L'INFANZIA COME PREISTORIA

MARCELLO VENEZIANI

L'INFANZIA COME PREISTORIA


La preistoria. L’abisso che separa la generazione nata negli anni Cinquanta dai suoi figli è superiore a quello che separava noi dai bambini di duemila anni prima. (...)


Fummo l’ultima generazione che vide in faccia i ragazzi del ’99 e gli ultimi vecchi dell’Ottocento, baffi in su, orologio a cipolla e colletto inamidato, poche parole e tanta dignità.


Fummo gli ultimi bambini a uscire da soli la sera a otto anni, avevamo le chiavi di casa. Per noi Totò e Charlot erano due comici viventi e non due figure leggendarie. Leggevamo «Blek Macigno», «Tarzan», «Capitan Miki», e spiavamo la «Domenica del Corriere» e la «Tribuna illustrata» dei grandi, le figurine e gli album al posto della tv, del tablet e del pc.


Fu l’ultima generazione che il venerdì non mangiava carne, la domenica sentiva la messa in latino, o addirittura la serviva, il 2 novembre non cantava per rispetto dei morti, a Natale lasciava la letterina sotto il piatto del babbo e il Venerdì santo vedeva piangere la gente alla Via Crucis, le mamme antiche vestite di nero che ricordavano il loro figlio, il loro sposo e il loro fratello – povero cristo morto in guerra.


Fummo la generazione che incontrava non solo gli asini per strada e i loro cugini muli, ma anche la capra che il vaccaio mungeva davanti ai tuoi occhi per una bevuta live; che frequentava in lunghe sedute il calzolaio, il sarto, l’arrotino e l’ombrellaio che riciclavano il passato – scarpe risuolate, giacche rivoltate, camicie con il colletto di ricambio, lame e lamette rigenerate – perché non si buttava niente. Il barbiere che ti dava i calendari profumati con le donne pettorute e faceva il gossip sul paese, parlando in modo impersonale, con quel «si» davanti che ne garantiva l’oggettività. Fu curioso da grande imbattermi in un filosofo astruso e oracolare, Martin Heidegger, che si soffermava anche lui come il barbiere sul «si» impersonale della chiacchiera.


Quella fu l’ultima generazione «vaccinata» come le vacche, contro il vaiolo, oltre che contro la tbc e la poliomielite; che chiamava la mensa scolastica «refezione» e risparmiava le 5 e 10 lire nell’apposito maialino di creta. Vedemmo in circolazione per un pelo anche la Madre di tutte le nostre finanze, divenuta poi la Nonna: la moneta da una lira, ormai piccola e impotente. Al mio tempo l’unica cosa che potevi comprare con una lira era un pesciolino di liquirizia. Era fuori corso ma esisteva ancora, come una vecchia in pensione che si godeva i nipoti, tra cui spiccava la lussuosa 500 lire in argento. Era bella, c’era persino chi la lucidava.


Fummo gli ultimi bambini che mangiavamo tanta frutta considerandola un premio e non una punizione; che masticavamo zippi dolci, ovvero radici di liquirizia, e lupini, principale oggetto di colluttazione al cinema per via delle bucce sputate sui sedili davanti; che ignoravamo la dieta dimagrante come le creature obese e ipernutrite dall’american life, e che portarono fino a tredici anni inoltrati i calzoni corti.


L’ultima generazione che ha vissuto la domenica come giorno speciale, con la radio ad alto volume, l’odore di ragù per la casa e per le strade, il rito del bagno in tinozza (rispettando i turni famigliari); e poi il vestito buono della festa, la camicia bianca con le stecche dentro il collo, le scarpe lucide e olezzanti di cromatina. (M.V., Ritorno al sud)


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