Meloni faccia la mamma, Salvini il papà, e Roma ai Casamonica

Maurizio Blondet 15 marzo 2016

Personalmente ho capito che gli italiani non sanno, né vogliono, autogovernarsi, alla mia prima assemblea di condominio, tanti anni fa. Quale miglior situazione per esercitare, in piccolo, il senso del comune destino   con gli altri condomini?


O se non altro, dovrebbe essere semplice intravvedere quali sono gli interessi comuni, esercitare l’amministrazione con razionalità e intento cordiale, e accordarsi per fare qualcosa di bello insieme. Il che significa anche, per esempio, “venire incontro” ai compagni condomini, magari intuire che uno di loro non ha redditi per certe spese eccezionali che tu invece puoi pagare –   comprensione che è civismo, buona educazione, intelligenza, capacità di mettersi “nei panni altrui”.

Invece: l’assemblea di condominio all’italiana, è per una bella porzione dei partecipanti l’occasione d’oro – da non lasciarsi sfuggire – per esprimere odio, disprezzo e malanimo verso i vicini di casa, o qualcuno in particolare che gli è antipatico e non ha mai avuto occasione, incontrandolo sul pianerottolo, di dirlo. Si fanno proposte di spese atte a dividere; ancor meglio se riescono umiliare chi non può permettersele. Costui del resto, il debole, ha un comportamento che io stesso dovetti constatare nella riunione condominiale di tanti anni fa: cercavo di coalizzare una maggioranza contro una spese inutile, parlai con quelli che sapevo pensionati di poco reddito; provai a sostenere che non c’è niente di male ad ammettere che la spesa era gravosa per la sua famiglia. Ebbene, uno si offese. “Povero sarà lei!”.

C’è gente che vota contro i suoi interessi perché si vergogna di esser considerato non abbiente; dà forza ai suoi stessi prevaricatori, i caporioni di condominio che esercitano la dittatura dei millesimi. Quelli sì, i prevaricatori, sono capacissimi di fare ciò che non riesce ai deboli, coalizzarsi spontaneamente (è “la lega dei birbanti” di cui già Giacomo Leopardi aveva segnalato il coagularsi naturale in qualunque manifestazione di vita pubblica italiana: i birbanti si riconoscono e in un battibaleno cooperano per fregare gli altri). In un condominio, a maggioranza (io ero contro) decretò l’abolizione della portineria, che costava troppo. Mesi dopo, alla prossima, assemblea, proposi l’abolizione di una spesa gravosa: l’acqua calde centralizzata.  

“Chi”, “Oggi”, “Eva Express”…
Potei dimostrare che è molto più economico che ciascuna famiglia compri uno scaldabagno. Ebbene:   la maggioranza era contro. Mi dissero: “L’acqua calda centralizzata dà prestigio”. Allora proposi di stanziare la cifra per far realizzare una lapide in bronzo dorato, da apporre a fianco del portone d’entrata, con la seguente epigrafe: “Questo  palazzo, che voi vedete con le scale sporche perché non può permettersi la portinaia, ha invece un elemento di prestigio ancorché invisibile: l’acqua calda centralizzata. Passante, sappilo e ammira”. Naturalmente la mia proposta fu bocciata, mi resi definitivamente antipatico a tutti e da allora ho cessato di partecipare a quella fiera dell’odio, della falsa esibizione e della sragione a cui si riduce il condominio.   Ho dato da allora la delega a rappresentarmi al più impiccione, maleducato e rozzo prevaricatore che riesco a identificare, certo che darà il contributo di inciviltà di cui il paese ha bisogno.

Il litigio delle “destre” su Roma è l’ennesima conferma. In teorie, a Roma, le “destre” (comunque le si voglia definire) avrebbero la maggioranza.  Riusciranno a perderla. Ignoro i motivi per cui Salvini ha rifiutato il nome di Bertolaso; so che la Lega non avendo a Roma abbastanza seguito per porre condizioni, è andato a sbattere in una sconfitta del tutto inutile; alle pseudo “primarie” o quel che sono, ovviamente, Bertolaso è stato confermato. Berlusconi lo aveva preavvertito. Salvini è riuscito a far vedere che è debole. Debole anche mentalmente, capetto locale senza prospettive. Come sapete, la stupidità in politica è “peggio che un crimine”. Fra i sui crimini, non ultimo è quello di far sembrare un leader intelligente anche Berlusconi. Al confronto.

sucesso nei rotocalchi
Sulla Meloni, è ora di stendere il velo pietoso che spetta ai fallimenti. Prima, alla giornata della famiglia, annuncia ai cattolici che avrà un figlio fuori dal matrimonio: un vero sesto senso per il polso delle folle.   Poi anche lei – quella che porta i voti a Roma, a vecchia Roma missina –   prima dice che sarà difficile far la sindaca al settimo mese di gravidanza, poi si offende se Bertolaso – a precisa domanda, prenderà la Meloni come vicesindaco ? – risponde “la Meloni faccia la mamma”. Il peggio è che la ex missina riscuote il beneficio del finto scandalo delle femministe dei giornali e dei media, la orrenda “solidarietà delle dddonne” che Tg3, di Repubblica… Questo ultimo giornale schioda dal sarcofago persino una mummia del femminismo, tale Natalia Aspesi,   che si credeva da anni placata nel sonno eterno. Per dar ragione alla Meloni contro Bertolaso.


Non è un gran successo, missina incinta. Anzi, lei dovrebbe considerare seriamente d’essere incapace – almeno quanto Salvini – nel lavoro che crede di saper fare, e di averlo già provato troppe volte.  Alla fine, si vede che non è tagliata.

Il punto è che dalla rissa condominiale delle “destre”,  ormai giunta al diapason della sragione, non abbiamo ancora ascoltato uno straccio di programma su quel che bisogna fare a Roma. Roma il cui Comune – inteso come l’intero personale -è una associazione a delinquere, incallita, inamovibile, abituata a farsi pagare dai contribuenti di tutta Italia i miliardi annui dei buchi che produce (e che si mette in tasca).

“Corruzione in tutti i settori del Comune”, già indicava a gennaio il segretario generale del Comune Serafine Buarné, nella relazione annuale: “Emerge la saldatura tra mafia e politica e si realizza attraverso una rete capillare di relazioni, che mirano ad alterare le determinazioni della pubblica amministrazione”. Sono segnalati: ““150 casi di violazione delle regole, di cui “61 penalmente rilevanti”; 26 episodi di corruzione; 22 i dipendenti indagati.

Le irregolarità sarebbero state possibili anche perché il “Sistema dei controlli interni” del 2013, secondo quanto evidenziato dai tecnici, “non èmai stato attuato”.

Ha mai detto la Meloni cosa intende fare di questa concrezione di delinquenti chiama “Roma Capitale”? Non mi pare. Né Savini ha mai detto bah , mai impapocchiato un programmino di salvazione del denaro   che i contribuenti del Nord devono caciare in questo buco nero malavitoso, in questa   mafia odiosa e costosissima che abbrutta la capitale , la riempie di buche e sporcizia, parassiti (intesi come topi e come palazzinari) e sprechi, e che nemmeno sa riscuotere gli affitti (che importa? Tanto i polentoni pagano a piè di lista).

Adesso sul comune è uscito il rapporto della Autorità Anticorruzionedi Raffaele Cantone:  che ha documentato “la sistematica e diffusa violazione delle norme” da parte degli impiegati comunali, a cominciare dai dirigenti: “Ha palesato il ricorso generalizzato e indiscriminato a procedure prive di evidenza pubblica, con il conseguente incremento di possibili fenomeni distorsivi che agevolano il radicarsi di prassi corruttive”.

Per esempio, il ricorso “facile” alla cosiddetta “procedura negoziata“, che è il contrario di una gara pubblica a cui tutti possono partecipare. Qui invece si invita un numero limitato di imprese, con cui “si negozia” l’appalto. C’è “il ricorso sistematico ad affidamenti allo stesso soggetto”, ci sono “le proroghe”, anch’esse ingiustificate e non motivate. C’è “l’improprio frazionamento degli appalti”. Ci sono “le varianti non motivate”. Le imprese invitate sono sempre le stesse, manca “l’obbligatoria rotazione”.

Anche lui interessa “Oggi”.
Nel Comune di Roma “ciascun dipartimento ha sistemi informativi diversi”, che quindi non si parlano tra di loro. Per di più l’Ufficio contratti, incardinato presso il Segretariato generale, “è dotato di un sistema centralizzato esclusivamente per le gare ad evidenza pubblica”. Tutte le altre gare, di conseguenza, sfuggono in mille rivoli incontrollabili.

Si rubano i soldi della assistenza ai disabili. Si affidano le opere sociali a losche “cooperative” che ricevono “un esorbitante numero di affidamenti di cospicuo valore economico avvenuti in gran parte in forma diretta (senza gara), a conferma del mancato rispetto dei principi basilari di concorrenza, imparzialità, parità di trattamento, trasparenza e proporzionalità”.

Spesso, i gestori delle opere sociali non hanno le qualifiche minime, le competenze necessarie. Sono solo amiconi dei capi-bastone, voglio dire dei dirigenti comunali con stipendio pubblico. Non per niente, a febbraio, la Guardia di finanza ne ha incriminato una serqua per “mercimonio”dell’attività del pubblico funzionario dietro pagamento di somme di denaro e/o altre utilità.


Vorrei sapere: ha preso atto, la Meloni, di questa situazione? Sa che avrà a che fare con dei delinquenti incalliti, sicuri di sé, esperti di tutti i cunicoli e i trucchi del malaffare e dello spreco, e di come guadagnarci impunemente? Ha mai espresso un qualche programma per ripulire questo sedimento, questa concrezione di luridume? Per liberare il Comune di Roma, occorrerebbe una squadra di SS dei bei tempi, che cominciassero con le decimazioni educative e l’eliminazione fisica.   Al settimo mese di gravidanza si può manovrare un lanciafiamme? Può farlo una neo-mamma   con gli orari per l’allattamento e preoccupata della cacchina dell’amato infante?

Si ricorda, la missina, le belle prove che ha dato di sé “la destra” appena giunta al potere amministrativo? Da Storace alla Polverini, da “Er Batman” ad Alémanno, sono memorie agghiaccianti, per miseria morale e bassezza culturale, ripugnante stupidità e viltà e corruzione. Non le suscita questo un minimo di umiltà o di precauzione? Come mai si sente capace di compito di gestire il porcaio di Roma?

Spiace dar ragione a Bertolaso, ma evidentemente ha ragione. Faccia la mamma.

Naturalmente nemmeno Bertolaso ha mai espresso un’idea di come affronterà quello che è evidentemente il più grave problema politico-criminale di Roma:   il suo personale, i suoi parassiti a stipendio pubblico. Da licenziare, denunciare, incriminare e far sbattere in galera. Personale che invece sarà difeso dai sindacati e dall’onnipotente “Tar del Lazio”, se non dalla Corte Costituzionale;e, per odio indiscriminato alle “destre”, anche dai media a cui non par vero di dar torto a Bertolaso, per il solo fatto che l’ha proposto Berlusconi.

Ma questo tema – il principale tema italiano: come liberare il paese dai grandi e piccoli, arroganti e inamovibili parassiti pubblici che lo portano a fondo – , non l’ha posto nessuno dei candidati, né di destra né di sinistra né di cinque stalle. Non lo vedono proprio. Accadeva lo stesso alle assemblee di condominio: nella rissa, si dimenticava il motivo del contendere. Lì è anche comodo. Sappiamo che chiunque vinca, si appoggerà ai dirigenti malavitosi, leccherà il didietro agli impiegati criminosi perché se li irrita quelli gli bloccano tutto, e alle coop delinquenziali, si ingrazierà il clan Casamonica. E noi, a pagare a pié di lista.