Noi come quel Cristo verde - ARCHIVIO

MASSIMO FINI

All' inizio degli anni Cinquanta lessi su Tempo Illustrato, fondato e diretto da quel genio dimenticato del giornalismo italiano che è stato Arturo Tofanelli, un articolo di Curzio Malaparte sul Cristo crocefisso della pala di Isenheim di Matias Grunewald, che i trova nel museo di Unterlinach, a Colmar, in Alsazia.


Lo scrittore era rimasto profondamente impressionato da quest' opera, che è anche chiamata il Cristo verde o il Cristo putrefatto, e io, bambino, dalla sua descrizione.


Così quando, parecchi anni dopo, ebbi la macchina mi recai, in una delle mie prime scorribande oltrefrontiera, a Colmar. E fu un viaggio magico. Colmar, una delle tante «piccole Venezie» del nord, sta sulla sponda francese del Reno, sotto un circo chiaro, lieve, di un azzurro quasi trasparente e le sue rive, per chi viene dalla Germania, di cui il fiume segna il confine, appaiano, nella bella stagione, dorate e verdi, dello stesso colore del Resling e del Traminer. A Colmar il mondo latino e quello gotico si incontrano e si fondono e ci sono anche tracce della cultura bizantina e legami misteriosi col nostro adriatico.


Attraversato il chiostro di Unterlinden, che è uno dei chiostri gotici più belli d'Europa, si entra nel Museo, che in antico era il refettorio dei monaci benedettini, e ci si trova subito davanti il Cristo di Grünewald. La composizione è quella tradizionale. Ai piedi della croce, sulla destra si trova la Madonna, in veste bianca, accasciata fra le braccia di Giovanni, una minuscola Maddalena, al centro l' Agnus Dei grondante sangue, mentre alla sinistra il Battista, con un libro aperto in mano, indica la sofferenza del cristo, lui pure piuttosto indifferente.


Ma tutte queste figure, pur mirabili se osservate singolarmente, scompaiono di fronte a questo Cristo gigantesco, immenso, che si staglia su un cielo scurissimo, compatto come un muro di mattoni neri. La testa è caduta sul petto, la bocca spalancata in un grido gelato dalla morte, le labbra sono già molli, la pelle verde e marrone, ha il colore e la rigidità delle lucertole stecchite, un rivo di sangue si è raggrumato sul costato.


E un'immagine spaventosa, che richiama gli impiccati, gli assassinati, i morti per fame e per sevizie che avrei avuto modo di vedere in seguito nel mio lavoro di giornalista. Non c' è nulla di divino in questo Cristo, se non nel senso profondo che Dio altro non è che l'immagine della sofferenza dell'uomo.


E un Cristo umano quello di Matias Grünewald. Forse anche troppo umano perché in lui, oltre la sofferenza, ci sono le nostre miserie, i nostri delitti, le nostre viltà, le nostre colpe, le nostre turpitudini, e insomma tutto il marciume di cui anche è fatto un uomo. Mi ha sempre colpito l'abisso che c' è fra gli artisti nordici del Quattrocento e del Cinquecento (la pala di Isenheim è dell'inizio di questo secolo) e i nostri grandi del Rinascimento. In Raffaello, in Botticelli, in Michelangelo, in Leonardo l'inquietudine, quando c'è (e in Michelangelo e in Leonardo c' è sicuramente ), viene ricomposta in un' armonia superiore.


Sono in tutto e per tutto, per quanto geni, uomini del loro tempo. Grünewald, Durher che fu suo allievo, Cranach, Bosch, per quanto, all'apparenza, più medioevali e rozzi, sono avanti di cinque secoli. Bosch anticipava la psicoanalisi, il surrealismo, la pittura onirica di Dalì, lo sguardo ai raggi x, lucido e spietato, di Kafka.


Nella bocca atrocemente spalancata del Cristo di Matias Grünewald c' è già L'urlo di Munch.


Ci sono nell'opera degli artisti gotici tutte le ansie, le angosce, le nevrosi, le paure, i terrori, la putrefazione della modernità.E io il Cristo di Matias Grünewald lo metterei nelle aule scolastiche dietro la cattedra del professore, se proprio ci si vuole tenere qualcosa, al posto dei Cristi oleografici o miserelli che si vedono abitualmente.


Ne farei una gigantografia. Perché quel Cristo putrefatto, orribile, sconciato, rappresenta ciò che noi oggi veramente siamo, dietro le rutilanze, i grandi giocattoloni, le immagini patinate, le invenzioni tecnologiche, le conquiste della scienza, le Borse, i computer, Internet e il denaro, la più astratta e la più morta di tutte le cose, che scorre a fiumi illudendoci d'esser nel Paese di Bengodi e nel mondo dei balocchi. Il Cristo putrefatto di Matias  Grünewald è il nostro ritratto di Dorian Gray.


Dice ciò che veramente siamo sotto la nostra folle e incontenibile ùbris*: soli, abbandonati da Dio e da noi stessi. * Ùbris è una parola greca che significa tracotanza, insolenza, alterigia, prepotenza, oltraggio, sfrenatezza, superbia. Il prefisso ù vuol dire in alto e briaròs vuol dire forte. Ma briaròs corrisponde anche al gigante Briareo, dalle cento braccia e le cinquanta teste, che secondo una leggenda si ribellò agli dei, fu da questi fulminato e sepolto sotto l'Etna dove, come si vede, ancora combina guai. Ed è in questa accezione, che fa riferimento a Briareo, che il termine ùbris viene usato modernamente (per esempio da Nietzsche): sta a significare la smisurata superbia dell'uomo che vuol farsi pari agli dei e da questi viene punito



Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I pi¨ letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext