Quei furti di rame che sono punizioni di Dio per la nostra infedeltà

di Camillo Langone | 09 Gennaio 2016 IL FOGLIO

Scendo a Roma con un treno veloce che viene rallentato da “furti di rame lungo la linea”.

Lo stato Italiano non è più capace di difendere la propria principale infrastruttura come l’Impero Romano negli ultimi anni non era più capace di difendere la sicurezza delle vie consolari. Termini, che fu una stazione bellissima e ariosa, è diventata uno sporco, soffocante labirinto di negozi e posti di blocco: mai visto tanti militari, mai visto tanti barboni (questa visione di mitra e di corpi fra i cartoni sembra proprio l’epitome della nuova Italia). Davanti, lunghe file di taxi oziosi e di tassisti dal reddito dimezzato dagli attentati.



Risalgo in Val Padana con un treno lento e nello scompartimento una famigliaccia di allogeni (arabi? Turchi?) dopo aver sporcato ben bene i sedili con le scarpe comincia a tirarsi pallonate. Rileggo Geremia e la profezia delle sventure che Dio avrebbe scaraventato sui giudei per punirli della loro infedeltà: “Sono tornati alle iniquità dei loro padri antichi, i quali rifiutarono di ascoltare le mie parole.



Ecco, io faccio venir su di loro una calamità, alla quale non potranno sfuggire”.

Consapevole che Geremia venne infine lapidato in quanto disfattista, insomma gufo, prego che un farmacista amico mi procuri presto tutta la morfina necessaria a farmi vedere i treni e le stazioni d’Italia come annunci di un futuro radioso.

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