In America ormai comanda il Deep State, tra interventismo militare e l'opzione Bloomberg

Di Mauro Bottarelli , il 25 gennaio 2016

In America ormai comanda il Deep State, tra interventismo militare e l’opzione Bloomberg


Nel mio ultimo articolo mi chiedevo provocatoriamente se a salvare i mercati sarà Mario Draghi con la sua ennesima supercazzola sull’aumento del QE (ammesso e non concesso che Deutsche Bank non sia davvero così nei guai da far dire sì alla Bundesbank all’acquisto di obbligazioni bancarie da parte dell’Eurotower a partire da marzo, il che cambierebbe parecchio) oppure sarà Ash Carter, ovvero il Pentagono Usa, con la sua logica di moltiplicatore da warfare. Bene, guardate questa cartina dell’Economist,



ci mostra come dopo 5 anni dalle cosiddette “primavere arabe” sostenute e finanziate dal Dipartimento di Stato e da alcuni Stati europei, nell’area ci sia un’unica democrazia: la piccola Tunisia. Per il resto, il caos. Che dire, gli Usa hanno ottenuto ciò che volevano.


Il problema è che anche la Tunisia ora è sotto attacco. Se infatti a Tunisi l’imposizione del coprifuoco e il pugno di ferro della polizia contro le manifestazioni di protesta paiono aver riportato la calma, nelle area più povere del Paese come il Sud-Est, gli agenti provocatori del jihadismo sono in pieno reclutamento, offrendo agli uomini fino a 1600 dollari al mese per unirsi alla guerra santa. Con l’aria che tira sarebbe una proposta allettante in Italia, figuriamoci per un contadino o un disoccupato tunisino. Attendiamoci, quindi, novità.


Ci sono poi i fronti aperti, ovvero Iraq, Siria e Libia. Se nel primo caso gli Usa, come vi dicevo venerdì, hanno già deciso l’invio della 101ma Compagnia aviotrasportata per mettere gli scarponi sul terreno e riconquistare Mosul, anche in Libia la situazione appare in divenire sempre più rapido. “Servono azioni militari risolute per fermare l’espansione dell’Isis, condotte in maniera da sostenere il processo politico di lungo termine”, ha dichiarato Joseph Dunford, capo degli Stati Maggiori Riuniti americani.

Quindi il generale dei Marines ha aggiunto che l’ordine di lanciare queste operazioni arriverà presto: “Non parliamo di ore ma settimane”, cioè entro il prossimo mese. Tanto più che le forze speciali e i servizi segreti di varie nazioni sono già sul terreno da tempo per prepararle. Ottenuta la creazione del governo di unità nazionale (che attende però ancora il via libera del Parlamento di Tobruk), indispensabile per stabilizzare il Paese e consentire l’intervento internazionale, ora si può agire con la coalizione che comprende anche Francia, Italia e Gran Bretagna.


E in Siria? “Gli Usa non escludono una soluzione militare in Siria, in particolare per combattere l’Isis. Sappiamo che sarebbe meglio una soluzione politica… ma se questo non fosse possibile siamo pronti per una soluzione militare”, parole del vice-presidente americano, Joe Biden. Immediata la reazione russa, fornita da una fonte diplomatica all’agenzia Interfax: “E’ bizzarro sentire queste dichiarazioni in un contesto in cui tutti i Paesi stanno cercando una soluzione politica e tali minacce possono semplicemente essere distruttive”.


Ma non basta, perché la rabbia di Mosca non si limita alle intenzioni Usa ma a quanto concordato tra lo stesso Biden e il premier turco: ovvero, decidere come i due alleati Nato (Usa e Turchia) potrebbero sostenere ulteriormente le forze dei ribelli che lottano per spodestare il presidente Bashar al-Assad. E ancora Biden: “Lo Stato Islamico non è la sola minaccia esistenziale per la gente della Turchia. Anche il Pkk è in ugual misura una minaccia e noi lo sappiamo. Il Pkk è un gruppo terroristico, puro e semplice”.


Tensione, sottotraccia, alle stelle. Ma, soprattutto, rischio di estensione dell’instabilità ai massimi storici.

Ma chi comanda davvero in America? Il silenzio di Obama, dopo il discorso sullo stato dell’Unione, è fragoroso e anche alcune uscite di pezzi da novanta del governo appaiono quantomeno lunari rispetto al contesto internazionale e alle dichiarazioni dei vertici militari statunitensi.


Parlando al World Economic Forum di Davos, segretario di Stato americano, John Kerry, ha infatti dichiarato che “gli Stati Uniti potrebbero considerare la revoca delle sanzioni contro la Russia entro la fine dell’anno se il Cremlino rispetterà gli impegni presi con l’accordo di Minsk sulla pace in Ucraina”. Che offerta è? Che senso ha parlare di possibile revoca delle sanzioni tra nove, dieci mesi e contemporaneamente preparare una possibile azione militare, con l’appoggio diretto di Ankara, per abbattere Assad e stroncare il Pkk?


Me lo chiedo e ve lo chiedo ancora: chi comanda in America? Io temo il cosiddetto Deep State.

Cos’è il Deep State? Sono i corpi intermedi del potere Usa: servizi segreti, agenzie federali, esercito ma anche lobby e gruppi di pressione.


E un vero e proprio governo-ombra non eletto ma in grado di decidere le sorti del Paese, quando questo richiede una mano ferma che lo guidi. E temo che preso atto dello status di anatra zoppa di Barack Obama, abbiano deciso di prendere silenziosamente il controllo della situazione: avete notate come siano sempre più i generali e il Pentagono a parlare? Certo, si tratta di temi militari ma lo erano anche fino a tre, quattro mesi fa eppure non c’era questo fiorire di mostrine. Una spiegazione ce la offre questo grafico,



il quale ci mostra come Hillary Clinton e la sua leadership in casa democratica per la corsa alla Casa Bianca siano disintegrate, ottenendo addirittura risultati peggiore del 2008.


Ma a spaventare molto il Deep State, di cui Wall Street è silenziosa e invisibile parte integrante, è quest’altro grafico:



ovvero, nel sempre liberal New Hampshire, la Clinton si schianta e per un motivo molto semplice. Bernie Sanders, il candidato “comunista” che arriva dal vicino Vermont, la sta tallonando come nessuno credeva possibile. Un uomo che parla di socialismo, che odia Wall Street e la finanza, un underdog assoluto che in molti relegavano a macchietta del comunista d’Oltreoceano stile film di Woody Allen, sta invece mettendo sotto la candidata dell’establishment e dei poteri forti.


Di più, la dinamica sta peggiorando da quando Sanders può usare come argomento anti-Clinton il fatto che nell’ultimo mese l’ex capo del Dipartimento di Stato ha ricevuto 675mila dollari da Goldman Sachs per tre discorsi tenuti in altrettanti Stati. Inoltre, stando all’ultimo dato disponibile – quello del 19 marzo dello scorso anno – nel biennio 2013-2015, Hillary Clinton ha guadagnato grazie alla sua carriera di conferenziera per multinazionali (molte) e fondazioni (poche) qualcosa come 21.667.000 milioni di dollari.

E con Donald Trump ormai in fuga assoluta dai suoi competitor in casa repubblicana, come ci mostra questa grafica,



probabilmente il Deep State ha dovuto prendere atto con necessario anticipo delle dinamiche in atto in un’America sempre meno stereotipata e sempre più disincantata e fare due conti: Trump e Sanders non possono andare alla Casa Bianca pena disastri e Hillary Clinton è destinata a non farcela. Che fare?


Guarda caso, stando al New York Times, Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, starebbe valutando l’ipotesi di scendere in campo come indipendente per la corsa alla Casa Bianca.


E avrebbe intenzione di spendere almeno un miliardo di dollari per finanziare la propria campagna elettorale: della serie, se lo faccio, vinco in carrozza. Bloomberg, 73 anni, si sarebbe dato tempo fino ai primi di marzo per decidere se entrare in gara, stando quanto riporta il quotidiano statunitense.


Nessun indipendente ha mai vinto le elezioni presidenziali degli Stati Uniti ma Bloomberg, che ha stretti legami con Wall Street e con il mondo liberale, vede un’apertura per la sua candidatura se i Repubblicani scegliessero Trump o il senatore texano Ted Cruz (cosa pressoché certa) e i Democratici nominassero il senatore del Vermont, Bernie Sanders (quasi impossibile ma non ostativo).

Attenzione, quindi, l’America sta viaggiando con il pilota automatico del governo-ombra di finanza ed esercito, un’abbinata in grado di fare danni notevoli, soprattutto se qualcosa dovesse mandare fuori controllo le Borse o la situazione in Medio Oriente. Viviamo forse i tempi più pericolosi di sempre, con le armi puntate da ogni parte e i mercati pronti a spalancare le porte a una nuova recessione globale che è già in sala d’aspetto. Ma una cosa è certa: comunque finirà il 2016, l’America non sarà più la stessa. Nel bene o nel male.

Il problema è: quale prezzo dovrà pagare il mondo al nuovo equilibrio statunitense?


Perché si sa, affinché certi stravolgimenti possano prendere forma, serve un casus belli (sia un 11 settembre o una Lehman Brothers) che li giustifichi e metta in formalina ogni parvenza di senso della criticità che l’America di oggi – la quale ascolta Sanders, ama Trump e boccia la Clinton – sta mostrando di avere ritrovato, seppur per disperazione e disorientamento e non ancora per una presa di coscienza del fallimento di un modello. E il Deep State quella presa di coscienza non può davvero permettersela. Costi quel che costi.


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