Cari gay, non sposatevi: avrete solo tribolazioni

di Rino Cammilleri http://www.lanuovabq.it/ 13/3/2016

Le unioni cosiddette civili assomigliano talmente al matrimonio che non si capisce perché i sostenitori e rivendicatori e richiedenti a gran voce si rifiutino di chiamarle matrimonio. Anzi, non si capisce perché duplicare un istituto già presente, sputato, nel codice e che si chiama matrimonio.


Qualcuno dice che i sostenitori-rivendicatori-richiedentiagranvoce vogliano, sì, i vantaggi del matrimonio ma senza assumersene gli oneri.


In realtà non è affatto così, perché dagli oneri non si può sfuggire. Ora, non siamo così ingenui da non aver capito che tutto questo cancan con nastrini sanremesi serve a far “sposare” gli omosex, che sono gli unici (assieme ai preti) che ci tengono. Ma tutti quanti, civili, omosex e preti, sappiano una buona volta che dall’unione indissolubile con un’altra creatura non si scappa: qualunque documento di convivenza tu abbia firmato, per te è finita fin che morte non sopraggiunga.


L’unione non funziona e credi di potertene liberare separandoti e divorziando? Seeeh, tra custodia dei figli e dei cani, casa, alimenti e quant’altro sei incastrato da qui all’eternità. E ti va già bene se quell’accordo che non sei riuscito a trovare col tuo partner quando abitava con te lo trovi d’incanto appena uno di voi due esce di scena. Solo in casi rarissimi ai giuramenti di amore eterno non subentrano quelli di odio mortale, con lo scatenarsi di una guerra senza termine e senza vincitori, fatta di ripicche e ricatti, avvocati e spese, udienze e perizie, carabinieri e assistenti sociali, figli difficilmente recuperabili e condannati quasi sempre a ripercorrere le orme dei genitori.


Ho avuto un’amica tanto vivace quanto sfortunata che, ogni domenica mattina, si metteva davanti alla porta e distribuiva i suoi figli ai vari padri, man mano che questi si presentavano per trascorrere col rispettivo pargolo il giorno assegnato a ciascuno dal giudice (lei, per sua comodità, aveva scelto la domenica). A costei, in fondo, era andata pure bene perché le trattative con i suoi ex si erano svolte in modo abbastanza liscio.


Ma conosco anche gente (e, a mia scienza, sono i più) che per un solo divorzio ha perso i soldi, la salute, la testa in una girandola infernale senza requie e senza fondo, con conseguenze pesanti sull’attività lavorativa; una macerazione esistenziale aggravata da «questioni» che sono diventate «di principio» e richiedono un logorio insonne che, negli anni, crea il vuoto attorno ai duellanti (chi ha voglia di continuare a frequentare una persona incupita e monotematica?).


Duellanti alla Conrad, senza posa e senza vincitori. Alla fine della fiera, uno potrebbe ragionevolmente dire a uno qualsivoglia dei due: se le energie che hai impiegato per fargli la guerra le avessi adoperate per andarci d’accordo quando stavate insieme, forse oggi saresti felice. Invece no, perché –checché ne dicano le omelie- l’odio è più forte dell’amore, per il semplice motivo che è più facile: devi solo lasciarti andare agli impulsi, il diavolo farà il resto.


Eh, aveva ragione san Paolo quando consigliava di non sposarsi (1 Cor 7,27): «Costoro avranno tribolazioni nella vita, e io vorrei risparmiarvele». E parlava a cristiani osservanti, per i quali il matrimonio era un sacramento monogamo eterosessuale indissolubile. Gente che, dopo le tribolazioni santamente affrontate, vissute e sopportate, avrebbe avuto il Cielo. Agli altri, restano le tribolazioni. Senza scopo, senza fine e senza happy end. E sempre che l’esasperazione non provochi qualcosa di peggio, come le cronache ormai quotidiane dimostrano.


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