ARCHIVIO - CRISI DELLA CHIESA

VITTORIO MESSORI

Un amico editore mi ricordava di recente, dal suo particolare ma significativo punto di vista, la realtà della crisi anche numerica della Chiesa.

Mi diceva, infatti, che il bacino potenziale del libro “cattolico” si è dimezzato nel giro di trent’anni: in effetti, non solo si è assottigliato il numero dei praticanti, ma si sono dimezzati anche i preti, i religiosi, le religiose. E questi costituivano per l’editoria religiosa i migliori “volani”: in effetti, se un libro piaceva a un parroco o a un frate o a una suora con un certo sèguito, erano loro a fare da propagandisti o addirittura ad acquistare un buon numero di copie da distribuire come strumento di apostolato. Io stesso, nella mia esperienza editoriale, avevo misurato l’efficacia di questi benemeriti “strumenti” di diffusione. I quali uno ad uno sono scomparsi e, se continua così, scompariranno.

Le vocazioni al sacerdozio o alla vita religiosa non dipendono dal nostro darci da fare nell’elaborare programmi. Inutile consultare sociologi o impostare campagne di marketing ecclesiale. Non c’è che un mezzo, la preghiera. Gesù ce ne avverte: «La messe è abbondante ma sono pochi gli operai. Pregate dunque il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,37- 38). Siamo dunque davanti all’imprevedibile perché nessuno può misurare la “quantità” e la “qualità” della preghiera che, sola, può indurre il Padrone a suscitare vocazioni. Questo precisato, dobbiamo pur confrontarci – e non sappiamo per quanto, se per un periodo storico o se fino alla Parusia – con un calo costante di personale ecclesiale, a cominciare dai sacerdoti. Per varie ragioni che qui non è il caso di affrontare, mi è sempre sembrato illusoria la prospettiva di chi vorrebbe riempire le nostre assenze importando preti e suore da Africa ed Asia.

Comunque, rispetto ad altri Paesi dell’Occidente, l’Italia ha ancora una situazione relativamente privilegiata. Ma andiamo anche noi verso la situazione francese, belga, tedesca, olandese: giorno dopo giorno, si chiudono non solo istituti religiosi e scuole ma anche parrocchie nelle quali non c’è più alcun sacerdote da inviare. Drammatica, in molti Paesi, anche la situazione delle diocesi: vi sono grandi episcopi ormai semivuoti dove il vescovo (ed è un problema spesso trovare qualcuno adeguato da consacrare) può contare solo più su qualche prete anziano, spesso malandato, dunque è nella impossibilità di assicurare gli elementari servizi diocesani. Quanto ai religiosi, molte congregazioni hanno un solo problema: avere qualcuno, o qualcuna, con ancora abbastanza forze per occuparsi della case che furono per i noviziati o per le opere caritative e sociali e che ora sono trasformate in cronicari per i confratelli e le consorelle che vanno verso la morte. Intanto, l’abbandono forzato delle opere significa pure la fine delle entrate economiche, sicché anche la mancanza di risorse rende ancor più difficile assistere chi è ormai impotente per il lavoro.

Che fare? Occorre, credo, rispettare il mistero del Cristo e affidarsi solo al suo volere, rafforzando la preghiera. Intanto, però, siamo e saremo sempre più obbligati ad organizzarci senza le strutture da “cristianità di massa”, evolvendo verso il “piccolo gregge”. Dunque, pensando ad alleggerire la Chiesa istituzionale.

Ma perché parlarne qui, in un “puntata” dedicata ancora una volta a temi che riguardano la Vergine? Ma perché, da visitatore “sistematico” di santuari mariani – non solo da devoto ma da osservatore attento – mi sono convinto che la rete italiana, europea, mondiale di quei luoghi sacri potrebbe costituire una sorta di “sistema fortificato per la resistenza cristiana”. Quasi delle cittadelle dove attestarci in anni difficili attendendo – se verranno – tempi migliori.

Cerco di spiegarmi: la parrocchia – una per ogni borgo o per quartiere di città – è stata una preziosa “invenzione” cattolica e ha dato, e continua a dare dove ancora è possibile, frutti abbondanti. Ma ora, la progressiva scomparsa di quella valorosa “fanteria della Chiesa” costituita dai parroci e dai loro aiuti ci costringe – e ci costringerà sempre più – a chiuderne una dopo l’altra. Chi viaggia, ad esempio, nella provincia francese resta colpito e, se credente, addolorato, attraversando uno dopo l’altro decine di paesi dove il parroco non c’è più e quella che fu la chiesa parrocchiale è chiusa o affidata a qualche laico volenteroso per aprire ogni tanto le porte e per assicurare un minimo di manutenzione. I praticanti superstiti, la domenica, salgono in auto e fanno magari lunghi tragitti per raggiungere un luogo dove un abbé, di solito anziano, celebra una Messa. Finché, ovviamente, morte o malattia non porti via anche quell’ultimo consacrato per amministrare i sacramenti. Quasi ovunque non c’è più nessun prete che abbia tempo e forze per celebrare i funerali, che sono così ridotti a una breve cerimonia gestita da laici volenterosi. Quando si trovano.

In Italia non siamo ancora a questo, ma il trend calante, che dura ormai da decenni, sembra indicare che ci arriveremo. Se e quando verrà quel giorno, occorrerà (non è che una mia proposta del tutto personale, è chiaro) darci dei luoghi di appuntamento e di riunione. Concentrare, cioè, le forze superstiti dove i “servizi” spirituali cristiani siano assicurati. Dove ci siano non soltanto messe quotidiane – oltre che ovviamente festive – ma anche confessori, catechisti, magari studiosi cui rivolgersi per dubbi e problemi di fede e anche fratelli e sorelle laici per ridarci il senso comunitario della Chiesa.

Un librone degli anni Sessanta che sta nella mia biblioteca ha per titolo I mille santuari mariani d’Italia. In realtà, i santuari descritti ed illustrati nel librone in questione sono oltre 1.200. Ma si tratta – spiega l’introduzione – solo dei “maggiori” ed altri 300 “santuarietti” minori sono citati. Una rete impressionante che copre ogni diocesi di ogni regione italiana. Dio può, ovviamente, rovesciare la situazione e darci una fioritura vasta e improvvisa di nuove vocazioni, ma se il deserto continuerà, perché non ipotizzare di “fortificarci” in quei luoghi? Intendiamoci, “fortificarci” per modo di dire: con le porte spalancate a chiunque voglia entrare ed uscire. Luoghi, comunque, dove potere ancora dire ai fratelli in umanità, anche, se non soprattutto, a quelli in ricerca: «Vieni e vedi!».

Se penso ai santuari mariani come baluardi è ovviamente e innanzitutto per ragioni di fede: come la proclamò Paolo VI durante il Concilio, Ella è la Madre della Chiesa, dunque è Colei attorno alla quale stringersi quando i tempi si fanno difficili proprio per questa nostra Chiesa stessa. Ogni santuario poi è una icona della fede popolare e “gratuita”: è nato dalla devozione di tutta la gente di un luogo, non rispondeva ad alcuna necessità “pratica” (come avvenuto invece per le parrocchie) ma è stato costruito come segno di amore, di devozione, di ricordo di una grazia elargita dalla Madre. Per erigerlo, anche le comunità più povere hanno dato tutto quanto potevano, dunque spesso è bello (e la bellezza, lo sappiamo, nella prospettiva cristiana è legata alla Salvezza) o almeno dignitoso, se non commovente nel tentativo di fare con il poco che si aveva il meglio per onorare Maria. Bello è quasi sempre anche il luogo dove è stato costruito: e anche la bellezza della natura, alla pari di quella dell’arte, è un sostegno per la fede.

Ci sono poi altre ragioni pratiche, basate sulla esperienza dei Paesi dove già si sono chiuse decine di parrocchie sistemando in una sola i pochi preti superstiti. Ne sono nate proteste e magari inimicizie tra i vari comuni: perché da loro e non da noi? è stata la domanda generale. La scelta dei santuari, invece, sarebbe non solo compresa ma anche – ne sono certo – apprezzata. Sono, da sempre, luogo di attrazione e di frequenza per tutto un vasto territorio. E la loro rete è abbastanza fitta da permettere a chiunque di giungervi almeno la domenica, visto che la motorizzazione è oggi sin troppo di massa.

Molti santuari sono gestiti, magari da secoli, da famiglie religiose che ormai hanno spesso più case ed opere che uomini e donne. Varrebbe la pena di un atto di coraggio, dettato comunque dalla necessità: liberarsi di altre opere e concentrarsi nell’opera oggi maggiore di carità, quella della pastorale, dell’annuncio della fede e della amministrazione dei sacramenti. E il luogo di concentrazione di quanto resta potrebbero essere proprio il luogo o i luoghi mariani dell’Ordine o della Congregazione. Ma vorrei andare oltre in questa mia prospettiva – forse utopica, forse realistica – per un possibile futuro.

Se, cioè, il baricentro della vita cattolica diventassero i 1.500 “luoghi mariani” solo in Italia, perché in uno di essi, per ogni diocesi, non potrebbe trasferirvisi il Pastore di quel lembo di Chiesa? Dicevamo dei grandi episcopi sempre più vuoti, spesso in palazzi artistici e dunque con grossi problemi e spese di manutenzione. Palazzi dove il vescovo si aggira tra corridoi e stanze deserti. Non si pensi che drammatizzi: basta una puntata in certe zone d’Europa per convincersi che non è così e che, prima o poi, potrebbe capitare anche in questo nostro Paese, che pure è al centro della Chiesa.

Pure da noi, sono sbarrate intere ali di grandi edifici da dove si amministrava una Chiesa di massa. Ebbene, il concentrare in un luogo significativo le forze superstiti significa anche metterle a disposizione del vescovo e, dunque, della vita diocesana, dove non tutto è burocrazia della quale si può fare a meno ma è lavoro necessario per la concreta vita cristiana. Accanto al vescovo potrebbe poi sorgere un piccolo seminario per le superstiti vocazioni che permettano non si spenga il lucignolo fumigante.

Qualcuno, nella Chiesa stessa, ha pensato in questi anni che i santuari mariani non fossero che anacronistici avanzi del passato. I teologi “adulti” li ignoravano, i sociologi clericali li mettevano nella categoria inferiore, quella della “devozione popolare”, da scrostare e non certo da incoraggiare. Lettura della Scrittura e dei teologi aggiornati, impegno sociale e politico, altro che pellegrinaggi, processioni e rosari davanti a qualche vecchia statua o affresco! Per fortuna, quel che resta del “popolo di Dio” non ha dato loro retta. E chissà che questa ricchezza del passato, questa grande rete ancora – grazie a Dio e al popolo – intatta, chissà non si riveli anche il rifugio per il futuro, sotto il manto materno di Maria?


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