Unioni civili, no grazie. Neppure i gay le vogliono A Bologna solo in 10 si iscrivono nel registro

di Tommaso Scandroglio 24-01-2016 http://www.lanuovabq.it/

Oltre a Monica Cirinnà & Co. c’è qualcun altro che vuole le unioni civili?


A dar retta a quello che è accaduto a Bologna parrebbe che le stesse coppie omosessuali siano assolutamente indifferenti a questa legge. Nel luglio del 2014 il sindaco Virginio Merola riuscì a istituire il registro delle “nozze” gay celebrate all’estero. Il registro, giuridicamente illegittimo, fu aperto alla fine dell’estate e da allora a oggi sono state raccolte le firme di meno di dieci coppie. Tra queste quelle del consigliere comunale Sergio Lo Giudice e del compagno Michele. Ma dato che Lo Giudice è anche senatore PD e strenuo difensore del ddl Cirinnà potremmo dire che la sua adesione al registro era d’ufficio.


Altra iniziativa gay friendly all’ombra delle Torri bolognesi è stata quella di prevedere – così comevuole il disegno di legge Cirinnà – piena equiparazione tra coppie di genitori etero e coppie omogenitoriali in ambito educativo. Il primo cittadino, infatti, ha previsto, per nido e asili, che le coppie omosessuali possano autocertificare la propria condizione di conviventi. In tal modo il compagno o la compagna che non figura come genitore ora può, ad esempio, firmare per autorizzare una gita, andare a prendere il piccolo a scuola, presentarsi a colloquio con i maestri, etc. La decisione presa era così sentita sul fronte della battaglia contro le discriminazioni che il numero di coppie che hanno chiesto la modulistica da settembre a oggi ammonta a sei. Solo sei. Se poi contiamo che, tra queste sei, due richieste provengono da nidi e asili parificati, non si può che ammettere che l’iniziativa sia stata un vero flop.


Come spiegare simile fiasco? I motivi sono almeno due. Innanzitutto la percentuale di personeomosessuali è intorno all’1%. Tra queste il numero di coppie fisse scende ancora. Il numero si restringe ancor di più se andiamo a vedere quante vorrebbero “sposarsi”. É ciò che accade anche nelle coppie conviventi eterosessuali: non tutti i conviventi poi convolano a nozze, ma solo una parte. La percentuale si fa microscopica se poi prendiamo il numero di coppie dello stesso sesso che vogliono figli (è ciò che capita ancora una volta nelle coppie etero: non tutte vogliono un figlio). Ora, per una manciata di persone omosessuali tutto lo Stivale è in subbuglio, dalle aule parlamentari alle piazze. Ma, come già annotava Tommaso D’Aquino nel Duecento, le leggi – posto che siano leggi giuste – si fanno per ciò che accade tra i più, non per casi sporadici e marginali. Il ddl Cirinnà appare dunque come una legge ad personam homosexualem, come una norma per una realtà sociale da bonsai.


Ma vi è un secondo motivo che spiega l’insuccesso delle iniziative bolognesi. La formalizzazionegiuridica dello status di coppia omosessuale – che sia semplice convivenza o “matrimonio” – alle persone omosessuali non interessa. Nell’universo gay il “matrimonio” per sua natura confligge con la tipica relazione omosessuale che – secondo studi scientifici (D. McWirther  - A. Mattison, The male couple; M. Xiridou, The contribution of steady and casual partnerships to the incidence of HIV infection among homosexual men in Amsterdam, Aids, 17 (2003); A.P. Bell – M.S. Weinberg, Homosexualities: A study of diversity among men and women, Simon & Schuster) – è assai precaria e fluida proprio perché vuole essere libera e libertina, promiscua e non ingabbiata in strutture formali, non vincolata ad una sola persona e per sempre. Insomma le coppie gay vedono il matrimonio come qualcosa che può soffocare la loro relazione e non farla fiorire. La Cirinnà non risponde perciò alle loro esigenze.


Alle coppie dello stesso sesso, invece, interessa la sfera privata il cui baricentro si incardina in una relazione spesso meramente erotica ed emozionale, sentimentale e non volutamente strutturata. Da qui il disinteresse per la sfera pubblica. Lo attestano le esperienze di quei Paesi in cui il “matrimonio” omosessuale o le unioni civili ci sono da tempo, ma non incassano il favore dei diretti interessati. Le percentuali di adesione si aggirano sempre tra l’1 e il 5% di tutte le coppie omo. Se, ad esempio, andiamo a prender il caso francese – che è stato il paradigma per molte legislazioni europee – scopriamo che i “matrimoni” gay sono il 3% di tutti matrimoni celebrati (dati del dicembre 2014). Tali percentuali da modellismo si registrano anche in Spagna. Quote dunque lillipuziane, nonostante vengano anche stranieri in Francia e in Spagna per “sposarsi” dal momento che nella loro nazione non esiste il “matrimonio” omosessuale. 


Insomma, la base non li vuole e i politici, gli attivisti gay e i pettonudisti che sfilano sui carri dei variGay Pride non rappresentano questa base, composta non di rado da persone che soffrono per la propria condizione e ne vorrebbero uscire. Persone che quindi non si sognerebbero mai non solo di portare in strada la bandiera arcobaleno della rivendicazione dei “diritti” gay, ma anche di andare in comune in abito da cerimonia. L’omosessualità è dunque per pochi e vuole essere vissuta nel privato. Il naufragio delle iniziative a favore delle coppie omosessuali avvenuto in quel di Bologna appare quindi come una cartina tornasole valida per tutta la realtà nazionale, un prototipo della Cirinnà in scala ridotta che non ha superato i test di qualità. 


Ma all’oligarchia ideologica che siede nei palazzi del potere poco importa che le “nozze” gay conmarchio Cirinnà verranno celebrate da una sparuta minoranza. L’importante è l’aspetto simbolico: l’omosessualità è condizione naturale e come tale non fa a pugni con il matrimonio. Lo spiegò in modo adamantino Franco Grillini, ora presidente onorario dell’Arcigay, il quale nel libro intervista Gay. Molti modi per dire ti amo, curato da Sabelli Fioretti, alla domanda di quest’ultimo del perché i gay desiderino sposarsi dato che nemmeno più gli eterosessuali vogliono farlo, così rispose: «L'esistenza di una legge che consenta alle persone omosessuali di accedere all'istituto del matrimonio o agli istituti equivalenti non implica l'obbligo di usarla. Basta che ci sia. Se poi uno vuole la usa, se non vuole non la usa. L'esistenza di un diritto non obbliga di avvalersi di questo diritto». Non importa che la Cirinnà sia lettera morta, importa che ci sia.


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