PENSIERI E DECALOGO DI MARCELLO VENEZIANI

PENSIERI E DECALOGO DI MARCELLO VENEZIANI


PENSIERI


"Vivere non basta, perché la vita non va solo pienamente vissuta, va anche pensata e poi dedicata." M.V.



"Nel sogno, visibile e invisibile s’incontrano, s’intrecciano e poi si perdono di vista." - M.V.


DECALOGO


VI- Anche se non credi in Dio, pensi in Dio

Del Logos. Credere in Dio è una possibilità - o un rischio - ma pensare in Dio è una necessità. È impossibile pensare senza un ordine di connessioni. Il Logos è la comprensione del mondo attraverso una rete di nessi, significati e relazioni necessarie che rivelano la corrispondenza tra l'ordine dei pensieri e l'ordine della realtà (adaequatio rei et intellectus, S.Tommaso dixit). Senza intelligenza non c'è mondo, che è ordine, ciclo, sequenza. Non stiamo parlando del Dio visto tramite la fede religiosa e nemmeno del Dio connesso a patria e famiglia. Dio è qui il nome che diamo all'intelligenza, ovvero al logos come trama del mondo e disegno intelligente dell'universo. Siamo nell'intelligenza di Dio o non siamo. Non siamo in grado di pensare il contrario di ciò che ci permette di pensare.


È la condizione del vivere e del pensare. Ogni epoca poi elegge e uccide un Dio a sua immagine e a sua portata. Dio è il nostro colmo e il nome della nostra mancanza. La morte di Dio è la perdita del nostro confine e dunque la dispersione dell'intelligenza nel caos. Ciascuno ha il dio che si merita e abolisce il dio che non merita, per eccesso o per difetto. Se non trova eredi merita un dio morto e il suo lutto. Ma spesso il dio si nasconde sotto falso nome. Non è Dio, non è la Verità ad armare il fanatismo dei credenti; è piuttosto il monopolio della Verità e la presunzione di agire e parlare nel nome di Dio e della Verità, di cui nessuno è titolare. Non è la Verità che uccide ma chi fa coincidere la sua soggettività con l'Oggetto supremo e poi decreta in Sua vece chi ha diritto di vita e di decisione suprema e chi deve subirla. Non è la fede in Dio che suscita la violenza ma chi si pone dal punto di vista dell'assoluto, si auto-elegge suo supplente, esattore e concessionario esclusivo in terra. La nostra mente è nell'intelligenza di Dio.

VII- La morte non è il tuo futuro ma è già alle tue spalle.

Della cogitatio mortis. L'angoscia di morire sorge dalla sua proiezione senza scampo sul nostro futuro, dal considerare la morte come il nostro unico, vero, inevitabile orizzonte d'attesa. La morte è invece alle nostre spalle: questa riflessione all'apparenza irreale e infondata, ma nella sostanza decisiva ed elementare, coglie la costitutiva ambiguità della nostra esistenza e la esprime in tragedia e in catarsi. In senso tragico avere la morte alle spalle vuol dire che la morte ci fiata sul collo, è sempre presso di noi, ne sentiamo l'affanno, ci pedina, non ci lascia un momento e può raggiungerci da un momento all'altro. Dunque, non possiamo pensare di rimuoverla, aggirarla, negarla, attraverso i riti di elusione del nostro tempo che riducono la morte a scomparsa e ne occultano l'onnipresente assenza.

La morte negata si sparge poi nella vita, infetta i suoi passi e avvelena i suoi umori. Meglio riconoscerla e addomesticarla. Ma in un secondo senso, liberatorio, la morte è già alle nostre spalle: perché appartiene al nostro passato sin da quando si nasce, è già impressa sulla nostra vita; su di lei contavamo in partenza, dalla morte ci siamo già passati. Quando il tempo si curva, la morte si rivela non il nostro domani ma il nostro ieri; assodata la sua inevitabile seppure indefinita scadenza, non resta allora che vivere, e impegnarsi a lasciare tracce, e capire se e cosa potrà restare vivo oltre la morte. Se tutto è perduto sin dall'inizio, si ricomincia a nascere dal morire. Noi morimmo appena nascemmo, ora ci apriamo a cos'altro accadrà. Speranza operosa, attesa d'ignoto, irruzione di una trascendenza che apre un orizzonte oltre la notte.



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