Dichiariamo guerra all'Isis E non lo combattiamo

di Gianandrea Gaiani http://www.lanuovabq.it/

Uno dei paradossi più stridenti evidenziato dagli ultimi attentati dei terroristi islamici a Parigi e Bruxelles è rappresentato dall’impotenza apparente di un’Europa rivelatasi incapace di combattere ma che ha assunto la responsabilità di “dichiarare” guerra al Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi senza avere né la volontà, né forse la capacità di affrontarla.


Nell’estate del 2014, quando i miliziani dell’Isis conquistarono Mosul proclamando il Califfato su ampi  territori iracheni e siriani, gli Stati Uniti si posero alla testa di una Coalizione internazionale tesa a mobilitare forze militari per combattere lo Stato Islamico. Alla Coalizione hanno aderito più o meno tutti i Paesi europei che inviarono nuclei di istruttori e armi alle milizie curde che fronteggiavano l’offensiva dell’Isis.


Le operazioni d’attacco sui territori in mano al Califfato vennero affidate a una forza aerea composta dai jet di diversi Paesi: Francia e Gran Bretagna schierarono una decina di aerei da combattimento ognuna subito impegnati nei raid aerei insieme a reparti minori (4/6) velivoli offerti dalle altre aeronautiche europee inclusa quella belga che ha schierato in Giordania 6 F-16. Solo l’Italia ha messo in campo 4 bombardieri Tornado basati in Kuwait, ma disarmati e utilizzabili solo per ricognizioni. Posizione poco bellicosa imitata pochi mesi or sono dalla Germania che ha mobilitato aerei dello stesso tipo e ugualmente privi di armi.


Come sottolineò all’epoca l’ex ministro della Difesa italiano Arturo Parisi, l’adesione alla Coalizione, l’invio di aerei, armi e istruttori in Iraq e dintorni ci ha reso belligeranti contro lo Stato Islamico, ammonendo circa tutte le possibili conseguenze di quel gesto. Un monito ancor più valido per Paesi come il Belgio che hanno condotto azioni d’attacco. Nella prima fase della missione, tra l’ottobre  2014 e il luglio 2015, i sei caccia belgi hanno effettuato 796 sortite in 163 missioni d’attacco sull’Iraq (pari, secondo il Ministero della Difesa di Bruxelles, al 5,5% di quelle effettuate dall’intera coalizione in quel periodo). La prossima estate, se gli attacchi terroristici a Bruxelles non indurranno a modificare la pianificazione, è previsto che i jet belgi tornino a volare sull’Iraq avvicendando il contingente aereo olandese.


Le fonti militari non hanno riferito quante bombe siano state lanciate contro lo Stato Islamico, ma se anche fosse stata una sola per ogni missione si tratterebbe di quasi 200 ordigni. Molte di più delle tre fatte esplodere a Bruxelles dal commando suicida dello Stato Islamico. Il dato impressionante è però un altro. Il Belgio come tutti gli altri Paesi della Coalizione stanno conducendo da oltre un anno e mezzo una guerra ben poco incisiva contro l’Isis, fatta di raid aerei blandi e mai risolutivi. Non dovrebbe quindi stupire il fatto che il Califfato risponda cercando di colpire il territorio nemico, non avendo aerei da guerra, con i kamikaze.


Eppure lo stesso concetto di guerra avrebbe dovuto consigliare l’adozione di misure di sicurezza adeguate fin dall’adesione alla Coalizione internazionale. Sul fronte bellico, ogni Paese aderente avrebbe dovuto mettere in campo il più alto potenziale distruttivo disponibile, incluse forze terrestri da combattimento, per annichilire il nemico nel minor tempo possibile anche per disarmare la narrativa propagandistica dell’Isis che da solo combatte "eroicamente" contro le maggiori potenze mondiali. Sul fronte interno ogni Stato della Coalizione avrebbe dovuto espellere o arrestare imam e predicatori salafiti che incitano ed educano al jihad, mettere in galera tutti i foreign fighters al loro rientro dalla Siria, espellere tutti gli immigrati islamici sospettati di collusione con gruppi eversivi e simpatie per la causa jihadista, punire col carcere e la perdita dei diritto a usufruire delle prestazioni dello Stato sociale tutti i fiancheggiatori e i simpatizzanti dell’Isis.


Invece in Europa non abbiamo fatto nulla di tutto questo: non abbiamo fatto una guerra vera e incisiva sui campi di battaglie del Medio Oriente e non abbiamo imposto un giro di vite nei confronti degli estremisti che vivono da noi. Anzi, favorendo la massiccia immigrazione clandestina con il contributo delle flotte italiana ed europea impiegate in compiti che sembrano ormai di “traghettamento” dell’intera popolazione africana, abbiamo arricchito ulteriormente i jihadisti che lucrano sui traffici illeciti di esseri umani.


In pratica abbiamo dichiarato guerra all’Isis senza quasi rendercene conto, per poi trovarci oggi a reagire con le lacrime della Mogherini (un bel regalo alla propaganda dell’Isis) a un attacco terroristico che rappresenta la risposta militare del nemico. Infatti la rivendicazione dell’Isis parla di “punizione” inflitta al Belgio per il suo ruolo nella Coalizione anti-Isis. In termini militari la risposta più indicata sarebbe una violenta rappresaglia su Raqqa o altre città in mano al Califfato (come fecero i giordani dopo il rogo del loro pilota), ma vedrete che non se ne farà nulla. Neppure la Francia, dopo le promesse di “sterminio senza pietà” pronunciate dal presidente Hollande in occasione della strage a Parigi del 13 novembre, ha mai messo in atto vere rappresaglie. Non abbiamo la capacità politica e sociale di fare la guerra né di uccidere il nemico, tanto meno con operazioni che mieterebbero anche vittime civili. Civili come i morti di Bruxelles o di Parigi.


Anche sul fronte interno, nessuno ordinerà di ripulire i tanti Molenbeek d’Europa da imam jihadisti, salafiti e fans del Califfato, un po’ per paura di affrontare rivolte che degenererebbero in guerriglia urbana e un po’ per non rischiare di apparire xenofobi o islamofobi. Meglio non farsi illusioni su questa classe dirigente europea, inetta e impaurita, incapace persino di respingere al mittente i barconi di immigrati clandestini il cui traffico arricchisce i jihadisti. Resta solo da chiedersi, di fronte a questa manifesta incapacità di affrontare la guerra al Califfato, se qualcuno ci può almeno spiegare perché l’abbiamo dichiarata.


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