A PROPOSITO DI VEGETARIANI

Camillo Langone / Andrew Smith per 'The Conversation'

BRACIOLE ALLA RISCOSSA


Camillo Langone per “il Giornale”


CI eravamo dimenticati della loro esistenza ma eccoli di nuovo fra noi per portarci un po’ di quel sano buon senso che nelle città e nei media pericolosamente scarseggia. Del resto chi meglio di un agricoltore può insegnare a stare con i piedi per terra?


Oggi che perfino i frati hanno voltato le spalle al realismo cristiano per sposare le utopie orientali (alla mensa dei poveri dell’Antoniano di Bologna servono cucina indù-vegetariana) ci voleva la Coldiretti a spiegarci chi siamo, da dove veniamo e dove rischiamo di  andare a sbattere se l’attacco alla carne non verrà rintuzzato.


«Braciole alla riscossa» è lo slogan metà buffo e metà bellicoso con il quale l’organizzazione più contadinesca che ci sia dopo tante battaglie dal retrogusto corporativo finalmente ingaggia una battaglia universale, una battaglia, ebbene sì, di civiltà, che ci riguarda tutti e che mira alla difesa della sempre più violentemente aggredita identità italiana della porchetta e del prosciutto, del cotechino e del bollito, della cotoletta alla milanese e del capocollo pugliese, del salame di Felino (niente paura: è un paese) e del ragù alla bolognese. Per tacere del baccalà alla vicentina: non è che il merluzzo si coltivi negli orti...


Ecco dunque la necessità del contrattacco che inizia stamattina a Torino, al Lingotto, con quella che ufficialmente si chiama «Prima giornata nazionale della carne italiana». L’indirizzo è carico di storia e di simbolismi da decifrare: dove si costruivano automobili oggi si parla di allevamenti e sembra la celentaniana «via Gluck» però al contrario. Ve la ricordate?


«Là dove c’era l’erba/ora c’è una città». Anche abbattendo gli aborriti palazzoni non si potrebbe tornare al prato rimpianto da Celentano, in quel terreno chi volesse nutrire verdemente il pianeta dovrebbe piazzarci una monocoltura di cereali, quelle piante che dal grano al mais e dal riso all’orzo ci fanno sazi e insieme grassi, diabetici e cardiopatici. Ma tanto ecologici.


I contadini della Coldiretti, scarpe grosse e cervello fino, presenteranno anche un dossier sulla peculiare qualità della carne italiana e sul disastro economico che comporterebbe la chiusura degli allevamenti.


Purtroppo temo che questi argomenti non possano convincere ad esempio una Giulia Innocenzi, che a ogni apparizione televisiva fa chiudere una macelleria: lei e il suo pubblico di signorine benestanti che comprano il tofu con la carta di credito di papà non si preoccupano dei disoccupati, si preoccupano del loro ombelico coscienziale. Ma è cosa buona e giusta questa sortita che finalmente mobilita la bistrattata maggioranza silenziosa degli onnivoristi: da oggi la braciola la mangeremo in piazza, patriottici e fieri.


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PERCHE’ NON POSSIAMO DIRCI VEGETARIANI

Andrew Smith per “The Conversation

 

Le piante sono alla base della catena alimentare. A differenza loro, gli animali non riescono a sintetizzare il cibo da soli e sopravvivono nutrendosi di altri animali o di piante. Ma anche le piante mangiano gli animali, prosperano su di loro, perciò ritengo che non si possa essere vegetariani. Lo scrivo nel libro “A critique of the moral defense of vegetarianism”, io che sono stato vegetariano per oltre venti anni e vegano per sei.

 

La frase da ricordare non è: noi siamo ciò che mangiamo, ma noi siamo “chi” mangiamo. Come vive e muore il nostro cibo è importante. E per la proprietà transitiva, siamo anche ciò che il nostro cibo ha mangiato.

 

Mi spiego: le piante si nutrono dalla terra, composta tra l’altro da resti animali, quindi anche chi dice di fare una dieta vegetariana, in realtà mangia qualcosa di animale. E’ impossibile essere totalmente vegetariani. Le piante ingeriscono per sostenersi, consumano in quanto producono, e non gliene può fregare di meno dell’origine di ciò che assumono.

 

Molti citano la sensibilità degli animali come il motivo per cui dovremmo astenerci dal consumarli. Ma le piante sono altrettanto sensibili, reagiscono a ciò che le circonda, rispondono alle esperienze positive e negative, capisci se apprezzano più la musica dei

Led Zeppelin o di Bach.

 

Hanno cinque sensi come noi (e anche di più, una ventina circa), assumono informazioni, le memorizzano, imparano. Inoltre vegetarianesimo e veganesimo non sono sempre eco-friendly, basti pensare a quanta acqua serve per produrre le mandorle mangiate nello snack pomeridiano.

 

Dobbiamo cambiare il nostro rapporto con il cibo, ma in altro modo, e cioè accettando di essere parte di una comunità di essere umani. Mangiamo e siamo mangiati. Il benessere di ognuno dipende dal benessere di tutti.

 

Va bene quindi la agricoltura sostenibile, il modo organico e biodinamico di concepirla, mangiare in armonia con l’ecosistema. Per soddisfare le nostre necessità, dobbiamo curare innanzitutto la terra.

 

Nelle zone in cui è difficile recuperare grassi essenziali, è possibile fare affidamento sugli animali, anche se in modo limitato. La vita è una complessa rete di rapporti interdipendenti fra individui, specie ed ecosistemi. Il ciclo permette alla vita di continuare. Le ossa dei nostri antenati sono diventate concime per far crescere il cibo che ci nutre. Siamo un tutt’uno.


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