Dostoevskij (3 - 4)

http://www.lanuovabq.it di Giovanni Moleri06-03-2016

Sonja, la domanda sul dolore si fa fede 


Nei romanzi di Dostoevskij , Dio parla attraverso gli avvenimenti, i fatti, le situazioni, che si fanno parola e Provvidenza per chi li vive e per chi li legge. Nell’opera di Dostoevskij c’è una figura rilevante che mostra quanto il silenzio di Dio sia la voce dell’uomo. Voce che, se parlasse apertamente, schiaccerebbe all’istante ed in ogni attimo la possibilità umana di libertà. In particolare c’è una donna, tra le altre, che lambisce in modo iconico alla Theotokos, la Madre di Dio, la Madre di tutti gli uomini. Il suo nome è Sonja Semjonova Marmeladova.


È l’icona della santità che supera il bieco sentimento moralistico del pensiero comune perbenista su cosa sia moralmente buono.


Figlia di un fallito e alcolizzato, Semion Marmeladov, alla morte di questi, come unica eredità, ella assume su di sé la sopravvivenza dei fratelli e della matrigna, Katerina Ivanovna, ormai consunta dalla tisi. Rimasta orfana, infatti, si prostituisce per dare un “tozzo” di pane ai suoi fratelli. 


Il suo destino si lega a quello dell’omicida Raskòlnikov, studente squattrinato che si è macchiato della colpa di aver ucciso un’usuraia in nome di un potenziale mondo nuovo, da realizzarsi con le possibilità economiche raggiunte attraverso tale delitto.

Ma chi è in verità Sonja? Quali sono i suoi tratti caratteristici? Ed infine, quale immagine metaforica esprime nel tracciato Dostoevskiano?


Innanzitutto ecco come gli occhi di Raskòlnikov la incontrano la prima volta: "… era una ragazza modestamente, quasi poveramente, vestita … sembrava una bambina, modesta e serena nei modi, con un viso sereno, ma come un po’ spaurito … non la si poteva neppure dire bellina ma i suoi occhi celesti erano così limpidi e, quando si animavano, l’espressione del viso diventava così buona e semplice che involontariamente ci si sentiva attirati”.


Molti sostengono che, protopaticamente, qui Dostoevskji tracci, secondo il metodo dell’icona, il volto e la figura di questa donna. Se ciò fosse vero ci sarebbe l’intenzione di porci dinnanzi ad una rappresentazione sacra di questa figura di donna. Il romanzo, apparentemente in contraddizione con tale ipotesi, ci dice che ella svolge il lavoro di prostituta, cioè un lavoro di peccato, di cui ella, non solo è accusata, ma del quale è oltremodo consapevole. Ma questa condizione disonorevole sembra non toccare una certa sua purezza, il suo offrirsi per i "suoi piccoli".


"Ma dimmi dunque, una volta per tutte – proferì Raskolnikòv – come mai una simile vergogna e tanta bassezza possono trovare posto in te accanto ad altri opposti e sacri sentimenti? Sarebbe più giusto, vedi, mille volte più giusto e più ragionevole gettarsi a capofitto nell’acqua e finirla di colpo”. La risposta di Sonja è semplice, lapidaria, altruista: “E di loro (dei miei piccoli) che sarebbe?”. Forse parecchie volte è stata colta dalla tentazione di farlo ma ha deciso sempre per gli altri, con estremo realismo: la sua morte sarebbe costata altra sofferenza. Così accetta su di sé, almeno in parte, la sofferenza altrui. 


Questa condivisione del destino altrui, questo farsi carico dell’altrui croce, fino a morirne (poiché ella sembra apparentemente soccombere nell’identità e nell’amore), nel suo lavoro quotidiano ha una forza che la redime, che la fa risorgere, che non l’abbandona mai, anzi che la muove senza risparmio a pietà del volto umano scaraventato nel sottosuolo. 


Raskòlnikov le confessa il suo delitto e lei, di pari punto “… balzò su e, torcendosi le mani, andò fino al mezzo della stanza ma poi tornò a sedersi sul letto, spalla a spalla con quella di Raskòlnikov. D’improvviso mandò un grido e si buttò dinnanzi a lui in ginocchio: - che avete fatto? Che avete fatto di voi? – disse disperatamente e, balzata in piedi, gli si gettò al collo, lo abbracciò e lo strinse forte forte con le mani … - No, ora non c’è uomo al mondo più infelice di te - … ed ad un tratto si mise a piangere … Raskòlnikov sentì un sentimento che egli da tempo più non conosceva che affluì in un’ondata nella sua anima e di colpo si riaddolcì“.


E più in là ancora, quando Raskòlnikov racconta la teoria che giustifica il suo omicidio, Sonja, senza turbamento e con grande decisione, gli grida: “Tacete, tacete! Vi siete allontanato da Dio e Dio vi ha colpito, vi ha abbandonato al Demonio”. C’è in Sonja un riferimento preciso che dà i termini del limite al potere dell’uomo, che dà i termini della perdita del senso vero dell’umanità, che sa guardare, oltre l’apparenza, la realtà umana: il riferimento a Dio.


“- Tu dunque preghi molto Dio, Sonja? – le domandò. Sonja stava in piedi, taceva, accanto a lui che aspettava una risposta. – Che sarei mai senza Dio? – sussurrò ella rapida, alzando gli occhi su di lui tutto d’un tratto scintillanti, e gli serrò forte la mano nella propria. – E Dio cosa fa per te? – domandò ancora egli. – Tacete! Non fatemi domande. Voi non siete degno. – gridò ad un tratto, guardandolo severamente e con collera. – Tutto fa! – ella sussurrò abbassando gli occhi. (È la stessa risposta che il capitano dà nel romanzo “I Demoni”: "Se Dio non esiste come potrei io essere capitano?”). 


Vi è ancora un tratto della natura di Sonja che emerge da tutto il romanzo di Dostoevskji. Ella sembra avere un forte ascendente, oserei dire una seduzione su chi l’avvicina. Un fascino che disarma chi la incontra, ma la sua bellezza è il suo Dio. Dice P. Evdokimov: “Il mondo non esiste se non perché è amato e la sua esistenza testimonia del Padre che ha tanto amato il mondo" (come è scritto in Giovanni 3,16). Potremmo dire di Sonja altrettanto. Nel romanzo, lei ha tanto amato il mondo al punto di essere dove la vita le chiede di essere. 


Dice Romano Guardini: “Ella è là, dove, secondo la parola di Cristo, si trovano gli umili e i reietti, i pubblicani e i peccatori. Tra lei e Cristo c’è un’intesa, essi hanno un segreto comune. Questo gli conferisce autorità, di questo ella vive. Di qui le viene quella chiarezza interiore che le vieta di lasciarsi andare a Raskòlnikov, quantunque ella ora lo ami”. Così, con questa forza, ella parte, quasi rifiutata da Raskòlnikov, con lui per la Siberia, dove diviene madre dei carcerati (“… rammendava loro i calzini”). E là, nel silenzio in cui Raskòlnikov la lascia e in cui lei discretamente si mette, ella pone un seme, un inizio in cui la libertà di Raskolnikov si possa trasformare in conversione: una bibbia, che egli non ha ancora aperto perché troppo convinto di sé. Ciò che le parole di Sonja ci dicono, l’immagine ce lo mostra silenziosamente. Così Sonja diviene testimone annunciatrice del suo credo, dell’amore che ha nel cuore, che sa dare luce e rendere buono ciò che era buio e nel male.


Chi legge il romanzo, davanti a Sonja prova un senso di profonda meraviglia: ella trasfigura, sa cogliere la verità nel cuore dell’uomo perché di essa si nutre, come Miskin ne “L’idiota”. Luce, Verità, Dolcezza, Bontà, Compassione e Carità, rendono bello ciò che lei è e ciò che è la sua vita. Sonja si piega sul mondo per servirlo e per dare in tal modo gloria a colui che per lei fa tutto. Sonja sembra essere agli occhi di Dostoievkij la Bellezza sofianica del senso, cioè ella è la personificazione della Carità. Guardando Sonja Marmeladova si comprende l’affermazione di Dostoevskji: "La Bellezza della donna salverà il mondo”.


A volte Sonja ci appare talmente limpida nella sua personalità e nella donazione gratuita di sé che ci sembra rasentare la follia, quella dei Santi in Dio, nonostante la contraddizione. “Che sarei io se Dio non ci fosse? Lui che fa tutto per me!”. In questa frase Sonja raggiunge i vertici della sua vera natura, della sua grande Bontà, infine della sua incredibile Bellezza, che la rende collaboratrice del lavoro di Dio: essere madre, nella stessa forma in cui lo è la Chiesa, generatrice (Raskòlnikov rinasce a vita nuova grazie a lei), unificatrice (i carcerati sembrano essere dei bambini intorno alla gonna della madre), paziente nella carità (Sonja attende nel silenzio la conversione di Raskòlnikov, confidando nella Provvidenza: “Ma io non posso conoscere la Provvidenza Divina e perché domandate quello che non si può domandare? Perché queste domande vuote?”), semplicemente essere pronta.


Che ci stiamo a fare qui? Che senso ha essere? Che vale soffrire e amare? Queste domande poste sin dall’inizio, in Sonja prendono e spalancano ad una visione altra da quella che in Ivan Karamazov genera la “rivolta contro Dio”. In Sonja si fanno fede.


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La Bellezza, sete dell'uomo e del suo essere




Una certa mentalità platonica, che pervade tutta la storia della filosofia estetica occidentale, affermerebbe che la Bellezza e la Perfezione è solo dell’ideale. La storia contemporanea mostrerebbe, come sostiene Han Urs von Balthasar, che l’ideale, da noi, come nel resto dell'Europa civilizzata, da molto tempo non è fisso e sicuro. L’affermazione funzionerebbe se presa a sé come l’impossibilità di rintracciare nella storia un certo “qualcosa” che possa intendersi oggettivamente. 


Il mondo e la realtà sono divenuti relativi e ciò che un tempo si definiva “bello” ora è semplicemente “piacevole” e ciò che era "vero" ora è un'opinione tra le altre. Ma Balthasar continua: «Esiste nel mondo una sola ed unica figura positivamente Bella: Cristo». Sembra l’eco delle parole di Dostoevskij. Cristo, il figlio di Dio fatto uomo, lo sconfitto nella sua stessa innocenza e "follia", lo scandalo in cui “tutto si ricapitola”, è l’immagine materiale del Perfetto, del Bello, dell’uomo in Dio.


In Cristo l’ideale si fa carne. Il dato di partenza, senza il quale nessuna parola avrebbe senso in tutto l'universo, è l’uomo: essere sofferente per antonomasia. L’esperienza limite quotidiana dell’essere umano è il disagio. Questo è anche il motore che lo fa agente e trasformante per il solo fatto di esistere. L’uomo è un lavoratore, la sua vita è un perpetuo lavoro volto a trasformare se stesso e la realtà circostante. Così la storia dell’umanità, da sempre e per sempre, ci fa percepire d’essere stranieri, non solo a ciò che ci definisce e ci circonda materialmente, ma anche a ciò che abbiamo di più intimo in noi.


Stranieri! Se così fosse quale sarebbe la nostra terra? Che facciamo noi qua? Da sempre, voglio dire, l’esperienza comune all’intera umanità, verificabile a tutti i livelli (anche nell’aspetto scientifico tecnologico, non che culturale e artistico), è vissuta nell’unico orizzonte di una profonda ed indubbia nostalgia. Sostenere ciò fa emergere una mancanza: l’essere umano è profondamente mancante, soprattutto di sé!


Ma cosa manca? Di certo ogni possibile risposta diviene definitiva, cioè strutturale; noi ci adeguiamo, ci identifichiamo con essa, anzi diventiamo immagine, rappresentazione, della nostra opzione fondamentale: noi siamo ciò che nel profondo si fa nostro credo.


C’è un’esperienza sentimentale che accomuna ogni artista all’esperienza della maternità, quella di mettere alla luce una creatura comunque profondamente amata. Non è tutto, essa comunque sia, biologicamente porta con sé caratteristiche somatiche e biologiche del suo creatore, cioè del suo credo. Questo avviene nella carne per una madre che dà alla luce un figlio, nei colori per un pittore, nei personaggi-simbolo e nelle azioni drammatiche per un romanziere. Ogni cosa porta i cromosomi del proprio creatore. Dall’inizio dei tempi, tale fenomeno si ripercuote e si ricrea su ogni evento umano, sull’esempio del Primo Creatore (come scritto nella “Genesi”).


Ecco l’uomo! Ecco la sua natura ontologica, la sua impensabile potenza: la creatura si fa creatrice, partecipando così alla stessa potenza e creazione divina. Dio infonde nell’uomo parte della sua stessa natura come in Cristo “vero Dio è vero uomo”. Dio chiama l’uomo a lavorare con sé, a continuare la creazione, ad essere artista. San Paolo dice: “Noi siamo operai con Dio”. Ma questa sostanza, destino e comunione nella creazione è offuscata dal peccato dell’origine. La potenza donata all’uomo, la sua libertà, si fa solitudine nella dissociazione tra sé ed il Padre. L’oggettività, il centro fisso delle cose e dell’universo, è persa.


La storia dell’uomo è segnata dalla decadenza, dal relativismo e dalla dimenticanza, fino ad un'ulteriore accentuazione della sofferenza primaria, quella dello straniamento, per divenire sofferenza della dimenticanza, per divenire nostalgia del "Dio sconosciuto". L’uomo ha dimenticato Dio e continuamente lo dimentica, perdendo così i tratti della propria essenza. Dio è Creatore, Poeta dell’universo, e l’uomo gli somiglia in quanto anche lui è creatore e poeta a suo modo. S. Clemente di Alessandria, più ancora, arriva quasi all’identificazione nella somiglianza: «L’uomo è simile a Dio perché Dio è simile all’uomo».


La conseguenza che tira Pavel Evdokimov, a partire dagli scritti dei Padri della Chiesa, è che Dio aveva un modello ispiratore della Bellezza universale ed umana: «Dio scolpiva l’essere umano mirando nella sua Sapienza l’umanità celeste di Cristo». Dio Padre costruisce l’identità umana a partire dal Figlio, per opera dello Spirito Santo «… Poi alitò su di lui».


Qual è allora il lavoro dell’uomo nella, e sulla, storia? Fare memoria di se stesso a se stesso e all'umanità intera; fare memoria all’uomo dell’uomo. Storicamente, nella Scienza e Saggezza Divina, Dio sempre ha cercato l’uomo e ha tentato pedagogicamente e pazientemente di recuperarlo a sé, finché la Provvidenza creatrice del Padre, come dice ancora Evdokimov, “inventa” l’incarnazione di Dio stesso perché «la creazione  dell’uomo, immagine di Dio, aveva per scopo l’incarnazione, primo ed ultimo grado di comunione fra Dio e l’uomo».


Ed ecco così che il mistero di Cristo si fa rivelazione umana «… Se vi è la nascita di Dio nell’uomo (Natività), vi è anche la nascita dell’uomo in Dio (Ascensione)». È la ragione data da Cristo a Nicodemo nel loro incontro notturno; è la fede senza la quale non si può rinascere. L’uomo e la sua storia entrano nel più profondo dinamismo esistenziale, quello che l’incoscienza umana scopre come desiderio nostalgico e quello che la coscienza cristiana trova come Grazia. «L’uomo è il volto umano di Dio», perciò «Dio dona all’uomo la sua immagine», il volto di Cristo. La propria memoria è il lavoro vissuto, non solo ad un livello imitativo ma di comunione: «È mai possibile una seconda creazione, che l’uomo nasca due volte?» è la domanda di Nicodemo al Cristo; quella della speranza cristiana.


Con Cristo si nasce una seconda volta nel suo stesso destino: «Divenire stirpe di Dio», come era in principio. La vita si fa dramma in cui i due protagonisti affrontano la vicenda di ritrovarsi. Non è solo la nostalgia umana di Dio ma anche quella di Dio dell'uomo: Dio ha nostalgia di Noi. È la Teodrammatica. Ecco perché Dostoevskji afferma che la Bellezza è salvatrice. Egli percepisce lo spessore ontologico della Bellezza, che non è una maschera, una forma esteriore, ma la sete dell’uomo e del suo essere. 

Egli intuisce ciò che la stessa tradizione dei Padri della Chiesa aveva elevato a credo, e anche lui ripete la loro stessa fede, cioè che il Cristo è la manifestazione di Dio e la Rivelazione dell’uomo al di sopra di ogni altezza: «Credere che non esista nulla di più bello, di più ragionevole, di più profondo, di più amabile, di più coraggioso, di più perfetto del Cristo: non solo non c’è ma non potrà mai esserci». 


Sono le parole di un uomo che è passato attraverso la sofferenza, attraverso la passione, ed infine attraverso il dubbio. Leggiamo nei suoi diari: «In tutto l’Occidente non c’è mai stata una forza d’espressione atea come quella da me descritta. Non dunque alla stregua di un bimbo io credo nel Cristo e lo professo ma il mio Osanna è passato attraverso il grande crogiuolo del dubbio». Così la storia dell’umanità, il suo senso, s' intrecciano tra l’uomo e Dio, in un lavoro comune che ha lo spazio profondo della Beltà. Leggiamo ancora ne "I Fratelli Karamazov": «Senza Bellezza l’umanità non potrebbe vivere perché non ci sarebbe nulla da fare al mondo … Tutta la storia è qui … la Bellezza è un mistero. È qui che Satana lotta con Dio e il loro campo di battaglia è il cuore dell’uomo».


I personaggi e le vicende narrate da Dostoevskij divengono il paradigma di questa teodrammatica, di questa nostalgia reciproca tra Dio e l'uomo e dell'arte della ricomposizione della vera natura dell'uomo.  In Dostoevskji tutto è Bianco o Nero, Bene o Male, è di Dio o di Satana.


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