5 - Vladýmir Putin

don Curzio Nitoglia 15 gennaio 2016 MAURIZIOBLONDET.IT

PARTE 5


Vladìmir Vladimirovich Putin: la sua vita per capire il suo modus operandi e il suo pensiero


La conversione di Putin


Nel 1991 la dacia della famiglia Putin prende fuoco. Dentro erano rimaste Maria, la figlia maggiore, e la segretaria di Putin (allora vice-sindaco di San Pietroburgo).


Putin entrò nella casa in fiamme, prese la figlia e la scaraventò oltre il balcone tra le braccia di alcune persone accorse che l’afferrarono al volo, poi aiutò la segretaria a scendere grazie a delle lenzuola strappate ed incordate. Però commise un’imprudenza: rientrò nella dacia oramai riempita di fumi tossici per riprendere una borsa in cui aveva tutti i suoi risparmi, ma non vi riuscì e per ritrovare l’uscita dovette avvolgersi in una coperta che gli aveva regalato sua madre, la quale la riteneva benedetta. Quindi saltò fuori un secondo prima che tutto crollasse.


“A questo episodio si attribuisce la conversione di Putin, anche se era già stato battezzato, alla religione cristiana ortodossa” (G. Sangiuliano, cit., p. 129).


Gli oligarchi e la mafia russa si impadroniscono della famiglia Eltsin


La Russia, però, finito il rigore sovietico, entrava in uno stato ancora incerto e indefinito in cui Eltsin, caduto vittima dell’alcolismo, della malattia e delle brame delle sue figlie era finito nelle braccia di alcuni speculatori (oligarchi) che avevano iniziato a comperare a quattro soldi i colossi dell’industria russa. Inoltre la mafia aveva iniziato ad approfittare di questo stato di assenza di autorità ed era penetrata nei gangli vitali dello Stato e dell’economia.


Sobcak era un uomo di cultura ma non di governo e non fu capace di rimediare, appariva scollegato dalla realtà. Gennaro Sangiuliano paragona la Russia dei primi anni Novanta alla Palermo degli anni Settanta, affetta da due gravi malattie: il capitalismo sfrenato e sregolato e la criminalità organizzata che cerca di rimpiazzare lo Stato.


L’unica uomo politico capace di affrontare una situazione del genere era Vladìmir Putin.


“Eltsin ha avuto indubbi meriti storici e nel contempo incontestabili demeriti. È stato l’uomo che difese la Russia dai rigurgiti di stalinismo, ma che consentì un autentico Far West economico-sociale. […]. Eltsin riteneva che la Russia potesse diventare un’economia di mercato come gli Usa ed affidava la direzione dell’economia a quegli economisti che venivano definiti neo-Chicago boys leningradesi, guidati da Egor Gajdar e Anatolij Cubais [nemico acerrimo di Putin perché non lo ritiene manipolabile], che propugnavano una terapia shock secondo le teorie ultra-liberiste” (G. Sangiuliano, cit., p. 138).


Gli oligarchi che hanno avvinghiato Eltsin e la sua famiglia sono Boris Berezovskij, Vladìmir Gusinkij, Michail Khodorkovskij, Alexey Mordaschov, Oleg Deripaska, Roman Abramovich … non sono estranei a questa strategia alcuni centri di potere internazionale: a Mosca arrivano gli emissari di alcune grandi banche americane…


Nel 1996 la salute barcollante di Eltsin tracolla. Nel 1998 arriva alla Russia un sostegno finanziario del Fondo Monetario Internazionale (FMI) di 11 miliardi di dollari, un anno dopo un’indagine della Corte dei Conti russa dimostrerà come gran parte di quei dollari, invece di andare a sostegno dell’agonizzante economia russa, fossero finiti nelle casse di 27 banche commerciali, molte delle quali non russe… Dunque il sostegno alla Russia si era rivelato soltanto un aiuto alle banche americane ed europee e magari a qualche oligarca “russo” di origine israelitica (G. Sangiuliano, cit., p. 147-148).


“Il 25 luglio 1998 Putin viene nominato direttore del nuovo Kgb (Fsb), ma l’Fsb non ha più il potere di una volta, anzi molti suoi agenti sono al servizio degli oligarchi o della mafia russa” (G. Sangiuliano, cit., p. 151).


In questo periodo Sobcak era caduto in oblio, ma Putin non si è scordato di lui e lo fa espatriare in Francia. Uno dei tratti salienti del suo carattere è che non si abbandona un amico soprattutto se è caduto in disgrazia.


Il 9 agosto del 1999 Eltsin, che, malgrado la dipendenza dall’alcol e la cattiva famiglia che lo circonda, mantiene un barlume di buon senso e di amor patrio, nomina Putin primo viceministro. Infatti capisce che oramai lui è finito come uomo e come leader e comprende che solo Putin ha la forza, l’intelligenza e il coraggio per affrontare gli oligarchi “russi” e la mafia che ha invaso l’intera società russa.


La guerra contro l’islamismo ceceno


Il 13 settembre 1999 a Mosca salta in aria un intero palazzo, in cui abitano le famiglie dei poliziotti russi. Si tratta di terrorismo. La responsabilità è dei ceceni islamisti. La risposta di Eltsin è durissima, ma chi prende in mano le redini della reazione è Putin, che pronuncia una frase rimasta famosa:


“è inutile che si nascondano, li inseguiremo ovunque fuggano, ovunque si vadano a nascondere. Anche nel cesso. E li ammazzeremo nel cesso” (G. Sangiuliano, cit., p. 168).


Inizia la tragica partita tra la Russia e gli indipendentisti ceceni di matrice islamistica. Nel 1991 la Cecenia approfittando della debolezza della Russia proclama la sua totale indipendenza da Mosca. Nel 1994 Eltsin invia 40 mila soldati in Cecenia per riprendersela, ma l’Armata Rossa è oramai un fantasma e dopo 2 anni Eltsin è costretto a riconoscere l’indipendenza della Cecenia.


Putin, divenuto da poco capo del governo, capisce che la questione cecena è cruciale per la sopravvivenza della Russia. Inizia quindi un massiccio uso dell’aviazione, che bombarda le postazioni dei guerriglieri ceceni. Gli attacchi ora sono massicci e brutali. Il 25 agosto 1996 i generali russi annunziano la sconfitta e l’eliminazione di oltre mille guerriglieri ceceni.


Putin dichiara: “ero convinto che se non avessimo fermato i guerriglieri sùbito, saremmo finiti per diventare una seconda Jugoslavia. Era necessario riprendere il Daghestan e buttare fuori i guerriglieri ceceni” (G. Sangiuliano, cit., p. 173).


La seconda guerra ingaggiata da Putin è quella contro gli oligarchi. Egli…


“non solo non vuole farsi manipolare dagli oligarchi, ma decide che è giunto il tempo di sganciarsi da loro” (G. Sangiuliano, cit., p. 176).


Eltsin è ancora de jure il capo, ma deve cedere il potere poiché non è più in grado di esercitarlo, oramai schiavo dell’alcol, degli oligarchi e della mafia russa (che è una specie di braccio armato dell’oligarchia neo-liberistica “russa”).


L’Occidente, però, non vuole che il potere passi a Putin, il quale farebbe gli interessi della Russia. Tuttavia il potere dovrebbe essere esercitato, se non da Putin, dai “democratici”, che sono sognatori e incompetenti; nella migliore delle ipotesi sarebbe un ritorno all’era Gorbaciov.


Allora intervengono Sacharov e Zinoviev che assieme a Solgenitsin spingono l’opinione pubblica alla rivolta contro l’americanizzazione e la globalizzazione della Russia (G. Sangiuliano, cit., p. 181).


Eltsin mantiene ancora un briciolo di amor patrio e di buon senso. Quindi il 31 dicembre del 1999 cede a Putin il potere reale:


“due colonnelli delle Forze strategiche missilistiche raggiungono Putin nel suo ufficio di vice premier e gli consegnano i codici di lancio delle armi nucleari. È il vero scettro del potere” (G. Sangiuliano, cit., p. 182).


Sùbito dopo Eltsin annuncia le sue dimissioni anticipate.


Gennaro Sangiuliano scrive che il “conservatorismo” putiniano è assai diverso dal neo-conservatorismo liberista statunitense. Infatti per Putin la base della vita politica della Russia deve essere la tradizione sociale, culturale e religiosa russa e non un richiamarsi genericamente ai valori liberal-democratici dell’Occidente.


«Il giorno della Pasqua ortodossa, con tutta la famiglia, è nella cattedrale di Sant’Isacco a San Pietroburgo. Inaugura così una consuetudine che lo vedrà presente, negli anni, a tutte le funzioni religiose. “Se la Russia è diventata grande”, ripete Putin, “non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico, il merito è del Cristianesimo”» (G. Sangiuliano, cit., p. 188-189).


La guerra agli oligarchi apolidi e mondialisti


Putin dà questa definizione dell’oligarca: “esponente dell’alta finanza, che vuole influenzare la politica, rimanendo nell’ombra” (G. Sangiuliano, cit., p. 198);


in breve: un appartenente ad una società segreta, che tramite la finanza dirige i politici e il mondo.


I tre nemici di Putin, rappresentati dall’oligarca, sono


  • le sette segrete,
  • l’alta finanza apolide che cerca il guadagno e la ricchezza come fine e
  • il mondialismo che governa il mondo intero tramite lo strapotere della finanza bancaria sulla politica.

Se si legge attentamente il paragrafo (pp. 198-208) che Sangiuliano riserva agli oligarchi “russi” con i quali Putin è entrato in conflitto si capisce che essi son quasi tutti di origine israelitica, e si sono impadroniti – con l’aiuto della malavita organizzata – dell’industria, dei mass media e delle banche russe per dominare da dietro le quinte la Russia intera e per farla confluire nel calderone del Nuovo Ordine Mondiale, diretto dagli Usa e Israele, dalle banche e dalla massoneria.


La lotta è iniziata nel 1996 ed è finita con la vittoria di Putin nel 2013 senza esclusione di colpi, anche cruenti.


Putin insiste sul fatto che un Paese per restare in piedi deve riscoprire la propria origine religiosa che in Russia è cristiana, la quale dà ai cittadini le basi morali per vivere rettamente. Inoltre non si possono ignorare le proprie tradizioni culturali e storiche, che per la Russia non sono né atlantiche né islamiche.


La forza di una Nazione è intellettuale, morale e spirituale. Essa deve fondarsi su famiglie unite, numerose, moralmente ordinate e religiose.




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