'Bestemmiavano Dio e lor parenti…'. Bestie e bestemmia

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“E l’amore guardò il tempo e rise, perché sapeva di non averne bisogno. Finse di morire per un giorno, e di rifiorire alla sera, senza leggi da rispettare.


Si addormentò in un angolo di cuore per un tempo che non esisteva. Fuggì senza allontanarsi, ritornò senza essere partito, il tempo moriva e lui restava” (Luigi Pirandello)


Ci sono parole che pur avendo significati molto diversi si somigliano nel fonema e nella composizione ma anche per ciò che evocano alla mente, anzi in alcuni casi sembrano fatte l’una per l’altra. Lo scrivo perché mi sono imbattuto, mio malgrado, in uno di questi accoppiamenti. Mio malgrado perché al solo pensiero di quell’incontro provo ancora il senso di disgusto e di indignazione che ho provato quando si è presentato alle mie orecchie e alla mia mente. Sono le parole bestemmia e bestia. Pronunciatele e vi accorgerete che hanno un suono quasi identico e guardate anche come si somigliano.


Hanno un significato e un’etimologia completamente diversa però. La prima viene dal greco blasphemia, cioè discorso ingiurioso, violento. La seconda dal latino bèstia, usata dai romani per indicare gli animali destinati ai combattimenti contro i gladiatori, cioè alla violenza. Infatti, non c’è nulla di più bestiale, violento, di un essere umano che bestemmia, per questo sembrano proprio fatte l’una per l’altra.

“Dante e la divina commedia” – affresco di Domenico di Michelino (1465) – Santa Maria Novella (Firenze)
Prima di raccontarvi l’accaduto è necessaria una breve premessa. La bestemmia rappresenta un caratteristico atteggiamento dei dannati: “damnati in inferno non sperant se posse poenas evadere (…) talis detestatio divinae iustitiae est in eis interior cordis blasphemia” (San Tommaso d’Acquino – Summa Teologica). In altri termini il dannato sa di non poter sfuggire all’inferno ma rifiuta (detesta) la giustizia divina, rifiuto che diventa blasfemia, cioè bestemmia, del cuore. Insomma un cane che si morde la coda: sono all’inferno per il mio rifiuto a Dio che è bestemmia e mentre sono all’inferno detesto la giustizia (punizione) che mi sono costruito con le mie mani, con il mio comportamento in vita e produco ulteriore bestemmia. Non vi sembra raccapricciante?


Indubbiamente il più bell’affresco, fatto di parole, dell’inferno è nella Divina Commedia. Dante presenta i dannati che bestemmiano già nella loro prima generica apparizione, sulle rive dell’Acheronte, mentre attendono di essere traghettati: “Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme di lor semenza e di lor nascimenti” (Inferno III). Per la prima volta si rendono conto di dove sono diretti e a quel punto non solo bestemmiano contro Dio ma anche contro i loro genitori e il luogo e l’ora nei quali  sono stati concepiti. Anche in questo caso abbastanza raccapricciante come immagine.


Sodoma e Gomorra al gran completo

Dante incontra il ladro Vanni Fucci (Inferno XXV) il quale, irato contro Dio alza verso l’alto le mani nel gesto della “manofica” dicendo: “Togli, Dio, ch’a te le squadro” . La mano fica è un amuleto dalle origini antichissime. E’ rappresentato da una mano chiusa con il pollice inserito tra l’indice ed il medio. E’ chiaro il significato sessuale del gesto che indica la copula, meno chiaro è il suo significato scaramantico dato che le versioni sono contraddittorie. Secondo alcuni studiosi di antropologia equivale a cacciar fuori la lingua in segno di dispregio ma anche che “far la fica” è il miglior scongiuro contro il malocchio. Comunque secondo Dante la mano fica ha un significato dispregiativo, blasfemo. Tra le varie miniature che il pittore senese Priamo della Quercia (1400-1467) ha dipinto per illustrare la Divina Commedia, vi è anche la rappresentazione di questo episodio. Vanni Fucci è sul lato sinistro dell’immagine, con il braccio e lo sguardo rivolti verso l’alto con l’evidente gesto della manofica.
I peccatori condannati per la colpa specifica della bestemmia sono posti nella terza bolgia del girone dei violenti, nel canto XIV. La bestemmia nasce dalla superbia: è una forma di disprezzo, di violenza contro Dio, perché chi ingiuria Dio ne ammette implicitamente l’esistenza ma osa contrapporsi violentemente, non lo riconosce a sé superiore. Lo disprezza nel cuore e lo appella ingiuriosamente a viva voce. Curioso è costatare che nello stesso girone ci sono anche i sodomiti perché violentando la propria natura, fatta a immagine e somiglianza di Dio, anche loro usano violenza contro Dio.


C’è, però, un personaggio dell’inferno dantesco che incarna il prototipo del bestemmiatore, anche se si trova in un altro girone, realizzando, secondo me, perfettamente il connubio tra le parole: bestemmia e bestia. Si tratta di Vanni Fucci: “Vita bestial mi piacque e non umana, sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci bestia, e Pistoia mi fu degna tana”. (Inferno XXV). Personaggio storico, famoso delinquente di Pistoia e gran bestemmiatore, che si trova nella bolgia dei ladri: “Per tutt’i cerchi de lo ‘nferno scuri non vidi un spirto in Dio tanto superbo” (Inferno XXV).


La bestemmia che aleggia, nel canto, è in armonia col suo modo di agire, col comportamento tenuto nel corso del suo colloquio col poeta, concluso con un’espressione di sadismo nei confronti di Dante: “E detto l’ho perché doler ti debbia!” (Inferno XXV). E’ un tipico personaggio di quelle Malebolge che ospitano le anime più vili ed è, sicuramente, il più scortese di tutti i personaggi incontrati da Dante. Non è stato punito perché bestemmiatore ma per altre colpe. Il disprezzo verso Dio espresso con la bestemmia è la ciliegina sulla torta che completa un quadro morale privo di ogni luce.


Egli stesso si definisce bestia che ha bestemmiato Dio con la sua vita bestiale… provate a pensare quale “bestalità”.


Una cassa “disarmonica” in chiesa

L’ingresso della chiesa di Sant’Agostino a Siena che ospita le celebrazioni per la festa di Santa Rita da Cascia e concerti di musica classica e sacra. Per il resto dell’anno è chiusa.
E ora veniamo ai fatti: a Siena la festa di Santa Rita, per tradizione, si svolge nella chiesa di Sant’Agostino che è parte del complesso chiamato “Collegio Piccolomini”. Una enorme struttura che occupa buona parte dell’area prospiciente l’ingresso in città da porta Tufi. La chiesa viene aperta solo in quella occasione e in poche altre, nel corso dell’anno, per concerti di musica classica e sacra. Ha infatti un’acustica eccezionale resa perfetta da alcuni accorgimenti, come i grandi teloni che rifiniscono la cassa armonica, frutto dell’architettura.


L’ingresso della chiesa si trova nel portico d’accesso al “Collegio Piccolomini” che comprende anche l’ingresso al palazzo, vero e proprio, che ora è un liceo.


Uscendo dalla scuola si passa davanti al portone della chiesa che durante le celebrazioni per Santa Rita è sempre aperto.

Il 22 maggio scorso ero lì, alla Messa con mia moglie e altre persone, non tantissime a dire il vero.


Il portico d’ingresso del complesso chiamato “Collegio Piccolomini” nella zona antistante porta Tufi a Siena.
Saranno state le 12:30 circa, il celebrante era alla consacrazione, noi eravamo quasi tutti inginocchiati, con il volto tra le mani, in raccoglimento, mendicando la misericordia di Dio che sgorga, senza sosta, dal sacrificio eucaristico. Il sacerdote aveva appena terminato di pronunciare la frase: “mistero della fede” quando una orribile bestemmia contro Dio, un cosa veramente orripilante, urlata a squarcia gola, è risuonata nel silenzio, rimbombando in quella cassa armonica.


E’ stato un attimo tremendo, ho ancora il voltastomaco pensando a quell’attimo. L’indignazione ha avuto il sopravvento sul disgusto e vi garantisco che la prima cosa che mi è venuta in mente è la parola: “…bestia!” che ho anche pronunciato ad alta voce girandomi verso l’ingresso della chiesa, da dove proveniva l’urlo, per vedere chi fosse l’autore di un atto così orrendo.


Era un ragazzotto sui sedici anni con zaino sulle spalle e pettinatura “crestata” all’ultima moda, evidentemente appena uscito da scuola.


Era lì in fondo alla chiesa con aria soddisfatta e con un ghigno stampato sulla bocca che si è trasformato in una risata seguita da quella di alcuni altri ragazzi, suoi compagni di scuola che erano poco dietro di lui. Non ho fatto neanche in tempo a uscire dalla panca che il ragazzo si è girato ed è uscito dalla chiesa, schiamazzando, con gli altri. La distanza tra me e l’uscita era notevole e sia io sia un paio di altre persone che avevano avuto la mia stessa idea, quella cioè di chiedere spiegazione di un atto simile, abbiamo desistito dall’inseguire quel branco rendendoci conto che non avremmo mai potuto raggiungerlo.


…raccontami del pelìde Achille l’ira funesta!

Luca Giordano (1632, Napoli – 1705, Napoli) “Cristo scaccia i mercanti dal tempio”, metà anni 1670, State Hermitage Museum, St. Petersburg
Devo dire che il senso di indignazione che ho continuato ad avere per tutta la giornata mi ha fatto capire meglio il gesto di Gesù quando scaccia i mercanti dal tempio. La sua non era ira, è stata indignazione per l’offesa al Padre di quei mercanti con la loro mancanza di rispetto per il luogo dove si trovavano. La mancanza di rispetto è sempre una violenza per chi la subisce e quando è mancanza di rispetto verso Dio diventa sempre bestemmia, blasfemia.


Quella violenza verso Dio è stata però violenza anche verso di noi, esseri umani assolutamente normali, non pazzi bigotti e retrogradi oscurantisti, intenti in una sorta di rito magico, pertanto degni di essere offesi in quel modo. Al contrario uomini e donne raccolti in un attimo di trascendenza, un tentativo di trascendenza. Nel silenzio senza nessuna pomposa cerimonia – era la messa mattutina quella della sera avrebbe visto la partecipazione del vescovo e di buona parte del clero diocesano – eravamo senza difese come quell’ostia, pane di vita, che quotidianamente si dona, dona il suo corpo in sacrificio per noi.


Pensandoci bene cosa c’è di più vile e di più codardo che usare violenza ad un indifeso, un mite, un “agnello”? Questo è l’uomo quando diventa bestia anzi quando affida il suo essere alla parte bestiale che è dentro si se. Quel ragazzino vive di questa bestialità ne ha fatto il suo vessillo, la sua identità, sino al punto di trovare logico, anzi divertente, violentare un “agnello”. Scrivo ora queste righe a causa di quel avvenimento ma, francamente, è da tempo che penso che tutti noi, immersi in questa civiltà occidentale edonista ed egoista, cultori della falsa libertà prosperata proprio nell’egoismo, abbiamo superato un limite dal quale sarà difficile tornare indietro. Siamo nel pieno del deserto dei valori convinti di essere liberi senza renderci conto che siamo solo circondati dal vuoto. Prigionieri di quella falsa libertà che ispira violenza, perché esercitata solo per affermare se stessi. La falsa libertà che spaccia la blasfemia per libertà d’espressione …Parigi docet.


…un bignè? no grazie preferisco un compromesso

La vera minaccia per il cristianesimo non sono gli atei ma i “cristiani da pasticceria”
La verità è che abbiamo seminato vento e ora ci torna indietro la tempesta, abbiamo lasciato l’iniziativa a quello spirito del mondo di cui ho parlato nel mio precedente articolo (sanguis-christi-inebria-me). Abbiamo disertato i nostri impegni battesimali, permettendo che la battaglia tra lo spirito del mondo e lo spirito di Dio avvenisse senza di noi. Abbiamo considerato superfluo impegnarci, siamo diventati tutti “cristiani da pasticceria”. Capaci di condannare chi legge La Repubblica sorvolando, invece, sui compromessi che quotidianamente accettiamo. Nietzsche scrisse: “Dio è morto, l’ha ucciso l’uomo” io aggiungo “anche il cristianesimo è morto l’hanno ucciso i cristiani”.


Quel ragazzino tracotante che ha esibito la sua libertà d’espressione è il prodotto di una civiltà ormai alla decadenza, anzi, decomposta. Non è certo il cristianesimo in decadenza ma è questa parodia di civiltà cristiana, che di cristiano non ha più nulla, costruita inseguendo le “sirene” del benessere ad ogni costo, ossia l’idolo, il vitello d’oro intorno al quale balla la sua danza di morte. Lo ha spiegato magistralmente il nostro direttore, nonché amico, Antonio Margheriti Mastino, in un articolo (Sic transeunt desideria mundi). Con l’Illuminismo siamo passati da Dio a io e con il benessere siamo passati da io a mio. Abbiamo smesso di essere nel mondo, con una testimonianza cristiana credibile, per diventare del mondo, con una parodia di cristianesimo che ha prodotto una pessima testimonianza. Spero sappiate qual è la radice della parola testimone? …è: Μαρτυρεί = marturei… a cosa somiglia questo fonema? Altro che martiri, il nostro è il cristianesimo del benessere, con tanti saluti alla croce.


Con l’egoismo del “mio”, abbiamo concesso all’odio, caratteristica peculiare del demonio, di vincere sull’amore, caratteristica intrinseca di Dio. Permettendo a quest’odio di usarci, di manipolarci, di insinuarsi dentro di noi, come un veleno, una droga che lentamente ma sempre più profondamente ci ha anestetizzato sino al punto di considerare qualsiasi compromesso accettabile. Sapete cosa mi ha detto una signora che era lì in chiesa con me dopo quell’orribile violenza, quando ha visto che volevo intervenire: “…lo lasci, poverino, avrà avuto una giornata pesante con i professori”. Abbiamo ingoiato, accondiscendenti, tutto quello che il mondo ci ha proposto: divorzio, aborto, eutanasia, concubinato, pornografia, sodomia, pedofilia, gender, commercio di “carne” umana, manipolazione genetica, laicismo, relativismo, sincretismo religioso, cultura dello scarto e chi più ne ha più ne metta. Dopo avere combattuto l’ateismo del comunismo ci siamo accomodati nell’ateismo del consumismo. Badate bene tutto questo vale anche per molti ecclesiastici che hanno ridotto la chiesa cattolica ad uno strumento per l’affermazione personale perdendo completamente di vista il mandato di Gesù.


Prima che il tempo finisca

“La lotta alla mafia (…) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, anche religioso, che coinvolgesse tutti, che tutti abituasse a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si contrappone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.” (Paolo Borsellino 23 giugno 1992 – parrocchia di S. Ernesto – Palermo)
Concludo con un invito pressante a tutti noi, per primo a me stesso. Svegliamoci da questa anestesia che ci impedisce di sentire il “puzzo del compromesso”, come definì il giudice Borsellino la connivenza tra società civile e mafia. Quel puzzo che emana dalla connivenza tra la nostra società pseudo-cristiana e lo spirito del mondo, perché il tempo prima o poi scadrà.


Molti pensano che ci sia un collegamento tra le apparizioni della Madonna a Fatima e i cento anni predetti come periodo nel quale il demonio sarebbe stato libero di scorrazzare in lungo e in largo, perché libero dalle catene, prima del giudizio finale. Essendo le apparizioni di Fatima del 1917 questo periodo di “libertà” dovrebbe finire nel 2017 con il ritorno di Gesù Cristo glorioso sulle nuvole. Ora non so se questo ritorno avverrà veramente nel 2017, che avverrà non ho dubbi, quando non lo so ma a giudicare da ciò che avviene nel mondo direi che il tempo sembra essere maturo per cadere dall’albero.


D’altronde anche il tempo è una creatura, ha avuto un inizio e avrà una fine, è stato creato. Dio non ha tempo, non è tempo, è il creatore del tempo, pertanto l’ultima parola spetterà comunque a Lui. La cosa importante è arrivare preparati a quel momento e non anestetizzati, per non ritrovarsi come quei dannati, dai quali siamo partiti, che: “Bestemmiavano Dio e lor parenti, l’umana spezie e ‘l loco e ‘l tempo e ‘l seme di lor semenza e di lor nascimenti” (Inferno III).


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