Nietzsche (2)

20/10/2012 Di Giametta Sossio per il circolo La Torre

 

Nietzsche

Dioniso è il dio della pura esistenza, del libero gioco delle forze naturali, dei contrasti irriducibili, delle infinite metamorfosi, della creazione e distruzione senza origine, fine, identità, essenza, verità. Tutto ciò che è ritenuto stabile e provvisto di senso si rivela fluido e insensato, ogni fondamento (Dio, anima, essere, sostanza, substrato) viene meno. Tutti i tentativi di redenzione della finitezza e limitatezza umana sfociano in altrettante negazioni della vita. Se si ama e si rispetta la vita, per Nietzsche bisogna amarla e rispettarla nella sua caducità (non nell'eternità), senza i calcoli dell'egoismo schopenhaueriano ("la vita è un'impresa che non vale la spesa"), per leale e disinteressato amore di figlio. La visione dionisiaca è dunque la visione della natura come caos, come immenso ed esplosivo conglomerato di forze. Tra queste regna la volontà di potenza e una drastica gerarchia, per cui le forze maggiori aggrediscono, asserviscono e sfruttano quelle minori. Questa visione selvaggia della natura, che fa parte della "saggezza selvaggia" di Nietzsche (parla della sua wilde Weisheit), è, conformemente a quanto abbiamo detto della ribellione alla falsità che ispira tutte le sue manifestazioni, una visione in funzione anticristiana. Come si sa, infatti, per il cristianesimo l'universo è invece la creazione di Dio per l'uomo, fatto a immagine e somiglianza di Dio. In essa l'uomo è il centro e il fine, è signore del cielo e della terra e può disporre a suo piacimento della grade famiglia delle piante e degli animali. Paradossale resta comunque che, nonostante questo gran dono, il cristiano sia destinato in ultima analisi a rinunciarvi, perché il vero scopo della sua vita è allocato nell'aldilà.

L'onda caotica dell'universo è distruttiva, ma porta anche a riva le conchiglie più preziose: l'ordine umano, per quanto precario, e i beni di cui e per cui gli uomini vivono: la gioventù, la bellezza, l'amore, la realizzazione, la speranza, la libertà, il gioco e infiniti altri, compreso il ben mangiare e bere, che per Zarathustra "non è un'arte vana". Pur avendo piena valenza filosofica, questa visione è in primo luogo una creazione poetica, come vedremo una trasfigurazione in poesia tragica della crisi storica, e come tale non sarà più abbandonata da Nietzsche, come abbiamo detto; rimarrà sempre, esplicitamente o implicitamente, al centro delle sue opere e della sua ispirazione.

L'opera di Nietzsche si può pertanto paragonare alla terra: un nucleo infuocato e magmatico: la visione dionisiaca, e una crosta rigida e fredda: le opere scettiche.

Tra le due cose, in apparenza opposte, c'è un legame organico. Le opere scettiche mirano infatti alla difesa della visione dionisiaca, visione verace della natura, che l'uomo subisce, contro coloro, cristiani o altri, che vorrebbero mentirne la verità e antropomorfizzarla, addomesticarla, fingendo un ordine morale al posto del disordine guerreggiato, drammatico dell'universo. Ma nel bel mezzo della filosofia scettica delle opere aforistiche ecco spuntare improvvisamente, come un alto monte solitario in mezzo a una vasta pianura, Così parlò Zarathustra. Così parlò Zarathustra è l'opera affermativa in cui Nietzsche raggiunge le sue dimensioni ottime e massime.

In essa rifulgono, unite e compenetrate come gli organi di un organismo, le sue doti di moralista, poeta, psicologo, profeta e diagnostico della crisi dell'Occidente.

Nietzsche ha pensato con trasporto intimo e senso del dramma di dover essere il fondatore della religione dell'eterno ritorno di tutte le cose, che era da lui considerata la massima affermazione della vita. Ma in ciò si è ingannato. Egli pensava l'eterno ritorno come incitamento morale a vivere la vita nel modo più degno, al fine di potersene compiacere nelle infinite vite future. Ma in questo senso l'eterno ritorno non funziona. Anzi funziona all'incontrario. Poiché è eterno non da adesso, cioè non dal tempo in cui Nietzsche l'ha pensato e proclamato, ma già dall'eternità, la nostra vita sarà eternamente quella che è già eternamente stata. Qui il fatalismo uccide l'incitamento, deprime e non esalta lo sforzo. Nietzsche, "filosofo dell'avvenire", come si firmò in una pensione di Napoli ("Don Federico Nietzsche, filosofo dell'avvenire"), non pensava evidentemente al passato. Del resto già Alfred Bäumler dimostrò che nello Zarathustra l'eterno ritorno è un corpo estraneo.

La religione dell'eterno ritorno è però una testimonianza dell'animo e della vocazione religiosi di Nietzsche. Con tale animo e per tale vocazione, Nietzsche ha fondato un'altra religione, questa volta "vera", autentica, che "funziona" benissimo: la religione del corpo e della terra, della vita effimera, caduca, scintillante, della vita così com'è, a favore della quale ha respinto ogni tentativo di immortalizzazione ed eternizzazione. Tanti hanno rivendicato i diritti del corpo e della terra, ma non come Nietzsche, non con la sua intensità, la sua potenza e il suo spirito religioso. Si tratta di una vera religione, di una religione laica, che è anche una religione dell'umiltà (non della superbia, come ha detto Papa Benedetto XVI), perché predica l'amore della vita riconoscendo lo stato dell'uomo di cellula del grande organismo dell'universo, di cui deve subire le leggi, leggi non fatte per l'uomo, come lamentava già l'antico poeta Lucrezio ("Il mondo non è fatto per l'uomo"). È per questo che, quando Nietzsche non sapeva ancora come classificare il parto maschio dello Zarathustra, Peter Gast, suo provvidenziale discepolo e amico, gli disse: "È una sacra scrittura".

Lo Zarathustra è effettivamente un antivangelo. È il vangelo della purezza e della giustizia. Esso si erge contro il vangelo della carità. È il vangelo dell'amore di sé che è amore della vita e accettazione delle responsabilità della vita e si contrappone al vangelo dell'amore del prossimo, è l'esaltazione della vita terrena, nella sua problematica, tragica bellezza, contro ogni trascendenza, è un inno alla grandezza con radici terrestri e la sua fenomenologia nel mondo, è la storia del martirio che incombe a chi si mette sul suo sentiero solitario. È il vero Ecce homo, non teatralizzato, non sbandierato al pubblico nell'euforia precedente la pazzia, ma sussurrato a se stesso in timore e tremore. Come opera che fonda la religione laica, lo Zarathustra appare il seguito logico e la grandiosa conclusione di quel processo innescato dall'ateismo scientifico e divenuto, ai tempi di Nietzsche, una conquista della coscienza europea. Questo ateismo è concepito come l'atto più ricco di conseguenze di una bimillenaria educazione alla verità, che alla fine si vieta la menzogna della fede in Dio... Si vede che cosa propriamente vinse il Dio cristiano: la stessa moralità cristiana, il concetto della veracità preso in modo sempre più rigoroso, la sottigliezza da padri confessori della coscienza cristiana, tradotta e sublimata in coscienza scientifica, in pulizia intellettuale a ogni costo (La gaia scienza, 357).

Lo Zarathustra è dunque il il monte sacro, il vero Hauptwerk di Nietzsche, ed egli è stato, come abbiamo già detto, troppo modesto in questo suo sogno, allo stesso modo che lo è stato con la religione dell'eterno ritorno. Con lo Zarathustra egli non si è schierato, come voleva, accanto ai filosofi classici, ma li ha sovrastati con una creazione - perfetta fusione di filosofia, religiosità e poesia - che, come religione laica della vita, è molto più di un sistema filosofico: è semplicemente la più grande, ispirata e profonda affermazione della vita nella sua fugace autenticità. In tal senso è, malgrado i suoi non pochi difetti e cadute, dovuti alla sua nascita non unitaria ma a ondate successive - in cui l'energia accumulata durante il lungo esercizio razionalistico scema man mano che l'autore aggiunge parti alle parti - non solo la più grande opera della letteratura tedesca, in cui prende il posto dei Colloqui con Goethe di Eckermann, da Nietzsche esaltati come tale, ma anche la più grande celebrazione dell'umanità nella sua vera natura e nel suo vero destino. È insieme il definitivo rovesciamento dell'opera pessimistica di Schopenhauer.

Abbiamo paragonato l'opera di Nietzsche alla terra. Possiamo paragonare Così parlò Zarathustra, nella costellazione delle opere nietzschiane, al sole. Esso illumina le altre opere, precedenti e successive, come il sole i suoi pianeti. Come i pianeti, che orbitano intorno al sole, esse orbitano intorno allo Zarathustra. Qui però è importantissimo osservare, sulla scorta magari di un comune atlante di astronomia, che il sole è immensamente, "spaventosamente" più grande dei pianeti, è quasi da solo l'intero, cosiddetto, sistema solare, perché i pianeti, pur così grandi per noi che guardiamo da un pianeta, sono solo frammenti, schizzati via dall'immensa massa solare e raffreddatisi girandovi intorno. Tale il rapporto dell'opera del "grande Sì alla vita", a quelle, pur grandi e secondo molti, miopi, addirittura più grandi, del "grande No", specie da Al di là del bene e del male in poi.

Prima di passare all'ultimo, importante argomento, un ultimo chiarimento a questo riguardo. Noi rifiutiamo, per la religione laica di Nietzsche, l'espressione, che si ritrova nella recente e meno recente letteratura, di religione atea. E ciò benché Nietzsche abbia usato lui stesso questa parola. Su di essa anzi egli ha insistito. Ma, secondo noi, egli ha fatto ciò soprattutto per negare i vani sogni e le menzogne, le illusioni e le ipocrisie delle religioni positive ("nessuna religione ha mai finora contenuto, né direttamente né indirettamente, né come dogma né come allegoria, una verità"6). Il suo uso e le sue insistenze hanno dunque un valore polemico. L'amore della vita, della terra ("il cuore della terra è d'oro") e del corpo da lui predicato è un amore aperto sull'eternità, l'infinità e la divinità della vita. Come tale esso si nutre e si sazia di sé e della vita e non dà spazio a speculazioni e a negazioni di qualunque sorta. Chi vive nell'integrità e nella pienezza non ha bisogno di distogliere l'attenzione dalla sua vita per spostarla su elucubrazioni vane circa le prime e le ultime cose. Fin da giovane Nietzsche - così egli si vanta in Ecce homo - non si è mai preoccupato di queste cose. Egli sposta il sacro dal piano della trascendenza a quello dell'esperienza. Raggiunge così il suo connazionale Martin Lutero, oltre che come genio linguistico, come genio religioso.

E passiamo adesso alla vexata quaestio della responsabilità politica di Nietzsche. Ma in primo luogo, perché c'entra, diciamo che Nietzsche, pur non

essendo filosofo in senso stretto, ha creato un grande filosofema, l'unico vero suo filosofema: il nichilismo. Il nichilismo è la negazione della conoscenza e della morale. È importante notare comunque che anche a questo filosofema egli è arrivato non per via logica, ma per via psicologica. Alla psicologia, "quale morfologia e teoria evolutiva della volontà di potenza" e quale disciplina al di sopra delle altre, che è "la via che porta ai problemi fondamentali", egli eleva un monumento nell'aforisma 23 di Al di là del bene e del male. A forza di psicologizzare l'uomo, cioè di indagare i motivi egoistici o piuttosto fisiologici che si nascondono sotto le sue pretese spirituali, poi i gruppi, i popoli e alla fine l'umanità stessa come grande individuo, Nietzsche ha scoperto che l'universo non ha senso unitario, umano, non ha un senso, ed è questo che significa in ultima analisi "Dio è morto". L'universo ha solo gli innumerevoli sensi che gli esseri traggono da se stessi in base alla loro varia natura e misura di forza. Questi sensi sono "prospettive", cioè sempre anche abbreviazioni del mondo, e questo è il famoso prospettivismo di Nietzsche. Connsiderando la conoscenza come una "prospettiva", è più facile capire la negazione della logica e della sua capacità di penetrare la realtà. Per Nietzsche insomma l'antropomorfismo è un manto senza buchi che ricopre tutta la conoscenza umana. In questo egli si può considerare un rinnovatore della sofistica antica, non per niente da lui esaltata come la più libera e gloriosa cultura dell'antichità. Essa però era fine a se stessa e non serviva, come in lui, la religione della vita. Anche per quanto riguarda la morale, Nietzsche scopre che il preteso ordine morale del mondo, che i filosofi, per esempio Kant e Schopenhauer, e gli uomini in genere affermano, non è che il ribaltamento nel caos dell'universo del loro ordine interiore. Esso serve a creare una barriera, per quanto fittizia, contro l'onda caotica e distruttiva dell'universo, dunque la morale ha senso antropomorfico e di autoconservazione.

Teniamo conto pertanto, per quanto riguarda l'argomento della responsabilità politica, di questa negazione della conoscenza e della morale, che costituiscono, come abbiamo detto, la sostanza del nichilismo. Da essa derivano gravi conseguenze.

Dalla negazione della realtà come una qualunque stabile costituzione delle cose deriva, tanto per cominciare, la negazione della verità, per mancanza dell'oggetto a cui dovrebbe corrispondere (la verità è normalmente ciò che corrisponde alla realtà).

Ma allora che cos'è la verità? è l'errore, risponde Nietzsche, di cui abbiamo bisogno per vivere. La ricerca della verità non è ricerca della verità, ma di ciò che ci aiuta, ci fortifica e ci potenzia. Questo, e non la verità, è anche il criterio di validità della filosofia: è valida quella filosofia che aiuta i forti. Questi, per Nietzsche, sono destinati a soccombere alla forza del numero e all'astuzia dei mediocri, degli schiavi,

A queste negazioni si aggiunge la negazione della libertà, del libero arbitrio, e quindi della responsabilità. È errore, dice Nietzsche, giudicare di meriti e colpe: "l'uomo non è da tenere responsabile per niente, né per il suo essere, né per i suoi motivi, né per le sue azioni, né per i suoi effetti".7 Afferma inoltre che la legge suprema della natura è la sopraffazione e che non bisogna cercare di eliminarla o correggerla, perché se si tocca il gioco duro della vita si rende impossibile la nascita della grandezza. La grandezza, come abbiamo detto, è per lui lo scopo della vita e solo nel servizio alla grandezza gli uomini si giustificano. Insieme con la sopraffazione afferma lo sfruttamento dei più deboli e la necessità della schiavitù come "condizione di ogni civiltà e di ogni innalzamento di civiltà". Afferma inoltre la necessità di rinaturalizzare l'uomo: "si deve riconoscere il terribile testo di base homo natura.

Ritradurre l'uomo nella natura; trionfare delle molte vanitose e fantasiose interpretazioni e significazioni aggiuntive che sono stae finora scarabocchiate e spennellate su quell'eterno testo di base homo natura".

Ora, tutti questi sono risultati di un percorso strettamente personale ed esclusivamente filosofico. La politica non c'entra niente. Nietzsche non è mai stato uno scrittore politico o addirittura totus politicus, come lo descrive un interprete totus politicus egli stesso. Egli era invece totus impoliticus. La politica, dice Nietzsche, è fatta per le teste mediocri. Dice anche che, se uno crede di risolvere i problemi della vita con la politica, fa solo una caricatura. Sta di fatto tuttavia che questo percorso personale, solitario, filosofico, apolitico, antipolitico, corrisponde in tutto e per tutto, come per miracolo, all'involuzione e al tramonto dell'Occidente. Ma "come per miracolo" se vediamo le cose dal lato degli effetti, non se le vediamo dal lato delle cause. Se vediamo cioè che la crisi storica (semplice, fatale crisi di vecchiaia) della bimillenaria civiltà cristiano-europea si irradia, nella seconda metà dell'Ottocento, in tutte le manifestazioni umane: politica, morale, arte, filosofia ecc., che tutte la esprimono a modo proprio, comprendiamo che alla fine, pur essendo stato in tutto e per tutto antipolitico e inattuale, Nietzsche risulta essere in primo luogo una creazione e un'antenna della crisi, cioè della storia, della politica e dell'attualità, secondo la massima di Goethe: "Gli uomini sono da considerare organi del loro secolo che si muovono per lo più inconsapevolmente". È l'ironia della sorte: sull'uomo che si considerava inattuale per antonomasia, il giudizio storico da dare è un giudizio di attualità. L'uomo che ha scrutato l'antica Grecia era mosso da un inconsapevole, profondo motivo attuale. Con la sua trasfigurazione della crisi in poesia e filosofia tragica, egli ha conferito alla crisi corpo spirituale, legittimità e accelerazione; col suo irrazionalismo e la sua filosofia della natura e della forza (superuomo, uomo forte, volontà di potenza, gerarchia), la sola che resta quando si sono abbattuti i sistemi filosofici, ha acceso quel fuoco che trent'anni e cinquant'anni dopo si svilupperà in incendio mondiale. Si capisce dunque perché Thomas Mann dica: "Nietzsche è un fenomeno epocale mitico-terrificante".

Ma d'altra parte, se consideriamo la grandezza e l'importanza delle opere di Nietzsche, nella loro parte non guastata dall'epoca, la loro validità al di là del suo tempo, comprendiamo anche che, sebbene storia e filosofia comunichino e si alimentino a vicenda sotterraneamente, certo con peso disuguale, l'una non è riducibile all'altra. La filosofia in particolare, della quale qui ci occupiamo, cioè l'uomo, conserva in linea di massima, rispetto alla storia, la sua autonomia.

Nell'ambito di questa i ruoli si possono invertire, come per lo più avviene appunto nel caso di Nietzsche. Ed è per questo che abbiamo citato a suo riguardo la frase di Goethe e non quella violenta di Marx: "L'individuo è strumento della storia, che lo schiaccia". Nietzsche non è stato schiacciato. La crisi che lo ha partorito e condizionato e di cui egli rimane l'esponente principale, gli fornisce l'occasione per conquiste immortali puramente poetiche, morali e filosofiche: alta poesia e filosofia tragica, tellurica demistificazione di falsità, illusioni e ipocrisie, educazione alla grandezza, massima esaltazione dell'indipendenza umana, scandaglio psicologico di un nuovo Machiavelli, difesa della lealtà e giustizia verso la vita, accettazione religiosa della vita e dei suoi pesi, sulfurea e profetica critica della civiltà, con una perla rilucente: un'etica pura, scevra di ogni ombra di edonismo, utilitarismo, eudemonismo.

Sossio Giametta



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