CARNEVALE - IERI E OGGI

Vittorio Feltri / Marcello Veneziani

CARNEVALE - IERI E OGGI / MARCELLO VENEZIANI - VITTORIO FELTRI



Carnevale, la festa, il gioco e il massacro - MARCELLO VENEZIANI

Il Carnevale è il crocevia tra sacro e profano, tra pagano e cristiano, tra antico e moderno, tra nobile e plebeo, in cui l'uno sconfina nell'altro e uno si fa beffe dell'altro.


Una festa che coglie tutto l'humus popolare romano, l'indole ironica e comica dei romani, il forte senso della caricatura e del grottesco. Ma anche la dimestichezza con l'eterno e con la storia, l'intreccio di religioso e irriverente, la celebrazione rituale del corpo, del sesso e del cibo, l'elogio della follìa fino all'esorcismo collettivo di paure e spettri.


E i brindisi infiniti alla morte ubriaca, nella speranza che, alterata dalle libagioni, anche la morte perda lucidità e non svolga il suo compito ferale. Un'antica impronta dionisiaca, quel Dioniso che a Roma diventò Liber Pater e quindi Bacco, ispira alle sue origini i Saturnalia, con le sue prime trasgressioni e le prime maschere fino al mitico Meo Patacca.


Poi l'anima trasgressiva e orgiastica delle origini viene gradualmente metabolizzata nella Roma cristiana e papalina, che non abolisce le feste pagane ma tende piuttosto a riconvertirle dentro la propria sfera per controllarne gli effetti.

Il Carnevale di Roma, “gran theatro del mondo”, si intreccia al mondo delle maschere e dei travestimenti ma anche alle gare dei cavalli, derivazioni dell'antica Equiria, la festa equestre che cadeva il 27 febbraio e si ripeteva poi quindici giorni dopo, dedicata in origine al dio Marte.


E poi continuata nella Roma cattolica fino al principio dell'Ottocento, come ricordava anche Goethe nel suo Viaggio in Italia, con la gara dei cavalli prima tra il Testaccio e il Campidoglio e poi sulla via Lata, l'attuale via del Corso, da piazza del Popolo a piazza Venezia. Riti di passaggio dall'inverno alla primavera, come ricordava Alfredo Cattabiani. 


Il Carnevale romano costituiva non soltanto una festa liberatoria ed euforica, ma aveva anche un suo lato eversivo e poco rassicurante. Franco Cardini parla di “festa inquietante” e di “fase pericolosa dell'anno” perché esplodevano violenze e all'indomani si facevano macabri ritrovamenti.


Non a caso nel 1560 furono proibite le maschere a Roma in seguito a fatti di sangue, che si ripeterono nel 1579. E l'atmosfera minacciosa del Carnevale romano la colse anche lo stesso Goethe, assistendo alla “festa dei moccoletti” segnata dalla minaccia di ammazzare chi aveva la candelina spenta, e vi era chi spegneva apposta la candelina del vicino per compiere assassini rituali. Insomma c'era un versante sinistro del carnevale romano.

Per questo si può condividere sino a un certo punto l'idea che il Carnevale anche a Roma fungesse da valvola di sfogo per le intemperanze e il disordine. Anziché imbrigliarle e domarle, il Carnevale romano in alcune fasi storiche favoriva entrambi, dandone un teatro e una messinscena adatta; diventava un po' come l'odierno carnevale di Rio, una specie di zona franca e tempo sospeso in cui poter compiere delitti in altri periodi dell'anno vietati.


La funzione principale del Carnevale, lo spiega uno dei massimi cultori della Tradizione, Renè Guénon, era comunque quella di “canalizzare” e rendere “inoffensive”, oltrechè delimitate nel tempo e nel luogo, alcune manifestazioni esplosive o alcune tensioni “sataniche” (
Simboli della scienza sacra).


Una sorta di rovesciamento rituale, non solo limitato al piano politico e sociale, per consentire un controllo delle spinte sovversive e contestatrici, ma anche un evento iniziatico, per circoscrivere e neutralizzare l'affiorare dei demoni e degli spiriti nefasti. A Carnevale è dato libero ma limitato accesso alla follìa e al caos, all'inversione dei ruoli sociali, anagrafici e perfino sessuali; il principio che lo sorregge è l'eccezione che serve a confermare la regola, consentire uno sfogo per rafforzare l'ordine, la gerarchia e riportare la trasgressione nell'alveo dei rapporti “normali”, nell'osservanza dei doveri civili e delle pratiche religiose. Semel in anno licet insanire.


Naturalmente non manca accanto al controllo dell'aspetto destabilizzante, anche l'aspetto puramente ricreativo e festoso, il divertimento e l'allegria carnascialesca. Nei saggi sull'Umorismo Pirandello sosteneva che la matrice del comico fosse “il sentimento del contrario”; e la festa del Carnevale è proprio dedicata al mondo a rovescio, il mondo al contrario.


​Una festa del comico e del grottesco, in piazza, in cui tutti sono attori e spettatori, vittime e carnefici.


Una festa di popolo, realmente comunitaria, dove la tradizione perdeva l'austero sussiego delle Chiese e dei Palazzi e scendeva chiassosa e festosa per i vicoli e le piazze di Roma. Un rito collettivo e un patrimonio d'umanità da non dimenticare che ora viene meritoriamente riportato alla luce. Tra tante posticce tradizioni reinventate nel nostro paese per finalità turistiche, un'antica, genuina e radicata tradizione popolare come il Carnevale romano non può essere inghiottita nell'oblio. L'anima di un popolo ha bisogno del suo carnevale, come la verità ha bisogno di una maschera per svelarsi.


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IN SOFFITTA TRACCE DI UN REMOTO CARNEVALE - MARCELLO VENEZIANI


"Ritrovo in soffitta le tracce di un remoto Carnevale: vestiti e piume d’indiano per un Giovedì grasso (come la sera in cui nacqui) di quarant’anni fa, e poi abiti da fatina e da soldato di più recenti carnevali.


Rivedo il calore e lo squallore di una tenera vita da babbo, piena di premure e disagi; le maschere di una domenica mattina in una piazza di periferia, il tappeto di coriandoli e stelle filanti in un tentativo fittizio di festa per riprodurre in città il calore perduto del paese e per comporre tra estranei il mosaico di solitudini.


Rivedo Rudi vestito da soldato col suo faccino di mela delizia e un ciuffo di capelli ritto sulla testa come un gambo, armato fino ai denti di latte. Rivedo Federica vestita da principessa indiana con i suoi occhi di infinita lucentezza che chiedono alla vita attenzione e magia. Lui soldatino della fiera innocenza, lei promessa fiabesca di Oriente.


Una distanza infinita li separa da quel passato pur prossimo; non so perché, ma nel tempo dell’anima sento le loro figure bambine più remote dal presente del bambino in maschera che fui io assai prima di loro. E noi, i genitori, che li portavamo nella squallida piazza di periferia per strofinarli col prossimo in gremita solitudine, annusandosi reciprocamente sopra un tappeto di gioia artificiale, monotona anche se variopinta; coriandoli versati dopo brevi esercizi di amicizia o di ostilità, tra compiacenti sorrisi delle madri e socievoli idiozie dei padri.


Commuove il ricordo di un’altra vita, per la sua abissale lontananza dal presente, una vita improponibile ormai, che non era bella ma buona, non era gioiosa ma ottusamente santa, racchiusa in quel guscio domestico e famigliare che ripara dalla vita come dalla morte, rendendo tuttavia più lancinanti i loro assalti impietosi.


Ma come erano belli i miei figli, dico da padre, per una volta felice di sentirmi come ogni padre. Come ogni padre la dolcezza della memoria s’attesta alla loro infanzia, le loro facce stupende, i loro modi di dire e di fare, la divina goffaggine dei loro primi passi…

Perché parlando dei tuoi figli ti soffermi solo sulla loro infanzia e non sugli anni più recenti? Perché da bambini sono più tuoi, sono più figli. Perché la tenerezza si addice a quel tempo più che all’età adulta. Perché poi la nostra famiglia naufragò.


Perché quando ti amareggia il presente vai a ritrovare le energie affettive perdute nei bambini di allora. Perché come i vecchi ho memoria delle cose più antiche e non di quelle recenti. Perché il mattino ha l’oro in bocca, non il pomeriggio e tantomeno la sera." M.V. - Ritorno al sud


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VITTORIO FELTRI


“BAMBINI OBBLIGATI DAI GENITORI AD ESIBIRE TRAVESTIMENTI INDEGNI E ADULTI CHE SI VESTONO COME CLOCHARD (NON SOLO A CARNEVALE).


Ci risiamo col Carnevale. Come se fosse una cosa seria, esso viene ancora celebrato, dopo secoli e secoli, duranti i quali il mondo è cambiato e non può più riconoscersi in una festa dai caratteri tribali, oggidì fuori da qualsiasi logica. Un tempo era diverso: la gente non viveva, al massimo tirava a campare. Parlo del popolazzo. Per i ricchi, invece, erano sempre bagordi, bevute senza limiti, sesso a volontà; e di lavorare i signori non ne parlavano neanche.


Non poteva durare. Cosicché per un certo periodo non infinito, i nobili consentirono alle plebi di sfogarsi. Addirittura permettevano loro di comportarsi liberamente, sospendendoli dalla schiavitù in cui erano schiacciati. La mia è una sintesi brutale. In effetti, il Carnevale è talmente antico da perdersi nella memoria: fu il paganesimo a introdurlo come una forma di (fasullo) appiattimento sociale. Se il povero e l' abbiente, periodicamente e per breve durata, godevano di pari diritti e di licenza di peccare, la pace era assicurata.


Ora, con la democrazia rappresentativa consolidata e coi sindacati che si agitano non ha più senso mascherarsi per mandare al diavolo il capufficio o il padrone di casa, che reclama il pagamento della pigione. Chi desidera sollevarsi si rivolge alle organizzazioni che difendono i consumatori o va in piazza, tanto per dire. Non ha bisogno di farsi giustizia da sé, neanche per scherzo.


Eppure il Carnevale resiste nel costume degli occidentali, forse perché quello di Venezia, sopitosi per un secolo, non è mai morto e si è riproposto con clamore negli anni Ottanta, creando una moda.


Un rilancio in piena regola spettacolare, benché privo di contenuti. E allora eccoci qua di nuovo a travestirci: costumi secenteschi e settecenteschi, un tuffo nel passato, una ammucchiata di persone che si lasciano andare ad atteggiamenti talmente superati e idioti da essere incomprensibili.


Venezia è ricaduta in pieno nella peggiore tradizione carnascialesca e mostra di non volersi evolvere. Ma sarebbe crudele criticare soltanto la Serenissima: già, l' Italia intera non è capace di rinunciare alla buffonata che precede la Quaresima. Le vittime di questa orrenda abitudine tendente a trasformare l' esistenza in una burla sono, in particolare, i bambini, obbligati dai genitori a indossare abiti stravaganti e ad andare in giro per strada esibendo travestimenti indegni di una civiltà decente.


Circolano nelle città piccoli mostri bardati da Zorro, da Arlecchino, da D' Artagnan, da fatine, da principesse, da cretine. L' infanzia ridotta a recitare ruoli scriteriati per divertire papà e mamme tutti impegnati a rendere ridicoli i propri eredi senza capire che essi non sono giocattoli, bensì uomini e donne in miniatura che, un domani, rammenteranno con raccapriccio di essere stati usati quali marionette di un gioco osceno.


Occorre inoltre segnalare un fenomeno diffusissimo: dato che il buon gusto è sparito dalla circolazione, la maggior parte degli adulti si concia abitualmente e non solo a Carnevale come clochard: felpe sdrucite, jeans non solo orripilanti ma anche stracciati a bella posta, dato che lo sbrego è chic, scarpe grosse e cervello da gallina, giubbotti da idraulico in servizio permanente effettivo, cuffie da sciatori trogloditi.


L' estetica quanto l' etica è andata a farsi friggere. Per costoro di fatto è trasgressione continua. Fanno schifo. Non ci resta che confidare nella Quaresima, sperando che ispiri un abbigliamento castigato o almeno sobrio. Per favore, un minimo di compunzione e di rispetto per il comune senso del livore.



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