ARCHIVIO - CINA

ANNO 2007 VITTORIO MESSORI

Posto da incubo, la Cina, che – con qualcosa come un miliardo di abitanti in più degli Stati Uniti – è il più popoloso Paese del mondo.


Posto terribile, perchè la tirannia politica travestita ancora, grottescamente, da “comunismo”, si somma al liberismo economico più feroce, dove i lavoratori, senza sindacati né diritti, hanno solo il dovere di faticare il più possibile per arricchire le aziende. Private o di Stato che siano, ma tutte voraci e insaziabili.


Alcuni milioni di oppositori del regime sono nel Laogai, il sistema concentrazionario che non ha nulla da invidiare a quello dei lager e del gulag, i condannati a morte sono più di 10.000 all’anno e lo Stato specula su questi cadaveri, vendendo gli organi “freschi” per i trapianti dei ricchi asiatici od occidentali.


Il disprezzo per la vita regna sovrano, con un programma allucinante di aborti, a cominciare dai feti di femmina, e con una tale noncuranza delle condizioni ambientali che l’aria delle metropoli è la più inquinata del mondo e i grandi fiumi non sono che fogne per veleni. Se poi la convenienza economica, intesa nel senso più arcaicamente “capitalista”, suggerisce di allagare regioni grandi come un Paese europeo costruendo dighe colossali, si cacciano milioni di disgraziati dalle loro case e si fanno sommergere le testimonianze della storia e dell’arte.


Eppure, questo orribile Leviatano non è inserito nella lista degli “Stati canaglia” compilata, a suo insindacabile giudizio, dal governo americano, la guerra la fanno a un tirannello – al confronto – come l’iracheno Saddam e davanti all’edificante tribunale dell’Aja per i crimini politici vengono trascinati politici e generali in disgrazia della piccola e impotente Serbia.


Il fatto è che la Cina ha centinaia di testate atomiche e la possibilità di farle arrivare a destinazione ed è, inoltre, un formidabile esportatore di merci a basso costo, grazie allo schiavismo lavorativo che pratica, ma è anche un ghiottissimo mercato per le merci di pregio americane, europee, giapponesi. Così, l’ipocrisia abituale impone non solo di non attribuire all’ex Celeste Impero l’etichetta di “canaglia”, ma di moltiplicare le ossequiose delegazioni politiche ed economiche. Eppure, la classe politica al potere a Pechino non è in alcun modo legittimata da quella mitica “democrazia” all’anglosassone che Bush proclama di volere esportare con i bombardamenti e le conseguenti occupazioni militari: i gerarchi cinesi basano il loro illimitato potere richiamandosi a una “legittimità” data loro dal regimedi cui fu a capo Mao Zedong, come si scrive ora per il vecchio Mao Tse Tung. Il problema è proprio quest’uomo, di cui l’anno passato è ricorso il trentesimo anniversario dalla scomparsa. E giusto l’anno scorso le edizioni San Paolo hanno pubblicato un impressionante Libro rosso dei martiri cinesi che non sembra avere avuto l’eco mediatico che meritava.


Il vecchio tiranno continua a ricevere l’omaggio dei devoti su quella piazza Tien An Men che vide il massacro degli studenti, il suo ritratto campeggia sui grandi viali di Pechino e di ogni altra città, la Nomenklatura al governo – pur artefice di quel liberismo selvaggio che dicevamo che è il contrario esatto della predicazione del cosiddetto Grande Timoniere – continua a fingere di venerarne la memoria.


Ma ciò che è peggio è che anche in Occidente non si è ancora verificato quanto il Mao vero, non quello del mito, merita in pieno: il suo ingresso, cioè, nella galleria dei grandi criminali del XX secolo, accanto all’inflazionato Hitler e allo Stalin anch’esso di rigore, ma solo dopo che la stessa Urss lo ha rinnegato. Il corrispondente de la Repubblica da Pechino ha scritto in un libro recente che c’è ormai accordo tra gli storici: il regime maoista ha provocato, da solo, un bilancio di morti tra i 70 e gli 80 milioni.


La maggioranza di queste vittime, fu durante quella “rivoluzione culturale” che infiammò di entusiasmo i giovani occidentali nel Sessantotto e poi negli anni successivi. Quell’entusiasmo era fomentato anche dai reportage degli intellettuali europei – anche, forse soprattutto, italiani – egemoni nella cultura del tempo e che davano della Cina e del suo cosiddetto “comunismo buono” un ritratto che era il contrario della realtà.


Accanto ai Moravia e a tanti altri – non mancò il contributo sovreccitato, secondo il suo stile imbarazzante, di Oriana Fallaci – tra i più accesi e ispirati cantori del maoismo c’era quel Tiziano Terzani che poi, passata l’ubriacatura, si trasformò (anche nella tunica bianca e nel gran barbone, esso pure candido) in un santone, in un guru di sapienze gnostiche e i cui libri diventarono best seller. Anche per colpa, sospetto, di tanti lettori cattolici. Cattolici che sanno tutto delle malefatte di Hitler e soci, che grazie ai Solzenicyn qualcosa sanno degli orrori dell’Arcipelago Gulag ma che troppo spesso ignorano quale sia stato – e tuttora in parte sia – il martirio dei credenti nella Cina fondata da Mao Zedong.


Migliaia e migliaia di martiri dei quali, troppo spesso, ignoriamo anche il nome o con i quali, addirittura, non abbiamo voluto avere nulla a che fare: non dimentico (ero allora a Torino, in cronaca) il cardinal Michele Pellegrino che, entrando nell’aula magna del seminario subalpino, fu accolto dai seminaristi in piedi che scandivano eccitati “Mao-Tse- Tung!”. L’arcivescovo, invece di far cacciare subito a pedate quegli imbecilli, chiudendo un seminario ridotto in simile stato si mise – come i tempi imponevano – a “dialogare” con loro.


E poiché non si combatte mai una religione se non per edificarne un’altra, significativo quanto racconta nella sua autobiografia un missionario, padre Giovanni Wong, sulle giornate del cinese medio quando dominava il “Grande Timoniere” che ha ancora oggi ammiratori anche tra noi, magari tra qualche frate: «Dalla sveglia, coatta, del mattino fino al riposo, anch’esso stabilito dai regolamenti, si era costretti a radunarsi sette volte al giorno di fronte all’immagine di Mao, inchinandosi in segno di venerazione. Davanti a quel ritratto eravamo obbligati a chiedere perdono delle Mao il tiranno nostre colpe sociali gridando: “Noi siamo tutti colpevoli!”.


E, alzando le teste, gridavamo tre volte “Viva Mao!”, augurandogli lunga vita». Per chi non ci stava, ovviamente, il Laogai. Del resto, tra la documentazione fotografica del Libro rosso dei martiri cinesi ci sono le immagini della cattedrali cattoliche saccheggiate, dove il faccione del Grande Timoniere è appeso sopra quanto resta dell’altar maggiore. Chissà dove sono, ora, gli eroici “maoisti” del seminario del cardinale arcivescovo di Torino.


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