La deflazione che portò ad Hitler.E quella d'oggi…

Maurizio Blondet 26 gennaio 2016

Per capire meglio a che punto è l’economia europea e del mondo, riposto con qualche aggiornamento un capitolo del mio saggio Schiavi delle Banche (2004), dal titolo “L’economia tedesca prima di Hitler”.


Dove si mostra che a porre le basi per l’ascesa al potere del Terzo Reich non fu l’inflazione, ma la deflazione: quella che è stata instaurata adesso dopo anni di “rigore” tedesco.


L’iper-inflazione tedesca fu domata nel 1924: era stata originariamente un espediente volontario de governo germanico, per pagare al nemico vincitore le costosissime riparazioni della Grande Guerra e i debiti con una moneta svalutata. Quando sembrava non dovesse arrestarsi mai, fu introdotto il Rentenmark, una moneta provvisoria garantita da ipoteche sui terreni e industrie, la cui emissione era limitata dal valore d quelle, 3,2 miliardi di Rentenmark.


Funzionò. Più tardi, fu introdotto il Reichsmark, riagganciato all’oro. L’economia tedesca riconobbe una rinascita immediata.


Motore del miracolo fu la grande finanza americana, lanciata in una impresa che non si può che chiamare la prima globalizzazione. L’inflazione aveva vaporizzato i risparmi de annichilito i fondi per i funzionamento delle imprese tedesche. Gli Stati Uniti, vincitori della guerra e grandi creditori del mondo, traboccavano dell’oro proveniente dai creditori – i paesi alleati che aveva rifornito di armi e materiali.


La montagna di lingotti che si accumulava a Fort Knox avrebbe avuto come normale conseguenza, nel regime del tallone aureo, una moltiplicazione dei dollari-carta, con conseguente inflazione interna.


Weimar era gayWeimar era gay
I prezzi americani sarebbero cresciuti, rendendo meno competitive le merci statunitensi; gli Usa sarebbero stati inondati d merci estere a miglior prezzo, provocando la recessione interna:   conseguenza inevitabile dopo la “superproduzione” bellica delle industrie nazionali.


La Federal Reserve e i banchieri privati suoi proprietari impedirono questo esito naturale con misure artificiose; le stesse a cui è ricorso negli anni novanta Alan Geeenspan sotto Clinton e Bush: tenere bassi i tassi d’interesse, fornire denaro facile all’economia.


Il capitale americano, poco remunerato in patria, cercò nel mondo retribuzioni più alte. Le trovò in Germania, assetata di capitali Nel 1925, quando il tasso di sconto della Federal Reserve era del 3 per cento, in Germania era del 10%; il denaro a prestito, che in Amerca era pagato il 4%, in Germania fruttava l’8%. Il doppio.


Come dal 1990 i capitali globali sono accorsi verso le economie emergenti, le “tigri asiatiche”, la Cina, il Brasile, l’Est-Europa, così nel 1924 il paese “emergente” per eccellenza fu la Germania: emergente dai disastri della guerra con le sue industrie intatte (la Grande Guerra non bombardò le città), la sua impareggiabile manodopera (a basso costo), la sua tecnologia, le sue classi tecniche produttive. I salari erano bassi, e i bassi salari stimolano gli investimenti industriali (l’abbiamo visto succedere anche in Cina, o in Romania..).


Come accade nel capitalismo globale d’oggi, anche allora la Germania dava agli “investitori esteri” le garanzie del libero mercato e della “democrazia”, l’ambiente adatto al business. Infatti era stato licenziato il Kaiser, sradicato il prussianesimo, a Berlino folleggiava, radical-chic e arricchita dai profittatori di guerra, la Repubblica di Weimar.


ricchi e affamati
Capitali roventi


Quel che produsse l’eccesso di captale estero rovente, in forma di credito a breve termine – ossia speculativo – lo ha raccontato nel 1938 il giornalista ebreo Bruno Heilig, che sarebbe scampato ai campi di concentramento.


Coi capitali esteri abbondantissimi “le industrie smantellarono le vecchie fabbriche e le rimpiazzarono con i più nuovi macchinari . La Germania si avviò a diventare il paese industriale più avanzato del mondo, superando gli stessi Stati Uniti. La sete di manodopera risucchiò milioni di uomini nelle città; Berlino passò da 2 a 6 milioni e mezzo di abitanti […] L’intero sistema ferroviario fu rinnovato. A Berlino interi quartieri furono demoliti per allargare e strade…Modernissimi grattacieli”.


Come è avvenuto nella Cina di oggi: esodo dalle campagne, grattacieli, immense città, sviluppo economico accelerato. E la bolla edilizia, colossale. L’abbondanza di capitali scatenò infatti la febbre immobiliare, con un rincaro fantastico dei terreni. “Il prezzo dei terreni crebbe del 700 per cento a Berlino, del 500 per cento ad Amburgo”, scrive Heilig: i detentori di suoli videro triplicare le loro ricchezze da un giorno all’altro, senza   lavoro. Faticavano invece i lavoratori tedeschi intenti a ricostruire il paese. Forse godevano del benessere creato dalla rinascita economica? Nient’affatto: per loro, il costo della vita aumentava.


Gli affitti delle abitazioni, durante la guerra, erano stati bloccati per legge. La “libera stampa di Weimar” (ossia: pagata dagli speculatori) lanciò una enorme campagna per “l’adeguamento degli affitti”, sostenendo che il blocco era “ingiusto”, dati i valori immobiliari in aumento, che le case vecchie in locazione fossero escluse dalla manna. Era la logica del “Mercato”, e vinse. Una legge aumentò le pigioni,prima bloccate, del 125 per cento. Il regalo, nota Heilig, beneficiò i proprietari che l’inflazione aveva liberato dei tre quarti del peso dei loro debiti. Ai lavoratori in affitto, toccò pagare il rincaro.


La vendita di terreni i comuni urbani in espansone era un’altra enorme occasione di profitti speculativi. Heilig ricorda con disgusto un proprietario (non ne fa il nome) che chiese 400 mila marchi al comune di Berlino per il suo appezzamento. Il comune, ritenendo il prezzo eccessivo, fece appello ad una speciale commissione, prevista per questo genere di arbitrati. Essa decretò che il terreno valeva non 400 mila, bensì un milione di marchi ed 80 mila, obbligando il comune a pagare questa somma. “Lo scandalo”, scrive Heilig, “era che i membri della commissione erano compensati in percentuale al valore della transazione, e dunque avevano un interesse personale al massimo rialzo del prezzo”.


E’ il tipico conflitto d’interessi che vediamo nel capitalismo terminale, dove i miliardari privati hanno i mezzi per corrompere i pubblici funzionari. Qui, poi, vediamo una prefigurazione delle corti d’arbitrato globali fortemente volute dal segreto TTIP, quando le multinazionali americane potranno trascinare in giudizio e far condannare interi stati per avere, con le loro leggi sociali, ostacolato la concorrenza e il mercato.


Bruening, Uomo dell’anno
Non mancarono nemmeno le “privatizzazioni” anche oggi preferite dalla finaza transnazionale: immense e scandalose. Il municipio di Berlino spese milioni di marchi per rimodernare il porto fluviale sulla Sprea (il secondo porto della Germania) attrezzandolo con titaniche gru e vastissimi magazzini. Una olta terminata la costosa opera, l’alto funzionario pubblico responsabile del progetto, tale Schuning, dichiarò che la mano pubblica non sarebbe stata capace di gestire con efficienza e profitto il porto (quante volte abbiamo sentito lo stesso discorso?) e che conveniva cederlo a imprenditori privati, più efficienti.


Detto fatto. Due imprese, l’ebraica Schenker e la Busch, una ditta di materiale ferroviario, costituirono un consorzio per la gestione del porto. Furono le sole ad offrirsi, dunque non ci fu un’asta. L’area del bacino era di un milione di metri quadri; il puro nudo affitto dei terreni, valutato (modestamente) a un marco al metro, era dunque di un milione di marchi. Il Consorzio Schenker & Busch ottenne invece l’intera area, superbamente attrezzata a spese del comune, a 369 mila marchi. Unico pagamento, per 50 anni di affitto.


Non bastò: i gestori, capitalisti di un genere che ben conosciamo, presero a lamentare che il “rischio d’impresa” era per loro insostenibile. Il comune di Berlino elargì dunque loro anche il capitale operativo, un prestito di 5 milioni di marchi.


Occorrerà raccontare che Herr Schuning, il funzionario che aveva fatto fare al municipio un così cattivo affare, lasciò l’impiego pubblico per essere assunto subito dal consorzio privato? Non ne abbiamo bisogno: abbiamo visto Mario Draghi quando funzionario al Tesoro organizzò la svendita dell’IRI agli inglesi sullo yacht della regina,il Britannia, nell’estate 1992, per poi passare a Goldman Sachs, in attesa dei più alti destini che riservavano per lui i poteri globali; abbiamo visto Prodi fare lo stesso.


http://www.movisol.org/09news177.htm


Intanto nella Germania di Weimar in tumultuoso sviluppo, i lavoratori berlinesi, già aggravati dal rincaro degli affitti,   scrive Heilig, “dovevano pagare un tributo a quel consorzio privato per ogni pezzo di pane che mangiavano”.


Il grande boom durò 7 anni; a credito. Fino a sbattere contro il “Muro della Natura” che già Ricardo aveva previsto come il fatale ostacolo contro cui si sarebbe autodistrutto un capitalismo senza regole. Le imprese prosperavano, sì. Ma a prezzo di un aumento cumulativo dei loro “debiti incomprimibili”: il servizio del debito per l’acquisto di terreni e impianti, i macchinari, gli immobili produttivi. Come sempre, dato che questi costi non erano comprimibili, i capitalisti agirono sulla sola spesa che ritengono a cuor leggero “comprimibile”.


“Ogni segnale di crisi fu scongiurato comprimendo i salari e licenziando lavoratori”; scrive Heilig: e poiché “i bassi salari stimolano gli investimenti industriali”, il risparmio sulla manodopera fu compensato con l’acquisto di altri macchinari, ancora più moderni ed efficienti. Era una corsa alla più alta produttività, alla razionalizzazione, che la dottrina economica voluta dalla finanza globale esalta: produrre sempre più merci con sempre meno lavoratori. Industria ad alta intensità di capitale. “Modernizzare, modernizzare ad ogni costo, era la sola idea che gli uomini d’affari sapevano concepire”, dice Heilig. La stessa idea è raccomandata, anzi imposta, in nome dell’efficienza del capitalismo privato.


Avvenne allora ciò che sempre avviene quando il capitalismo giunge alla massima “efficienza”: le merci sempre più abbondanti non trovano acquirenti, perché i lavoratori – che sono i consumatori – hanno perso potere d’acquisto. Se non l’intero salario essendo stati espulsi dal mondo del lavoro.

Gli imprenditori tedeschi corsero ai ripari, secondo le lezioni di liberismo da poco apprese dagli ”Investitori” americani. Nel 1931 – la Depressione mondiale del ’29 già batteva il pieno – nel tentativo (disperato) di impedire il ribasso dei prezzi, ridussero la produzione dei beni industriali. Così facendo, nota il giornalista Heilig col senno di poi, “gli interessi (sul debito), le tasse, gli ammortamenti, gli affitti, ossia le spese fisse, divise su un volume minore di beni, aumentarono il costo unitario di ogni bene, aumentarono il costo unitario di ogni bene. Il costo di produzione crebbe in proporzione inversa ai profitti calanti, fino a divorarli”.


La soluzione liberista? “Gli operai furono licenziati in massa”. Ma naturalmente “i datori di lavoro non ne ottennero lo sperato sollievo. Per ogni lavoratore licenziato, era anche un consumatore che spariva”.


Nel 2016, la cancelliera Merkel e il capo della Budesbank Jen Weidman che nella BCE si oppone a Draghi, nega che esista la deflazione e predica austerità e tagli di bilancio,   ripetono (perché gli conviene) l’errore che fecero allora gl imprenditori tedeschi. Perseverare diabolicum.

Anche nella Germania di Weimar la “benedizione” degli “investimenti esteri” aveva prodotto l’esito noto: sovrapproduzione, disoccupazione, recessione.


Heilig ragiona su questi cosi incomprimibili che divorarono i profitti. In ultima analisi, secondo lui, la causa fu l’enorme rincaro degli immobili e dei terreni; essi “precedettero” ogni futuro profitto possibile. “L’intera Germania aveva lavorato per loro, i proprietari immobiliari, durante tutti gli anni del boom”. Oggi si parla di bolla immobiliare, debt trap… Allora la Germania vide e capì che s’era svenata per i non-produttivi.


Nel corso del ’31 parecchi industriali tedeschi non furono più in grado di onorare i debiti. “I costi incomprimibili erano diventati insopportabili e cessarono di essere pagati”. Con l’insolvenza dei debitori, cominciarono a fallire le banche.


Era allora cancelliere Heinrich Bruening; laureato dalla London School of Economics, dunque allievo-modello del capitalismo liberista, spese miliardi di marchi (dei contribuenti) per “salvare le banche”. Poi accordò amplissimi sussidi alle imprese in difficoltà.


Come si vede allora ed oggi, il liberismo, quando è in pericolo il capitale, diventa statalista: invece di affidarsi al “mercato” (e fallire), pretende “l’intervento pubblico” per salvare se stesso, la mano visibile dello Stato.


Bruening lanciò quella che ebbe il coraggio – o la stupidità – di chiamare “politica anti-deflazionista”: la quale consisteva nel somministrare più forti dosi del tossico che aveva condotto alla rovina. “Decretò una riduzione generale dei salari, che furono tagliati del 15%”. La ragione di questa cura di austerità era la convinzione, per Bruening, che ridotto il potere d’acquisto dei lavoratori, questo avrebbe indotto una riduzione successiva dei prezzi: l’esperimento dell’egemonia Merkel sui paesi del Sud Europa non ha un motivazione più intelligente.


Prima si abbassino i salari, e poi caleranno i prezzi – Il prezzo umano, la riduzione alla fame della classe operaia, non pare indegno di essere pagato. Ma “i prezzi erano determinati da fattori ben diversi che dai salari”, dice Heilig; le famose spese incomprimibili. Ne nostro tempo, la riduzione di prezzi generalmente ritenuti incomprimibili come il petrolio e le materie prime, è stata salutata come una vittoria, il segno che il sistema “funziona”, e si poteva indebitare il mondo ancora un po’…Fino alla debt trap, la trappola del debito.


Nella Germania degli anni ’30, la “cura” Bruening si abbatté su un’economia già vulnerata dalla deflazione, aggravandola. “Sette milioni di salariati, un terzo della forza produttiva, era disoccupato; la classe media spazzata via. Questa le situazione a un anno dall’apice della prosperità” indotta – drogata – dai capitali esteri.


Che del resto, causa la recessione infuriante in Usa, già erano stato rimpatriati. In quell’anno, il numero dei deputati nazisti eletti al Reichstag passò da 8 a 107. Nel gennaio 1933, fu nominato cancelliere Adolfo Hitler.


“Infiniti studi, libri e articoli sono stati scritti per spiegare come mai la Germania ha preso la strada della barbarie”,   conclude Heilig: “c’era una volta un paese con una bella costituzione democratica, fondata sugli ideali della libertà”; un paese che “aveva eletto alla assemblea di Weimar personalità che offrivano le migliori garanzie di estirpare le idee del prussianesimo. Poi dei mascalzoni, dei pazzi, sono apparsi sulla scena della storia, e la democrazia è stata gettata via. Si sono date tante spiegazioni di questo fenomeno, dalle politiche illiberali all’”innato militarismo” dei tedeschi. Idee varie: che evitano di dar conto dei meccanismi economici e sociali che distrussero la Germania dall’interno”.


La UE accresce la mortalità


Giancarlo Blangiardo
Oggi dovremmo parafrasare quella sgomenta conclusione: come mai l’Europa Unita ha preso la strada della barbarie? Aveva promesso prosperità e benessere attraverso la neutralizzazione della politica, ed è ragione di miseria scontento per un numero crescente di nazioni, per quelli del Mediterraneo una vera prigione dei popoli.  Era nata sul presupposto che sottrarre sovranità era necessario perché non sorgessero più degli Hitler, era nata per neutralizzare la politica (la volontà popolare) nella convinzione che era quella a provocare le eterne guerre fra europei.


La tecnocrazia che ha preteso di sostituire i governi s’è tramutata in un’altra versione di quei “pazzi e mascalzoni” che era nata per scongiurare: una burocrazia arrogante ed irresponsabile verso le nazioni, le società e i popoli che non “governa”, ma che “gestisce” con perfetta insensibilità verso le sofferenze dei sottoposti, secondo un piano ideologico e concezioni preconcette. Una entità che lascia governare da una parte “il mercato” e dall’altra la Banca centrale,   supposti meccanismi oggettivi e neutri, a tal punto che non si vuole – né si sa più, temo – governare per far crescere i popoli fra gli scogli e gli imprevisti della storia: i concetti di “giustizia sociale”, previdenza, “redistribuzione”, non entrano più nel discorso politico, sostituiti dalla promozione di “diritti arcobaleno”. E’ una oligarchia dove, mancando per negazione delle sovranità luoghi di mediazione politica certa, gli stati potenti opprimono gli stati deboli, senza alcuno scrupolo, né possibilità di difesa.


Il risultato di questo totalitarismo non-governante si comincia a vedere: in Italia ha fatto solo brevemente scalpore sapere che nel 2015 ci sono stati 68 mila morti di troppo, un aumento dell’11 per cento (1) pari ai periodi delle due guerre mondiali; ma anche in Francia la speranza  di vita è diminuita, per la prima volta dal 1969, e così in Spagna, Grecia, Portogallo (2) –   i soli paesi dove arretra, insieme alla Siria, la Tunisia, la Libia, l’Irak. Ma in questi c’è la guerra e il caos. L’arretramento della speranza di vita di paesi europei “in pace” può essere imputata ad una causa ben precisa: la Unione Europea.


E’ una dittatura di nuovo tipo, una plutocrazia iniqua e senza unità di destino, tenuta insieme da “regolamenti” ed arbitrii dei più ricchi; solo il prossimo futuro ci dirà se non farà rimpiangere gli hitlerismi che è nata per scongiurare. Quelli hanno fatto morire gli europei in guerra; la UE ci fa’ morire in tempo di pace.


Note

1 “Crisi economica, degrado ambientale” ma anche la “ diminuita solidarietà sociale” vengono indicati dal demografo Giancarlo Blangiardo – che ha lanciato l’allarme su questa impennata da tempi di guerra: “E’ di tutta evidenza come calo della natalità e aumento dei decessi siano fenomeni che hanno una stretta connessione con la condizione reale delle famiglie nel Paese. Ma, ripeto, qui si entra nel campo delle scelte politiche, al livello più nobile ed alto”. Scelte politiche che i politici hanno demandato “all’Europa” oppure “al mercato” supposto autoregolantesi.

2 . Le Monde, L’espérance de vie recule pour la première fois depuis 1969, 19/01/2016; Le Figaro, Recul de l’espérance de vie et baisse des naissances… le bilan morose de 2015, . Le Point, Laurent Chevalier – Baisse de l’espérance de vie, sortons du déni !, 21/01/2016


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