È a lui che Mitia risponde: - Viva Dio e la sua gioia divina. Sapere che Dio esiste, è già tutta la vita … io vincerò tutte le sofferenze per dire e ridire ad ogni istante: io sono, io esisto … . L’uomo è attaccato alla sorgente trascendente del suo essere, come l’amore di Dio alla croce.


Gli occhi di Dostoevskij sono coperti da una mano, ma essa è forata, e gli occhi vedono attraverso i fori. Egli scorge il mondo attraverso la mano del Cristo crocefisso, ed è già il mondo visto alla luce del Risorto. La fede, per questo tipo di uomo non può essere credenza, abitudine, certezza, essa è sempre una lotta accanita, una follia, un’angoscia, un’estasi, una violenza dello spirito che si impadronisce dell’evidenza e che, infine, vinto, fa sgorgare questo grido di gioia (l'inno di San Giovanni Climako):  Il tuo amore ha ferito la mia anima ed essa non può sopportare le sue fiamme; io avanzo cantando le tue lodi.


È dunque facile capire che Dostoevskij … turba e non cessa di turbare le anime troppo impiantate nella comodità della tradizione o del conformismo. Egli parla della spiritualità di domani e della realtà dei tempi preapocalittici … non si può vivere secondo l’Apocalisse. Neppure si può vivere secondo Dostoevskij. Ma nessuna lettura della storia o dell’esistenza umana è illuminante al di fuori della sua visione. Egli getta nel mondo quel sale di cui parla il Vangelo e senza il quale tutto è insipido; egli suscita la Bellezza senza cui non ci sarebbe niente da fare su questa terra. La sua fede introduce Dio nell’anima, come il roveto ardente vi ha posto le radici.


Dostoevskij ha cercato con passione, per tutta la vita, di decifrare l’uomo e, alla fine, ha saputo leggere in lui il nome di Cristo. Come San Giovanni Battista il violento, egli è sceso agli inferi e vi ha incontrato il Cristo e, come lui, ha indicato l’Agnello, sole immobile dell’amore. Con la croce, nella croce, egli ha afferrato la scala di Giobbe lungo la quale scendono incontro all’uomo gli angeli ed il Signore degli angeli.


Ha disegnato l’icona della filantropia divina, ha disegnato il sorriso del padre. Tutto il mistero del Dio cristiano è racchiuso in questo sorriso e Dostoevskij ci fa capire che noi avremo tutta l’eternità per contemplare questo sorriso, sempre nuovo come il mattino del primo giorno della creazione … le ultime parole de I fratelli Karamazov con la quale lo scrittore si congeda da noi dicono, con la semplicità dei fanciulli, del regno: "sSenza dubbio resusciteremo, senza dubbio ci rivedremo e con gioia, con allegrezza ci racconteremo tutto ciò che è stato”».


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