2 - Vladýmir Putin

don Curzio Nitoglia 15 gennaio 2016 MAURIZIOBLONDET.IT

PARTE 2


Vladìmir Vladimirovich Putin: la sua vita per capire il suo modus operandi e il suo pensiero


La Russia di Putin non è una democrazia, è questa l’obiezione più frequente contro il Presidente russo, ma “la Russia non può essere una democrazia perché se lo fosse non esisterebbe” (L. Caracciolo, la Repubblica, 7 marzo 2015).


I politologi parlano di “democrazia controllata” per distinguere il regime di Putin da quello totalitario sovietico, da quello autoritariozarista e nello stesso tempo dalla “democrazia libertaria e agnostica” occidentale, che dimentica le sue tradizioni culturali e religiose, le quali al contrario sono la base comune della Russia putiniana.


Per Putin il governo della Russia non può reggersi senza un attaccamento profondo al senso della gerarchia e del comando, al popolo inteso come comunità radicata nella propria terra o Patria, che ha una tradizione religiosa ben specifica (il Cristianesimo) e una cultura (specialmente letteraria e musicale, fisica, matematica e chimica) di prim’ordine.


Invece gli intellettuali occidentali hanno perso il contatto con la realtà e il popolo (che non è la massa) ed hanno installato una Società sradicata, senza terra, Patria, religione, tradizione, gerarchia, ordine, disciplina e soprattutto senza anima culturale e religiosa.


La stirpe in senso lato, la cultura, la tradizione, la religione, una certa metafisica hanno un ruolo fondamentale secondo Putin per poter mantenere in piedi un Paese.


La deficienza di tutto ciò ha portato, secondo Putin, al crollo dell’Urss nel 1989 e porterà al crollo degli Usa e dell’Occidente atlantico, che ha tagliato le sue radici europee per installarsi, contro la sua natura, nel deserto culturale, spirituale e tradizionale dell’America del nord, che al massimo può rifarsi all’illuminismo britannico, il quale è la negazione della metafisica europea ossia greco/romana e cristiana.


Un personaggio, che è un punto di riferimento per la cultura metafisica e tradizionale, ha giocato un ruolo di padre e maestro per Putin: Alexander Solgenitsin, il quale ha sempre ricordato a oriente come ad occidente che la soluzione dei problemi creati dal comunismo sovietico alla Russia non poteva essere il liberismo anglosassone e specialmente americano.


L’adolescenza di Putin


Un episodio della vita di Putin tredicenne ci fa capire la sua personalità, il suo carattere e il suo modo di pensare e di agire (cfr. G. Sangiuliano, cit., cap. I).


Un mattino un bambino amico di Vladìmir viene pestato nel cortile del suo palazzo popolare e periferico, senza ragione, da un bullo grande e grosso di 18 anni. Vladìmir assiste impassibile alla scena e non interviene perché il bullo è accompagnato da un nutrito “branco”. Però per lui l’amicizia è sacra e quindi decide di vendicare l’amico. Si siede nel centro del cortile e aspetta che la sera il bullo rientri a casa. La lotta sarebbe impari, ma Vladìmir salta sopra il bullo e lo prende a pugni, calci, graffi, morsi (G. Sangiuliano, cit., p. 13). Il bullo è sopraffatto dall’aggressività di Putin, che è una delle componenti del suo carattere giovanile, la quale tuttavia è stata domata da Vladìmir con lo judo, la riflessione, gli studi e la voglia di entrare nel Kgb. Il non abbandonare mai un amico, soprattutto se caduto in disgrazia o se in difficoltà, fa parte della personalità di Putin e questo non bisogna mai dimenticarlo neppure a livello internazionale, politico e bellico.


Il padre di Vladìmir si era arruolato volontario in un corpo d’élite dell’Armata Rossa appartenente alla NKVD (l’antenata del Kgb) ed aveva combattuto la battaglia della “sacca della Neva” ove gli scontri erano assai cruenti e persino feroci ed era tornato, finita la battaglia di Leningrado, a casa ma come invalido permanente ad una gamba. Si era iscritto ancor giovane al Partito Comunista Sovietico ed era un comunista convinto e militante.


La madre aveva rischiato di morire di fame nel lungo assedio di Leningrado e ne ha risentito per tutta la vita camminando a fatica ed appoggiandosi sempre ad un bastone. Putin ha confessato di essere stato battezzato in segreto da sua madre, fervente cristiana, contro il parere del padre, convinto ateo bolscevico.


Finita la guerra il padre di Vladìmir trova posto come operaio specializzato in una fabbrica di materiale ferroviario.


La casa della famiglia Putin misura 20 metri quadrati, consta di una sola camera in cui si dorme, si mangia, si studia. Naturalmente la strada diventa il luogo preferito del giovane Vladìmir, che ammetterà di essere stato un piccolo teppista di strada e di essersi conquistato uno spazio vitale nella dura vita della periferia di Leningrado. L’aggressività è una caratteristica del carattere di Vladìmir, che non sopportava di esser insultato e veniva sùbito alle mani in maniera molto violenta e quasi furiosa.


A scuola è vivace, intelligente, indisciplinato, aggressivo, ma capace di riuscire negli studi. “Man mano che cresceva, Putin, pur mantenendo un carattere vivace, migliorò di molto i rapporti con la scuola, cominciandosi a distinguere per intelligenza ed impegno. Intorno ai 13 anni era uno degli elementi più brillanti, seguiva con attenzione le lezioni, approfondiva e leggeva di continuo. […]. La predisposizione ai gesti di violenza resta, ma Vladìmir cerca di indirizzarla in un’attività sportiva: prova il pugilato, ma gli viene spaccato il setto nasale. Allora sceglie il sambo, una lotta tipicamente russa, che fonde elementi di karatè e di judo con l’aggiunta di alcune mosse di corpo a corpo popolare russo. […]. La passione per le arti marziali continuerà negli anni successivi e Vladìmir si dedicherà al judo, diventando, nel 1976, campione cittadino di Leningrado, dopo esser diventato cintura nera del sesto dan” (G. Sangiuliano, cit., p. 22).


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