Alla scoperta di Fedor Dostoevskij

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Fedor Dostoevskij


La domanda più importante della storia


Con questo articolo iniziamo un itinerario alla scoperta del grande scrittore russo Fedor Dostoevskij e al tema della Bellezza, che investe la condizione di ogni uomo. A guidarci sarà Giovanni Moleri, regista, fondatore e direttore del Teatro dell'Aleph.

Che ci stiamo a fare qui, in questo tempo, in questa storia, in quest’attimo destinato a passare e noi con lui? Che senso ha esserci se non si serve a nulla, se si è sempre soprafatti dagli eventi, da potenze e volontà altrui? E ancora che vale soffrire, amare, sperare se ogni cosa pare effimera e disattesa?


È in questo radicale bisogno di senso e di valorizzazione dell’io che si colloca la domanda più importante e più paurosa che la storia contiene in sé: “Dio dove sei?”. È la domanda delle domande. È la domanda senza la quale ogni respiro, ansia, azione, appare inutile o semplicemente concesso all’istinto di sopravvivenza animale. È la radicale profondità dell’uomo e del suo mistero. È su questo livello che l’opera di Dostoevskji s’impegna. Cito a memoria dai suoi diari: «Che vale la vita se non per sondare il mistero profondo che è l’uomo?». 


Dostoevskji sa che dietro ad ogni piega umana si nasconde qualcosa per cui vale la pena esistere e capire.  Forse la prima percezione di quest’antropologia manifesta la coglie nell’esperienza dell’epilessia, descritta in più pagine dei suoi diari e nel romanzo L’Idiota: «Ci sono dei momenti in cui tutto mi si fa chiaro, in cui vedo l’aldilà; darei la vita senza timore per questi attimi». 


Vedere cosa? Dostoevskji non ha mai descritto precisamente cosa vedesse ma è certo che considerasse quest’esperienza uno stato di percezione supernaturale. Fu colpito dal male durante l’esecuzione della condanna a morte per alto tradimento contro lo Zar che gli fu imputata a seguito della sua frequentazione dei circoli socialisti. Lì sul piazzale della prigione, mentre attende di essere fucilato, ha la sua prima esperienza epilettica e scopre che un nuovo mondo, dentro il mondo di sempre, gli si apre dinnanzi. «Quell’uomo una volta fu portato al patibolo e gli fu letta la sentenza di condanna a morte per fucilazione. Poco dopo gli fu letta la sentenza di grazia. Fra la prima e la seconda lettura egli visse con assoluta certezza che di lì a poco sarebbe morto. Quante volte raccontava quelle sue sensazioni di allora… ricordava che ad una ventina di passi dal patibolo erano stati piantati tre pali e poiché i condannati erano molti, vi avevano condotto i primi tre. Il prete li benedisse tutti. Non gli restavano che cinque minuti e lui si diceva che quei pochi minuti sembravano infiniti… Lui ora esisteva ma tra poco sarebbe stato qualcosa d’altro, non sapeva cosa, non sapeva chi, né dove. Ricordava di avere osservato una chiesetta che si trovava lì vicino, di aver visto il tetto splendere ai raggi del sole... Gli pareva che sarebbero stati la sua nuova natura e che tra pochi minuti sarebbe confluito in essi …». È a questa percezione dilatata che Dostoevskij ritorna ad ogni nuovo attacco di epilessia.


Nei suoi romanzi, nei suoi personaggi, e non solo in alcuni, si vede l’incarnazione di questo male, se ne percepisce  la presenza sempre minacciosa. È la presenza dell’oltre che ci è vicino ed è mistero. Qui l’anima può ritrovarsi, cambiare, risorgere perché è posta dinnanzi al suo vero io: la percezione di Dio che ti sta d’innanzi e che si mostra come Meraviglia, Stupore, Bellezza.


Lo percepiamo nell’uomo del sottosuolo e in tutta la sua necessità di colmare il disagio d’esistere, d’essere, con cui cerca di non piegarsi alla fatalità delle relazioni umane. Lo percepiamo ancora in Raskolnikov mentre brucia di febbre. Lo percepiamo soprattutto nella visione allucinata di Ivan Karamazov, nella quale vi è l’incontro con il Diavolo. In questi stati alterati dell’essere la percezione sembra amplificarsi e raccogliere nuove dimensioni e verità della realtà. È qui che l’uomo fa esperienza dell’altro da sé in sé, secondo l’espressione di E. Zola. 


Chi è questo sé? Cos'è questa icona dove uno si rispecchia e si ritrova? 


È quell’immagine di noi che le pieghe dell’età, dei rammarichi, delle delusioni, delle speranze mai realizzate, ed infine, le nostre colpe e il nostro peccato, hanno offuscato facendoci smarrire. 


Dostoevskji arriva fino a lì, fin dove la mancanza si fa sofferenza, passione e anche patologia. Dostoevskji guarda l’uomo nella profondità del suo dolore e lì contempla il mistero. Per Dostoevskji questo è il punto in cui Dio si fa compagno dell’uomo. È lì, ancora, il luogo in cui si svolge la terribile battaglia tra Satana e Dio: il cuore profondo dell’uomo. È quel luogo in cui la menzogna si svela come tale e non ha modo di nascondersi. È il luogo in cui si sa, il luogo della conoscenza prima e ultima del sé.
In questa profondità, in cui l’immagine reale dell’umanità si mostra, la libertà è chiamata a reagire, a rispondere attraverso atti e vicende della vita. 


È così che Dostoevskji non fa mai della psicologia per spiegare la natura dei suoi singoli personaggi. Li fa muovere , li conforma a ciò che hanno scelto come vero per loro; sono dei topos dell’idea che incarnano. Così, il lussurioso padre dei Karamazov ci appare come un animale con la bava alla bocca e, per contro, Alësa come un piccolo santo; Raskolnikov disordinato come la sua anima; Sonja Marmeladova come una vergine votata al tempio. Ognuno è ciò che fa o meglio ciò che ama e dà ciò da cui è amato. 


L’ultima opera, “I Fratelli Karamazov”, è il romanzo dell’amore. Ogni personaggio è posseduto e incatenato da ciò che ama. Chi l’orgoglio della propria idea di giustizia (Dimitri), chi della propria idea del  mondo (Ivan), chi ancora della propria libidine (il padre dei Karamazov) e così via.  Solo Alesa e Gruscenka sembrano sfuggire a questa natura di possessione cieca rivolta verso l’Io e verso le sue viscerali passioni. Essi riescono a sfuggire perché il loro orizzonte non è quello dell’Io ma è quello della salvezza altrui. Entrambi ameranno profondamente Dimitri al punto di spendersi per la sua libertà e poi ancora per la salute mentale di Ivan. Un amore capace di sacrificio perché è un amore sacro, cioè abitato da Dio. 


Il silenzio di Dio, la ribellione di Ivan Karamazov


“Se Dio e l’immortalità dell’anima non esistono tutto è possibile…se si distrugge nell’uomo la fede nell’immortalità subito si inaridirà in lui non solo l’amore ma ogni forza vitale. Allora niente sarà immorale, tutto sarà ammesso, persino l’antropofagia”. (F. M. Dostoevskij, I Fratelli Karamazov).


Quel “tutto è possibile” è l’innalzarsi dell’umana precarietà all’orgoglio assoluto di voler essere Dio: colui che decide del bene e del male delle cose. Infatti, se Dio e l’immortalità non esistono, l’uomo non ha più nessun limite, nessuna legge e sarà finalmente “libero”, sarà un uomo nuovo. Per Dio non esistono leggi, dov'è Dio, là tutto è suo. Così, se Dio è ucciso, l’uomo nuovo diverrà padrone di dove sta, e a lui tutto sarà permesso, ogni male morale sarà sconfitto e tutto diverrà soggettivo, individuale, egoistico. 


La filosofia di Ivan è la filosofia dell’ateismo che si compie tra l’Ottocento e la prima metà del Novecento e che trova nei cosiddetti filosofi del sospetto la sua sintesi (Feuerbach, Marx, Nietzsche, Freud). Per questi Dio è un ostacolo che va superato perché fattore di alienazione, così che l'uomo possa essere l'unico responsabile di tutto, anche della vita e della morte. Questo uomo-dio, che diviene per Marx la massa del proletariato, per Freud il super-Io, per Feuerbach una coscienza che si riappropria di tutto ciò che è stato demandato a Dio, diviene in Nietzsche la raffigurazione più esemplare e antropologica di questo nuovo uomo: il super uomo.


In esso si ritrova lo stesso pensiero che Dostoevskij affida a Ivan Karamazov in cui “ogni principio di egoismo e negazione dell’altruismo divengono la nuova morale”. Qui il cuore è svuotato da ogni amore e ogni dovere. A questi principi fa riscontro l’indifferenza e una ragione ed un giudizio piegati al proprio piacere e ad ogni individualistica determinazione della realtà o dell'autogiustificazione assoluta: è la storia di Raskolnikov in “Delitto e castigo”.


La verità non è più determinata dalla realtà, la verità coincide con i propri impulsi, pruriti, idee. Ma Ivan percepisce che ciò nonostante nel suo cuore è in atto una guerra dovuta a qualcosa che non muore mai. Questo uomo-dio, divenuto padrone della vita e della morte (Smerdiakov, dando fondo alle idee di Ivan per affermare di essere Dio si impiccherà nel sottoscala della casa dei Karamazov) vive però nella propria coscienza l’incertezza della sua affermazione. Come se la sua voce non riuscisse a far tacere ciò che porta in sé naturalmente. Infatti quando ad Ivan viene chiesto se Dio esiste, egli a volte esita, a volte ne è convinto, a volte è combattuto. Ivan è tormentato perché non sa arrivare ad una risposta definitiva. Egli è nel dubbio e cerca avidamente la verità. Come per Nietzsche, questo dibattersi nel dubbio, lo condurrà alla follia.


Nel romanzo "I Fratelli Karamazov", Dostoevskji raggiunge una potenza narrativa e drammatica titanica là dove fa incontrare Ivan ed Alësa  in una bettola, e i due cominciano a discorrere. Cito a memoria da “Delitto e castigo”: “I giovani qui da noi, quando si ritrovano in un’osteria, parlano dei massimi sistemi, di Dio e di ogni senso". Questo incontro tra i due fratelli è un passo di letteratura “scritto con il sangue” del dubbio, da cui lo stesso Dostoevskij è passato, e raggiunge un'apice riconosciuto a pochi romanzieri di tutti i tempi. 


Ivan e Alësa discutono di Dio e di ciò che per Ivan è “lo scandalo del male”. È in questo momento che i due protagonisti iniziano a conoscersi, a divenire prossimi e finalmente fratelli. Dice Ivan: “Sono convinto come un bambino che le sofferenze si rimargineranno e si cancelleranno … che tutto l’abominio umano scomparirà … nel momento dell’armonia universale … che tutto si redimerà, tutte le infamie umane, tutto il sangue versato, basterà a far sì che diventi possibile non solo perdonare ma giustificare tutto ciò che è accaduto fra gli uomini. Sì, tutti gli uomini sono colpevoli, gli è stato offerto il paradiso e loro hanno voluto la libertà, hanno rapito il fuoco dal cielo pur sapendo che sarebbero stati infelici, bisogna compatirli”. Ma poi, quasi inaspettatamente, cambia registro: “Ma i bambini che colpa ne hanno? … È inconcepibile che questi piccini debbano soffrire, e perché occorre comprare l’armonia al prezzo della loro sofferenza? ...  Perché devono servire da concime per qualche futura armonia?”.


E incalza ancora: “Com'è possibile che l’abominio, o semplicemente il capriccio, la sete di potere e non ultima l’idea, possa tradursi in atti di violenza sui bambini gratuitamente? … Dove sta Dio? Perché lo permette?” La sofferenza dell’adulto Ivan riesce ad ammetterla come conseguenza del male da loro commesso: “Essi hanno mangiato del frutto proibito, conosciuto il bene e il male, ma i bambini, i bambini no e dunque di cosa sono colpevoli per soffrire a volte terribilmente qui sulla terra? Sono forse castigati per la colpa dei loro padri?”. Ivan questo non lo può accettare, è inconcepibile per lui che un innocente paghi il male altrui. In questo momento egli sembra parlare non al suo interlocutore, Alësa, ma a se stesso. Alësa è lì, in ascolto, ma per Ivan è qualcosa di assente. 


Ma qual è l’intento di Ivan, qual è la forza che lo trascina? Processare Dio e il suo regno armonioso che fa pagare “ai figli dei figli, per sette generazioni, la colpa dei padri”. Ivan è l’uomo-dio che si erge a giudice di Dio stesso. “La solidarietà tra gli uomini nel peccato, io la comprendo, come comprendo la solidarietà nell’espiazione, ma la solidarietà nel peccato non riguarda i bambini. E che anch’essi sono solidali con tutti i delitti commessi dai padri, io, una tale verità, non la comprendo e non l’accetto … Ecco perché io non posso credere nel tuo Dio. Io non credo in lui, né nell’immortalità dell’anima”.


Per Ivan nulla vale la sofferenza dei bambini, neanche se essa dovesse servire per acquistare la più grande verità. “Io affermo fin d’ora che tutta la verità non vale un tale prezzo e a Dio restituisco con tutto rispetto il biglietto”. Secondo Ivan, Dio tace e questo è scandaloso. Dio tace alla miseria, all’urlo di bisogno, alla preghiera che sale dal cuore dell’uomo. Per Ivan non ha senso questo silenzio di Dio. Sembra dire: “Mi hai detto di bussare alla tua porta ed io ho bussato; mi hai detto che ero come la pupilla del tuo occhio che avresti protetto ed io son diventato cieco; mi hai detto quanto ero prezioso per te e mi hai perso. Forse ci sei ma dunque perché io prego e tu taci?”.
Anche Ivan è sulla croce con Cristo e forse non lo sa. La voce del Dio fatto uomo è la sua stessa voce (“Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”) ma mentre Ivan si ribella, Cristo si fida di Dio Padre.


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