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Nietzsche (1)

20/10/2012 Di Giametta Sossio

 

Nietzsche

Il filosofo impara dalla vita. Impara anche dagli altri filosofi, dai loro libri, ma impara soprattutto dalla vita. Schopenhauer cita tra i suoi maestri Kant, Platone e gli orientali, ma sottolinea sempre che la prima maestra è stata per lui la vita. Ciò nonostante, per capire bene un filosofo, bisogna sapere a chi è succeduto e a chi ha reagito nella storia della filosofia. L'ha detto tra gli altri Bergson, senza dire con ciò granché di nuovo: ogni filosofo pensa in reazione a un altro pensatore. Si applica ai filosofi la legge che uno dei primi filosofi greci, Anassimandro, applica a tutti gli esseri: sono tutti commessi alla fine, "secondo l'ordine del tempo", per una legge di giustizia. Cioè perché, con l'unilateralità che ciascuno rappresenta e non può non rappresentare, infrangono l'unità, la compattezza, l'integrità, l'universalità della vita.

Il filosofo successivo è dunque la correzione e l'incremento, per contrasto e integrazione, del filosofo precedente, in corrispondenza - è importante notarlo - della successione delle epoche, che essi sempre rappresentano e che sono, come ha detto Platone, le facce cangianti dell'eternità. Qui eternità equivale a unità, compattezza, integrità, universalità.

Dunque per capire bene Nietzsche è importante notare quale sia stato il suo maestro e a chi egli, con la sua opera, reagisca. Il maestro di Nietzsche, l'unico suo maestro, come egli stesso ha detto, pur essendo stato influenzato da decine di autori, è stato Arthur Schopenhauer. Vedremo che Nietzsche reagisce, nel modo più grandioso, a Schopenhauer e al suo pessimismo, anche se non con un sistema filosofico opposto, come magari avrebbe voluto ma che non era nelle sue corde, bensì con un chiasma, attuato con i mezzi a lui propri di moralista-poeta.

Ma cominciamo dal principio, visto che, come si dice, "lo stile è l'uomo". E diciamo quale è stata la molla che ha messo in moto il cuore e la mente di Nietzsche, che cosa lo ha indotto a filosofare. Ebbene, Nietzsche, come in genere i grandi, comincia, si può dire, con una specie di pigrizia. Questa consiste nell'abbandonarsi alla vita e alla propria natura senza una direzione particolare e senza far conto dell'esterno. Nietzsche era per indole dolce e mite, semplice, socievole, affettuoso, aperto alle amicizie, insomma quello che si può definire una persona normale. Come tale tendeva a una vita normale. Queste caratteristiche egli conservò, compatibilmente con le tempeste che scossero la sua vita, per tutta la sua esistenza, come testimoniano le descrizioni di coloro, uomini e donne, che lo conobbero da vicino, e come testimonia la sua vita ordinaria, documentata da un folto (e splendido) epistolario. Ciò è vero a tal punto che gli interpreti, ancora oggi, non si sanno spiegare come mai a un'opera così straordinaria come la sua corrisponda una vita così "banale", così ordinaria. Il fatto è che nella "normalità" di Nietzsche c'erano comunque delle particolarità. Egli era un poeta nato, un poeta con ala cosmica, che si era nutrito della più grande cultura. Era un allievo dei classici, in particolare di Goethe e della Goethezeit. Era soprattutto un uomo di radicale dirittura e onestà. Se ne sarebbe stato dunque tranquillo, se non avesse ben presto incontrato sul suo cammino la falsità, l'ipocrisia, l'illusione e la menzogna, cioè la stortura e la disonestà. Già da ragazzo tutto questo aveva messo in crisi la sua fede cristiana. In seguito mise in crisi la sua fede in molte altre credenze, dalle più antiche alle più moderne. La sua opera è un'opera di reazione. È nello stesso tempo un terremoto, perché le cose umane con cui lui se la piglia: religioni, morali, sistemi filosofici, tradizioni, istituzioni, costumi, sono impastate di vero e di falso, di autentico e di inautentico. Tutte cadono quindi immancabilmente sotto i colpi del suo martello critico ("Come si filosofa col martello" è il sottotitolo del suo Crepuscolo degli idoli).

Ma questo suo aspetto di demistificatore non è l'unico che lo caratterizza. Perché egli era inoltre poeta, come abbiamo detto, profeta, psicologo e acuto indagatore della décadence, come la chiama, cioè della crisi del suo tempo, che poi il suo seguace Oswald Spengler chiamerà il tramonto dell'Occidente. Come si spiegano e stanno insieme tutti questi aspetti della sua opera? Finora queste cose sono state esaminate separatamente, e molti interpreti ritengono che questa pluralità di talenti contrastanti sia stata il dramma di Nietzsche. In realtà essi sono collegati tra loro e formano insieme un solo organismo spirituale, certo non facile da decrittare. Non avendo visto ciò, molti interpreti, tra i più competenti, ritengono Nietzsche, nella sua straripante ricchezza e "indomabile" varietà, un enigma insolubile. Non bisogna, dicono, neanche cercare di risolverlo. Abbiamo per esempio Rüdiger Safranski, che dice:

Di Nietzsche non si può venire a capo. Neanche lui è venuto a capo di se stesso.

Ciò che è vero soltanto, parzialmente, nella seconda parte. Per Karl Jaspers Nietzsche è inesauribile. Egli non rappresenta un problema che possa essere risolto nella sua interezza.

Per Gottfried Benn, che tale giudizio riporta nell'Introduzione ai Ditirambi di Dioniso,2 questa frase è una frase assai significativa! Con criteri europei moderni in realtà Nietzsche non può essere risolto, appartiene alle ‘parole primordiali'" [Urworte].

Infine, il grande biografo di Nietzsche, Curt Paul Janz, spiega che Nietzsche ha lasciato un'opera che ci starà sempre davanti come uno stimolo, che nella sua molteplicità offre bensì varie possibilità di accesso e di interpretazione, ma non potrà mai essere abbracciata nella sua totalità da un singolo osservatore, misurata da un singolo rielaboratore. Collocare Nietzsche nella sua epoca e nel fluire dei secoli, nel contesto del suo ambiente e in quello delle correnti spirituali che risalgono fino ai primordi dell'antichità classica, è impresa che fuoriesce dai canoni interpretativi normali.

Come si vede, secondo costoro Nietzsche non soltanto non si può capire, ma, come abbiamo detto, non bisogna neanche cercare di capirlo.

Ma può la critica arrendersi, vanificarsi, solo perché un'interpretazione si presenta a prima vista, e magari anche a seconda vista, come "impossibile", ossia più difficile di altre? E si può, d'altra parte, sostenere di un qualsiasi autore ciò che Safranski, Jaspers, Benn, Janz e altri ancora sostengono di Nietzsche: che sfugge all'analisi, "échappe à l'analyse", come un critico francese disse, dopo un concerto, di Beethoven, quasi che Nietzsche o Beethoven fossero fuori o al di sopra del genere umano? Nel genere umano anche il genio più grande è iscritto con una sua chiara funzionalità. Il genio, infatti, è un'estrema risorsa dell'umanità nelle sue crisi più difficili.5 È il rimedio che cresce là dove cresce il male, secondo il noto detto di Hölderlin. Dunque la difficoltà di capirlo corrisponde ogni volta alla difficoltà di capire la crisi stessa. Nel caso di Nietzsche non resta perciò che affrontare questo problema e cercare di risolverlo con i mezzi a nostra disposizione.

Considereremo in seguito questo problema dal lato dell'oggetto, ossia della crisi storica che Nietzsche rappresenta e di cui, come vedremo, è una creatura e l'esponente principale. Ma consideriamo per ora il problema dal lato soggettivo e diciamo che in realtà un criterio unitario, una chiave che permetta di sciogliere il nodo, certo aggrovigliato, dei contrastanti talenti e delle bivalenze di Nietzsche, come Giano bifronte, non manca affatto. Questo criterio c'è e spiega, direttamente o indirettamente, tutte le manifestazioni di Nietzsche: è la sua ribellione alla falsità. Egli diceva di sentire la falsità a naso e proclamava: "Il mio genio è nelle mie narici" È questa una proclamazione significativa, perché nel dire ciò che egli era: un moralista (nutrito di poesia), dice anche quello che non era. Non era un filosofo nel senso stretto del termine. In realtà era soprattutto un antifilosofo, che aveva per la filosofia concettuale una vera e propria idiosincrasia, come un commerciante può averla per la poesia. La considerava infatti una delle forme meglio agghindate della falsità, del pensiero interessato. Se si vogliono conoscere le torri della città, dice, bisogna uscire dalle mura. Nietzsche uscì dalle mura della filosofia per verificare e soppesare quanto essa (le torri) valesse effettivamente nella vita. Ma non corriamo troppo. Di Nietzsche si parla comunemente come di un filosofo, di un grande filosofo tedesco, e ciò va bene e non è sbagliato. Anzitutto perché Nietzsche si occupò costantemente di filosofia e fu dunque inevitabilmente, perifericamente, anche filosofo. Ma poi perché comunemente filosofo sta per pensatore, e Nietzsche era certamente un pensatore, un grande pensatore. Però, su un piano rigoroso, per lui, come da noi per Leopardi, è importante distinguere tra due tipi di pensatori: quelli che pensano in base alla logica e in termini concettuali, quelli cioè i cui ragionamento sono concatenazioni di concetti, e quelli che invece pensano in base all'esperienza e alla morale, in termini non concettuali bensì per intuizioni, come Nietzsche appunto.

Le verità di Nietzsche sono intuizioni morali, non verità filosofiche, con un'eccezione che vedremo. La prova del nove del fatto che Nietzsche non fosse un filosofo in senso stretto, alla guisa di Hegel, Spinoza, Leibniz ecc., è che ogni volta che ha provato a filosofare, vale a dire a sviluppare sistematicamente le sue intuizioni morali, ha fatto disastri. Questa distinzione di moralismo e filosofia stenta a farsi strada tra gli studiosi, riesce loro ostica, come ho sperimentato, perché essi non la ritengono necessaria; ma senza di essa non si può capire Nietzsche, e infatti non lo si è capito, né altri autori, come il nostro Leopardi. Per più di quarant'anni si è discusso in Italia se Leopardi, nella sua maggiore opera di pensiero, lo Zibaldone, fosse o non fosse un filosofo. Chi ha detto di sì, chi ha detto di no. Ma alla fine si è (felicemente) concluso che era un moralista. Si consideri comunque che in Francia, patria dei grandi moralisti, i filosofi (Descartes, Malebranche, Bergson) appartengono alla storia della filosofia, ma i moralisti (La Rochefoucauld, Montaigne, La Bruyère) appartengono alla storia della letteratura.

La differenza tra i due generi la fa comunque, nel modo più chiaro, Nietzsche stesso. All'inizio dell'aforisma 5 del suo Opinioni e sentenze diverse afferma: Un peccato originale dei filosofi. In tutti i tempi i filosofi si sono appropriati i detti di coloro che scrutano gli uomini (i moralisti) e li hanno corrotti, - proprio quando credevano di elevarsi in tal modo al di sopra di essi, - col prenderli in senso assoluto e col voler dimostrare come necessario ciò che dai moralisti era inteso solo come indicazione approssimativa o addirittura come verità di un deennio, particolare a un paese o a una città.

Di questa distinzione Nietzsche dà poi una notevole applicazione nell'aforisma 33 della stessa opera. In esso nega che Schopenhauer sia filosofo e lo riconosce solo come moralista:

Voler essere giusti e voler essere giudici. Schopenhauer, la cui grande conoscenza dell'umano e deltroppo umano, il cui originario senso dei fatti è stato non poco pregiudicato dal variegato manto di leopardo della sua metafisica (che bisogna prima togliergli, per scoprirvi sotto un vero genio moralista) - ...

La differenza tra filosofi e moralisti è ulteriormente ribadita nell'aforisma 214 del Viandante e la sua ombra. Qui, parlando di sei moralisti francesi, Fontenelle, Vauvenargues e Chamfort oltre ai tre già citati, Nietzsche dice: essi contengono più pensieri reali di tutti i libri dei filosofi tedeschi messi insieme.

Che cosa vuol dire "pensieri reali"? Certamente vuol dire pensieri concreti, che hanno a che fare con l'uomo e la vita umana, e non pensieri che si dilatano nell'iperuranio e che, nella loro astrattezza, sono lontani dall'uomo e dalla vita.

A questo bisogna osservare che un autore non distingue filosofi e moralisti con un tale svantaggio per i filosofi senza essere e ritenersi egli stesso un moralista. Per questo la famosa frase di Heidegger: "Nietzsche è altrettanto obiettivo e rigoroso di Aristotele", è fondamentalmente sbagliata. Aristotele, infatti, proclama come base della filosofia il principio di ragione nelle sue tre forme: principio di identità, principio di non contraddizione e principio del terzo escluso. Questo principio logico serve a dimostrare le proposizioni filosofiche, egli spiega, ma non dimostra se stesso.

E in effetti, ciò che dimostrerebbe il principio dovrebbe a sua volta essere dimostrato, con un regresso all'infinito. Aristotele, insomma, filosofa in base alla logica, ma la logica, appunto, era ritenuta da Nietzsche uno strumento di falsificazione, una macchina autoaffermativa che rende pensabile quello che non lo è, ossia la realtà. La realtà per Nietzsche non è pensabile. Diceva: "Da Copernico in poi l'uomo rotola dal centro verso una x". E consigliava la logica ai malati. A loro fa bene, sosteneva, ingabbiare, incapsulare, addomesticare la realtà indomabile, trascendente e defatigante nell'ordine logico, cioè umano, antropomorfico.

La cosa strana (fino a un certo punto: in Nietzsche si trovano varie contraddizioni di questo tipo) è però che, dopo aver tanto nettamente distinto filosofia e moralismo, filosofi e moralisti, che ragionano, come abbiamo detto, in base a due principi e sistemi diversi, uno concettuale e uno, si può dire, morale (la coerenza morale alla fine fa sistema, e solo questo è il sistema di Nietzsche), Nietzsche non si sia attenuto alla distinzione da lui stesso istituita, sia venuto meno all'imperativo patere legem quam ipse tulisti. Si comportò infatti più volte come i filosofi da lui stigmatizzati nell'aforisma 5 e nutrì per tutta la vita il sogno di un Hauptwerk filosofico, cioè sistematico, di un capodopera o opera fondamentale, con cui schierarsi accanto ai filosofi classici. Abbandonò questo sogno senza rimpianti solo alla fine della sua vita sana (fu poi pazzo per undici anni). Vedremo che il suo vero Hauptwerk fu in realtà ben superiore a un sistema filosofico e che in fondo, con l'Hauptwerk filosofico, egli sognava al ribasso. Anticipiamo che tale super-Hauptwerk non fu La volontà di potenza, "il libro più indipendente", come egli credeva, ma Così parlò Zarathustra, "il libro più profondo".

Dunque Nietzsche era un moralista. Che negando la realtà come stabile costituzione delle cose, riduceva la filosofia, come studio della realtà e dell'uomo in quanto parte della realtà, a moralismo, ossia a studio dell'uomo sull'uomo in ciò che è altro dall'uomo (la x). Come moralista, egli si manifesta ufficialmente a partire da Umano, troppo umano, la sua instauratio magna, continuando, con l'intensificazione di toni e accenti, per il resto della vita.

Tutte queste opere non sono dunque opere autonome; sono, fondamentalmente, opere di critica storica e filosofica, di Kulturkritik o critica della civiltà (non di Gesellschaftskritik, critica della società, come specialmente persone di sinistra pretenderebbero); sono opere scettiche, negative. Ma che cos'era egli prima? Prima del periodo razionalistico-scettico ci sono le opere giovanili: La nascita della tragedia e le Considerazioni inattuali, e prima ancora o contemporaneamente, gli scritti del 1870-1873. Queste opere sono caratterizzate dall'influsso di Schopenhauer e Wagner e appartengono alla cosiddetta fase metafisica. È a questa fase e a quest'influsso che Nietzsche reagisce nella fase critica, razionalistica, inaugurata da Umano, troppo umano, e questo esercizio va fino al Crepuscolo degli idoli, cioè fino alla fine della sua vita lucida. In questa seconda e definitiva fase, da alcuni periodizzat in base a criteri particolari, Schopenhauer e Wagner, come maestri, furono abbandonati, "radiati", in quanto è soprattutto in contrasto con loro che si sviluppa il nuovo pensiero di Nietzsche. Ma non fu abbandonata la visione dionisiaca. Concepita ed elaborata nella prima fase, questa rimase poi sempre al centro della sua opera. Fu fatta valere ufficialmente nella Nascita della tragedia (1872), ma è elaborata in particolare nella Visione dionisiaca, uno degli scritti del 1870-1873.



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