4 - Vladýmir Putin

don Curzio Nitoglia 15 gennaio 2016 MAURIZIOBLONDET.IT

PARTE 4


Vladìmir Vladimirovich Putin: la sua vita per capire il suo modus operandi e il suo pensiero


Il matrimonio


Il 28 luglio del 1983 Vladìmir sposa, dopo 3 anni e mezzo di fidanzamento, una giovane ragazza di nome Ludmilla. Anche lei era stata battezzata di nascosto a 5 anni da sua madre, la cui religiosità mai sopita sarà decisiva per il risveglio religioso di Putin avvenuto qualche anno dopo.


Un fatto intercorso tra Vladìmir e Ludmilla durante il loro fidanzamento, che viene riportato da Sangiuliano, ci fa capire ancor meglio la personalità di Putin. Egli è molto geloso e non accetta comportamenti troppo allegri o occidentali.


«Una volta dopo una serata trascorsa in un locale dove Ludmilla si era scatenata a ballare con degli amici, Vladìmir la trae in disparte e le dice a muso duro: “La nostra storia non ha futuro”. La ragazza rimase sconvolta…» (G. Sangiuliano, cit., p. 71).

Nel 1985 nasce Maria, la prima figlia, a Leningrado; la seconda, Katerina, nascerà a Dresda. La prima porta il nome della madre di Putin, la seconda quello della madre della mamma, secondo tradizione.


In Germania orientale


Putin arriva a Dresda nel 1985 appena dopo la morte di Cernenko e l’avvento al Cremlino di Gorbaciov.


“La crisi morale e materiale del comunismo, latente da almeno un ventennio, esplode e inizia il periodo di turbolenza che culminerà con la dissoluzione dell’Urss” (G. Sangiuliano, cit., p. 79).


Nel novembre del 1989 cade il muro di Berlino e la sede della Stasi (la polizia politica tedesca orientale) viene presa d’assedio; il 3 dicembre tocca alla sede del Kgb di Dresda ove risiede Vladìmir che è ancora un maggiore del Kgb. Egli decide di non usare le armi; la polizia della Germania dell’est è allo sbando e non soccorre i colleghi del Kgb. Putin va a parlare con la folla dei dimostranti e solo quando molto più tardi giunse un distaccamento militare sovietico la folla che si era fatta minacciosa si disperse.


«C’erano state tante minacce verbali ma non era accaduto nulla di violento. Gli agenti del Kgb si erano armati, ma il giovane maggiore aveva raccomandato moderazione e calma. Per il resto tutto era chiaro: “Ebbi l’impressione che il Paese non ci fosse più. Era chiaro che l’Urss era malata di quel morbo micidiale che si chiama paralisi del potere”» (G. Sangiuliano, cit., p. 84).


Il crollo del comunismo sovietico e il ritorno a Leningrado


La città è in preda al caos, gli approvvigionamenti alimentari sono scarsi, il riscaldamento è un lusso, il caos e l’anarchia regnano in Urss.


Putin provava un forte disappunto per il crollo di tutto. Era molto disincantato e si chiedeva: “come hanno potuto sbagliare? Non ascoltare le nostre parole? nessuno a Mosca ha letto i nostri rapporti? Noi li avvertivamo di quello che stava per accadere” (G. Sangiuliano, cit., p. 87).


La perestroika (ristrutturazione) e la glasnost (trasparenza) di Gorbaciov non ottengono nulla. Gorbaciov è un dirigente comunista che pensa di poter risolvere il problema sovietico con la distinzione tra comunismo vero e buono contro comunismo falso e cattivo. Egli non ha intenzione di abbattere il Partito Comunista Sovietico, lo vuol ringiovanire e guarire, ma all’interno dell’Urss egli non gode di grande successo come invece avviene all’estero. Al degrado economico si accompagna il caos politico e la presenza costante della criminalità organizzata.


Inoltre la fine del comunismo porta con sé il risveglio religioso cristiano ed anche il pericolo della nascita di una sorta di Califfato islamico nelle Repubbliche ex sovietiche di fede musulmana. Nel 1988 iniziano i primi conflitti nel Caucaso tra l’Azerbaigian musulmano e l’Armenia cristiana e si arriverà alla guerra aperta nel 1992.


Frattanto ascende l’ingegnere Boris Eltsin, che sin dall’inizio dà prova di voler veramente cambiare lo status quo dell’Urss e non solo la facciata come Gorbaciov. Il 15 marzo 1989 Gorbaciov viene eletto presidente dell’Urss, ma il 29 marzo Eltsin è eletto Presidente del Congresso della Repubblica Russa e non sovietica. Da quel momento a Mosca ci sono de facto 2 parlamenti, con 2 presidenti: una struttura sovietica e una russa. Questo assetto non può durare. Gorbaciov è sempre più isolato all’interno del suo Paese, sembra un visionario che sogna il ristabilimento del comunismo sovietico sotto una forma meno radicale come era successo nel processo di de-stalinizzazione.


“Il 17 agosto del 1991 scatta un golpe dei comunisti radicali contro Gorbaciov, che rimane passivo. Eltsin si schiera sùbito ed energicamente contro il golpe e Putin è con Eltsin. L’atteggiamento deciso di Eltsin fa fallire il golpe. Gorbaciov viene destituito da Eltsin, che decreta la fine dell’Urss e del Pcus” (G. Sangiuliano, cit., p. 101-103).


Putin è tentato di lasciare il Kgb e di darsi alla carriera universitaria come assistente del suo vecchio professore Sobcak, il più grande giurista russo, che nel 1990 diventa sindaco di Leningrado con Putin come vice-sindaco. Ma nel 1993 scatta un secondo golpe dei vetero-comunisti contro Eltsin e Sobcak. Nelle ore più critiche Sobcak è asserragliato nella dacia di Eltsin nei pressi di Mosca, ma l’arresto di Eltsin fallisce 2 volte (il comunismo sovietico è veramente in crisi). Putin torna urgentemente a Leningrado oramai chiamata San Pietroburgo.


“Raccoglie uomini armati e li schiera in aeroporto” (G. Sangiuliano, cit., p. 114).


Il golpe fallisce grazie “alla reazione militare efficiente. Eltsin ordina l’assalto delle forze speciali del Gruppo Alfa, tra gli assalitori c’è un reparto speciale, il tradizionale corpo delle teste di cuoio russe, giunte da San Pietroburgo. A coordinare il trasferimento e a curarne la logistica è l’ex tenente colonnello Vladìmir Putin” (G. Sangiuliano, cit., p. 137).


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