La paternità come eroismo

di Camillo Langone | 20 Gennaio 2016

“Il matrimonio era roba del passato, un vizio che ci saremmo dovuti lasciare tutti alle spalle, come l’abitudine a fumare sui treni o al tavolo del ristorante”.




Sta parlando il protagonista dell’ultimo romanzo di Enrico Brizzi, “Il matrimonio di mio fratello” (Mondadori), titolo avatiano, foliazione proustiana (497 pagine, troppe) e lingua brizziana quindi, non da oggi, uno dei migliori italiani scritti.


Brizzi racconta del “girone infernale” in cui vivono “i separati in casa, i separati messi alla porta dalle mogli, i divorziati condannati a pagare per tutta la vita, un mese alla volta, la propria leggerezza” e sembra di sentire l’avvocato antidivorzista Massimiliano Fiorin, un altro bolognese indispensabile.


“Della famiglia d’un tempo non restava altro che un simulacro buono per i musei. Ormai, in ogni città del Paese, c’era un giudice in agguato dietro l’angolo come un assassino, pronto a supportare le ragioni delle donne contro gli uomini”. Il matrimonio sta morendo e intorno al suo capezzale, anziché medici e infermieri per tentare un’ultima terapia, svolazzano gli avvoltoi di Sodoma.


Meno male che in extremis il disilluso protagonista incontra Gaia e dentro gli scatta qualcosa: “Sarebbe bellissimo mettere al mondo dei figli insieme a lei. Oltre a un padre e a una madre, troverebbero su questa Terra nonni, zii e cugini pronti ad amarli.


Ognuno a modo suo, da testimone ed eroe”. Lode allo scrittore epicizzante che mostra la paternità come eroismo: la grandezza contro la quale politici nani instancabilmente scagliano le loro leggi spermicide.


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