DALL'ARCHIVIO - La perfezione fondamentale del mondo»

ANNO 2009 Di Maurizio Blondet per effedieffe.com

«Caro direttore,
ho letto con grande interesse l'articolo ‘Satana e musica', e devo dire che le tesi che Lei espone sono davvero suggestive e convincenti. Da ragazzo ascoltavo moltissima musica classica e al tempo stesso i Pink Floyd. Scrivo più che altro per porle una domanda: cosa ha ‘ucciso' la musica classica? Cosa impedisce, oggi, ad un genio solitario, di attingere al proprio talento ed all'ispirazione che si può trarre da una sconfinata tradizione musicale, di inventare un'altra serie di meravigliose sinfonie? Possibile che il ‘rumore di fondo' della musica pop/rock/psichedelica sia sufficiente ad impedirlo? Cordiali saluti

Il lettore pone la domanda immane, quella su cui si china il pensiero occidentale più consapevole. Che cosa ha «ucciso» non solo la musica classica, ma l'arte, l'architettura, la cultura in Europa? Nel libro di Jones c'è qualche risposta, ma nessuno può completamente «dare ragione» della perdita di senso della vita contemporanea, ossia del Nichilismo: mostruoso fenomeno dell'occidente faustiano e tecnico, ed oggi torpido e passivo.

Il lettore chiede anche: che cosa impedisce oggi a un genio solitario di attingere al proprio talento e alla sconfinata tradizione musicale «classica» e creare altre sinfonie?

Qui la risposta è (relativamente) più facile. Il «genio solitario» non esiste, è un'idea romantica falsa. Il genio musicale ha pur sempre bisogno di un pubblico che chieda la musica, che la discuta e ne capisca il linguaggio. Perchè come ogni arte, anche la musica è un linguaggio: ossia qualcosa che non inventa un genio solitario, ma tutta «la gente», intesa nel senso più ampio: le generazioni passate, la storia di una società intera. Un linguaggio è sempre «comune» e sempre radicato in una comunità storica (ossia che viene dal passato e ne mantiene il contatto con la tradizione).

La pseudo-comunità europea post-moderna ha semplicemente cambiato lingua musicale, adottando quella che ha origine in «Africa», intesa come metafora, e che viene prodotta ormai industrialmente dalle case discografiche. Questo pubblico non vuole musica europea, non la capirebbe per mancanza di mezzi culturali. Questo avviene, tragicamente, anche per la letteratura i persino per il giornalismo.

Diventa quasi impossibile comunicare idee appena un po' complesse a lettori che conoscono 300 parole, di cui la metà composte da termini calcistici o da SMS. E' una realtà che sperimento ogni giorno, stupendomi della reazioni di molti lettori persino di questo sito (non tutti per fortuna).

Anche la lingua è cambiata - si è degradata - fino a rendere intrasmissibile la conoscenza, l'esperienza, le finezze del pensiero, le sue ironie. La maggior parte dei lettori non ha coscienza che le parole - magari le parole che usa ogni giorno - vengono da lontano, ed hanno un enorme spessore storico e culturale, sono cariche di risonanze numinose di cui le hanno nutrite poeti e scrittori del passato. Per loro le parole sono «gettoni» con un solo significato, senza sfumature e senza  chiaroscuro: ossia piatte monetine del presente assoluto, da spendere nelle macchinette automatiche.

Esempio: per l'uomo colto, «il Verbo» richiama Gesù come Logos nel Vangelo di Giovanni, non solo «la parte del discorso che indica azione». Per l'ignorante, è un una parola che indica «fare, agire». Se dico che «i giornali servili aspettano il Verbo di Bankitalia», l'ignorante rischia di non capire che è una frase ironica, dove «Verbo» viene usato come «logos», ma con registro sarcastico.

E' solo un esempio. Ne faccio un altro tratto dall'architettura, che capisco un po' meglio della musica. Gaudì è sicuramente la figura più vicina al «genio solitario» che sia nata nella modernità. Nella cattedrale barcellonese della Sagrada Familia, ha attinto con vera profondità e incredibile innovazione alla sconfinata tradizione gotica, senza «copiarla», ma «rivivendola» da uomo moderno sopravvissuto al nichilismo, ancorchè ferito e piagato. La sua è l'unica vera architettura religiosa del secolo ventesimo, ed un capolavoro.

Eppure - non per colpa sua -  la sua opera non ha creato una «scuola». La sua tradizione è stata abbandonata immediatamente. Oggi, i prelati che vogliono una chiesa si rivolgono a Fuksas (da trucidare) e a Renzo Piano (che fa degli aeroporti, in una forma tra lo «stile internazionale» e le tensiostrutture nomadi).

Anche Gaudì, così strano e balzano, doveva avere dei committenti. Per sua fortuna li ha trovati nella Barcellona commerciale, ma con il rametto di follia catalano. Che dire dei vescovi che commissionano chiese a Fuksas, negazioni del religioso, negazioni cementiere dei bisogni più profondi dell'uomo - non direttamente spirituali, ma culturali, storici? Arcigni monumenti al disprezzo per la tradizione architettonica? Quei vescovi hanno magari un Gaudì sottomano, ma invece chiedono in giro: quali sono gli architetti più pagati?, e affidano il lavoro a gente che fabbrica aeroporti, shopping center e sale d'aspetto. Se Fuksas è da fucilare, quei committenti sono da bruciare nel rogo degli eretici.

Ma forse non hanno colpa nemmeno loro. Sono solo conformi (conformisti) al loro tempo, piatto e ignorante, spiritualmente grossolano. Sono i  «prodotti» di un tempo che ha esaurito le sperimentazioni pseudo-artistiche delle «avanguardie», oggi defunte. Sono residui di uomini mutilati dell'essenziale.

Nemmeno capiscono che tutta l'avventura delle arti contemporanee partì da un grido: ogni arte deve essere «pura» e autonoma». Il che significa  che una pittura non deve raccontare una storia (che è letteratura: esempio, la vocazione di Matteo del Caravaggio è una storia tratta dal Vangelo); non deve assoggettarsi alla scultura (e dunque niente più chiaroscuri, che simulano volumi). Non deve servire ad altri scopi che a se stessa: la pittura si occupa di colori, non di propaganda religiosa - dunque no al pittore di affreschi nelle chiese.

Il risultato finale è Mondrian, coi suoi rettangoli di colori «puri» e piatti sistemati geometricamente. Un'arte che partì col il grido orgoglioso «Non Serviam» (che è il grido di Lucifero) finisce con il non servire a niente e a nessuno. Se non ai furbi mercanti d'arte, che promuovono il «prodotto» artistico con grossi investimenti pubblicitari. E' un'«arte» che viene prodotta direttamente per le case d'asta, ossia per le Borse specializzate. In cui tutto il senso della cosa è: «Un van Gogh è stato venduto alla Nomura Securities per 7 milioni di dollari», ossia è stato acquistato per investimento. In fondo, tutto l'Occidente ha gridato il «Non serviam», ha voltato le spalle al Dio persona che «chiede troppo». In fondo, il nucleo del nichilismo che ci vede musicalmente sordo - muti è qui.

Jones cita un bellissimo passo di Beethoven in una lettera a Bettina Brentano: in musica, «l'autentica invenzione è un progresso morale. Sottomettersi alle sue leggi imperscrutabili e per mezzo di esse addomesticare e piegare la propria mente in modo da creare espressioni artistiche, questo è il principio che distingue l'arte. (...) L'arte rappresenta il divino, e la relazione degli uomini verso l'arte è la religione: ciò che otteniamo dall'arte viene da Dio, è ispirazione divina, che dà alle facoltà umane una direzione che da soli non possiamo sperare di ottenere...».

Come vede, Beethoven concepisce la sua opera come un «sottomettersi», «farsi addomesticare», servire insomma. Il contrario di Schoenberg (e di Fuksas o delle «archistar»).

«L'arte rappresenta il divino, e la relazione degli uomini verso l'arte è la religione», dice chiaramente Beethoven. E' questa la musica «classica», e per questo l'abbiamo abbandonata (o ci ha abbandonati): perchè non cerchiamo più la grazia, non abbiamo più religione, ci siamo dati ad altri padroni: il mercato, il capitalismo, la tecnica.

Mi è capitato nel pezzo su Jones di citare Mozart come classico e un lettore mi ha scritto: «Mozart era massone». Ecco un modo di usare le parole come gettoni da macchina automatica del caffè.
Mozart sarà stato anche massone, ma la sua musica nasce dalla profonda convinzione di quel che chiamo (in mancanza di meglio) «la perfezione fondamentale del mondo».

Noi qui vediamo un mondo imperfetto, dove l'ingiustizia vince, il debole è oppresso, i bambini si ammalano di cancro, e il peccatore non è punito. Ma questo, perchè - creature imperfette, che vivono nel tempo - del mondo vediamo solo una parte, e ci dibattiamo in difficoltà e sciagure. Ma Mozart, come ogni uomo «normale» prima della grande crisi, intuiva che esisteva una visione completa del mondo, e che il mondo nel suo insieme (aldiquà e aldilà) è perfetto in ogni minimo particolare, in ogni filo d'erba.

Non c'è bisogno di essere cristiani stretti per capire questo. E' la «perfezione fondamentale del mondo» che ispirò gli architetti romani che costruirono il Pantheon, come i costruttori delle cattedrali gotiche, e ancor prima, gli scultori greci dei Bronzi di Riace. A guardare queste opere, si coglie «la perfezione fondamentale del mondo», che nulla può scuotere. Si sente anche nell'inquieto Caravaggio, si sente in Shakespeare, nonostante ritragga tragedie, e un Amleto che dice: «La vita non è che il discorso di un pazzo, pieno di furore e di foga, e che non significa nulla». Shakespeare sa che dietro il discorso di un pazzo che appare la vita a noi disperati, c'è un ordine immutabile e perfetto, inconcusso e sereno. Intravvede l'eterno ordine dietro il disordine, che in fondo è illusorio anche se avvelena e ferisce. E lo dice molto chiaramente in Troilo e Cressida, quando difende l'ordine gerarchico della società, usando una metafora musicale:

«Togli solo la gerarchia, stona questa corda
E vedrai la discordia che ne segue
».

E  descrive le conseguenze del nostro stonare, che noi conosciamo fin troppo bene: allora, dice,

«La forza sarà diritto; e peggio, diritto e torto,
alla cui eterna dialettica presiede la giustizia,
perderanno il loro nome, e così pure la giustizia.
Tutto si risolve nel potere,
il potere in egoismo, l'egoismo in appetito,
e l'appetito, lupo universale,
doppiamente assecondato dalla volontà e dal potere,
vorrà fare dell'intero universo la sua preda
e alla fine divorerà se stesso».

Ma l'universo è fondamentalmente perfetto, le sue leggi e le sue armonie non sono intaccabili; ciò che l'avidità può divorare, questo «lupo universale», è solo se stessa.

Noi siamo questo pasto, oggi. 



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