Lettera sulla felicità dopo le feste (Seneca scrive a Lucilio)

MARCELLO VENEZIANI

Caro Lucilio, che hai fatto a Capodanno?


Non ho voluto romperti i maroni, per dirla con Publio Virgilio Marone, leghista mantovano, con le mie lettere edificanti per non rovinarti le noiose feste di Natale. Ma ora che pure la befana è passata, vorrei aggiornare la mia lettera sulla felicità. Vi siete scambiati una montagna di auguri di felicità, un rito superstizioso di massa che denota quanto primitiva sia la vostra modernità. Auguri de visu oppure tramite quelle lettere nane che chiamate sms, whatsapp o con quell’infernale aggeggio vocale che mi sta rendendo superato l’epistolario, chiamato telefonino. Non dire, caro Lucilio, che sono il solito pedante e che preferisci altre letterine carnose alle mie petulanti pergamene; ringrazia il cielo che non ho il telefono…

Ora tornate tutti a casa dalla felicità e dall’infelicità e riprendete l’abito della mediocrità. Le vacanze hanno il privilegio di alterare la normalità e di far venire fuori impetuoso e imperativo il desiderio di felicità; ma portano alla luce anche le sommerse infelicità, rivelano i dolori e le malinconie, scoprono le carenze e le orfanità. Così nelle vacanze si scatenano la felicità e l’infelicità, vanno a braccetto, si scambiano i posti e si mettono a ballare. Avrai festeggiato alla grande, Lucilio, perché tu mi leggi e mi ami, ma poi nella vita pratica te ne strafotti dei consigli e vivi come ti capita e vai dove ti porta il cuore, la panza e persino il membro vile. Io, da classico, ho trascorso il passaggio d’anno in disparte, a riflettere sulla felicità e sul suo spot. Devo dire che mi sono fischiate troppe volte le orecchie in questi giorni perché il mio nome è risuonato a proposito e a sproposito. Le mie lettere a te sulla felicità, vanno ancora a ruba.

A duemila anni dalla prima edizione fa piacere vedersi in classifica, anche se si sente un po’ fregati nei diritti d’autore. Vabbene che per me vengono prima i doveri dei diritti; ma sono stoico, mica fesso. E poi ci si sente presi per le terga, alias deretano, diventare un best seller in un’epoca che la pensa all’opposto di me. D’accordo, ho vissuto sotto Caligola e Nerone, però voi sotto Renzi e Grillo


Mi sento tirato per la tunica un po’ dovunque. Ho visto in libreria una caterva di libri dedicati alla felicità e scritti quasi tutti da barbari, celti, galli o affini. La felicità è la cosa più anti-economica che esista, vive nello spreco. Persino il civis romanus Antonello Venditti mi infila nelle sue ultime canzoni; ma vada a rompere las pelotas a Epicuro (ogni tanto mi sfugge un’espressione ispanica, per la mia origine) e lasci in pace me che non sono nemmeno della Roma, ma del Real Madrid. Ho poi notato che tutti questi libri e cd costano molto più delle mie lettere sulla felicità che furono perfino svendute a mille lire, neanche un sesterzo. Quel laccio inutile che pende dai vostri colli come un guinzaglio colorato, che chiamate cravatta, lo pagate trenta volte più del mio libro solo perché firmato da un sarto. E un libro firmato da Seneca, antico di duemila anni, costa 1 euro…Vergogna, pidocchiosi.

Vedendo questa marea di libri sulla felicità mi sono ricordato di Louis Aragon che diceva: “Chi parla di felicità ha gli occhi tristi” e di Proust “Gli anni felici sono perduti”. E ho pensato: quanto infelice dev’essere un’epoca che esalta così fanaticamente la felicità, ne scrive, ne canta, ne parla, inonda di auguri…Dev’essere schiava di un edonismo sofferente, malato. Magari fossero epicurei, no, sono gaudenti ma infelici, famelici di gioia ma disperati…Perché la felicità sparisce appena è desiderata, arriva sempre inattesa, è ospite volatile e latitante. Gioie e dolori dolgono entrambi, ma in tempi diversi; chi prima e chi dopo. Si sconta la felicità, pueri. Gli autunni vengono per farci pagare le estati.

Voi da ragazzi pensavate che la felicità fosse un bene pubblico, politico, anche quella più intima e privata; ora siete caduti nell’errore opposto e credete che la felicità sia solo un bene privato. Ma la felicità non è un proclama politico e nemmeno una mutanda rossa, roba intima... Invece, ci sono infelicità che passano dalla vita pubblica e altre dalla vita privata...


La felicità, caro Lucilio, non è un progetto ma una carezza, è il convergere fugace di clima, sospensione e gesti, di solitudine beata o combaciante compagnia. Non è un programma politico ma un fuori programma; figuriamoci se può essere un piano industriale o di consumi. La felicità fiorisce selvatica e leggera nel giardino della dimenticanza. Mente chi dice: sono felice. Perché la felicità è attesa o ricordo, sogno o amnesia.


Quando sei cosciente non è presente, quando è presente non sei cosciente. La felicità avrà il cuore aperto, ma ha gli occhi chiusi. Cerca piuttosto la saggezza, non la felicità. E non solo perché è più importante e dona la beatitudine, che è una felicità più vera e duratura; ma anche perché la felicità non va ricercata. Vive di furti e imboscate, ama improvvisare e viene sotto falso nome. Insomma, Lucilio, ha ragione un collega di Venditti, anzi un filosofo tuo contemporaneo - mio mezzo omonimo - Lucio Anneo Dalla che canta tenero e misterioso: “La felicità, su quale treno della notte viaggerà…”


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