Eurabia, anzi no: Euratea. Gli Evirati Arabi di Francia

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La recente tragedia di Parigi apre nuovi scenari in Europa e illumina i legami ormai evidenti fra il fondamentale ateismo laicista e il dilagare dell’estremismo religioso.


Quando accade qualcosa di imprevisto si è soliti dire che gli episodi della storia sono imprevedibili: chi avrebbe mai immaginato un’Europa corrosa dall’ateismo e incapace di fronteggiare il dilagare islamico? Eppure l’inaudito è successo: l’Europa cristiana è forse al capolinea.

Michel Houellebecq in “Sottomissione” ha avuto il coraggio di vedere e descrivere una realtà che in molti, troppi, anche fra i cattolici hanno colpevolmente voluto ignorare. Il genere del romanzo è solo apparentemente fantateologico: il clima psicologico e umano descritto appare corrispondere perfettamente al momento presente mentre si profila la minaccia di un futuro governo islamico nel cuore d’Europa.


Narcosi laicista


In una Francia scialba e grigia come il democratismo politicamente corretto che ne domina la vita politica e mortalmente noiosa a causa del relativismo etico privo di emotività, anaffettivo e francamente deprimente che ne domina la quotidianità,  François, l’autore della cronaca che ci apprestiamo a leggere, presenta se stesso: un professore universitario in materie letterarie presso l’università Sorbona di Parigi e uno dei massimi esperti mondiali di Joris Karl Huysmans, vale a dire il padre del decadentismo europeo e noto a livello biografico per la conversione al cattolicesimo.


François è un uomo che sembra annoiarsi terribilmente: l’unico motivo di euforia peraltro effimera che riesce a scuoterlo dal torpore esistenziale costellato da stanche abitudini e da una quotidianità in cui si sperimentano sempre le stesse futili cose, è l’attività sessuale. L’ultraquarantenne François conquista a ogni inizio anno accademico una delle studentesse del primo anno da cui viene lasciato o lascia egli stesso regolarmente al termine dei corsi. L’unico rapporto veramente duraturo e autenticamente vitale a differenza di tutti gli altri predestinati a finire, è quello con Myriam, una ragazza ebrea poco più che ventenne.


Emotività post atomica


Michel Houellebecq
Houellebecq è scaltro: con “Sottomissione” allude a qualcosa di estremamente importante che tuttavia evita di esprimere chiaramente. Il suo realismo esistenziale del resto è perfettamente verificabile da chiunque abiti in una realtà urbana secolarizzata in cui vige la dittatura invisibile di un clima psicologico da panorama emozionale post atomico.


La nuova religione laicista ha maldestramente sostituito le spinte verticali in una scimmiesca parodia del sacro e del cristianesimo che consiste nell’indicare nell’umanità come entità collettiva il fine dell’uomo in una deludentissima imitazione della trascendenza: questo processo di sostituzione ha generato una delusione così cocente da non essere nemmeno percepita a livello di coscienza, perché, sembra suggerire Houellebecq, non solo le cose infinitamente piccole, ma anche quelle infinitamente immani sono inavvertite sia ai sensi carnali che a quelli spirituali. E’ la sindrome da cecità accusata da certi reduci del Vietnam: una cecità psichica autoindotta per non vedere più non solo gli orrori della guerra, ma anche e soprattutto quelli della realtà umana.


Houellebecq nel personaggio di Francois rappresenta perfettamente questo panorama psichico uniforme e omologato al pensiero dominante caratterizzato da un tono emotivo medio da encefalogramma piatto che solo qualche episodio sessuale o un evento di portata epocale come la minaccia del trionfo islamico alle elezioni francesi può rianimare.


La svolta


In questo contesto fatto di performance sessuali minutamente descritte con meretrici di varia estrazione sociale e razziale, di corsi universitari seguiti da gruppi di studenti stanchi e svaccati, di solitudine esistenziale oltre che metafisica che si dipana in opachi e silenziosi appartamenti parigini in cui domina la religione della tutela di spocchiose e insignificanti privacy, finalmente accade un evento imprevisto ad agitare l’aria stagnante e ammuffita di vite prive di slancio verticale: le elezioni presidenziali francesi infatti, da sempre caratterizzate dall’alternanza fra centro destra e socialisti sono scosse dall’ascesa vertiginosa della Fratellanza Islamica, un partito musulmano il cui leader, Mohammed Ben Abbes, supera di pochi decimi percentuali il candidato socialista e partecipa così al ballottaggio per l’elezione presidenziale col candidato del Fronte Nazionale, Marine le Pen.


L’esito del ballottaggio è scontato: il Fronte Nazionale ha un vantaggio enorme sulla Fratellanza Islamica, ma un secondo evento imprevisto apre scenari epocali.. Infatti il partito socialista e quello di centro destra formano un’Alleanza Repubblicana in appoggio al partito di Ben Abbes e indicano ai propri elettori di far convergere i loro voti sulla Fratellanza Islamica al fine di impedire la vittoria dei fascisti, giacobini neri, e identitari razzisti del Fronte Nazionale.


François segue col cuore in gola le vicende elettorali agitato prima dal vago sentore di un pericolo imminente, poi dallo shock procurato dalla certezza che con la vittoria islamica si chiude un’epoca, infine dalla partenza di Myriam per Israele al fine di sottrarsi alle probabili  discriminazioni che gli ebrei dovranno subire a causa del nuovo regime.


L’inaudito accade: Ben Abbes vince le elezioni, diventa presidente della Repubblica francese e forma una coalizione di governo guidata dalla Fratellanza Islamica col concorso di socialisti e gaullisti.


Ipnosi terapeutica    


Non è possibile sottrarsi alla storia per isolarsi in un’ibrida dimensione intima in cui gli avvenimenti esterni giungono opachi e ovattati:  separare la storia dalle vicende individuali, suggerisce Houellebecq, significa votarsi a quell’autismo emotivo che introduce al suicidio.


La crisi che investe François invece ha valore salvifico perché ne determina lo sblocco e la rigenerazione psicologica: l’emotività congelata da decenni dal piattume di stanche e reiterate abitudini si risveglia, ma al protagonista sarà negata anche la minima consolazione che scaturisce dal sapere che il proprio disagio è condiviso da molti nella stessa condizione: quando cerca il confronto con colleghi universitari o conoscenti a proposito del regime islamico che governerà la Francia anziché preoccupazione, rabbia, scoramento, inquietudine, desiderio di reagire riscontra l’indifferenza.


Un’ indifferenza apatica che nasce dai penosi tentativi di autoipnosi terapeutica tramite cui ci si affanna a valutare la situazione tutto sommato “normale” e considerare che, in definitiva, i valori repubblicani nati dalla rivoluzione francese sono conciliabili con la sharia islamica.


Perché  l’islam  vince


Comincia la seconda parte del libro che finalmente decolla depurato dalle insistenze guardone  incentrate sui dettagli della vita sessuale dell’esimio professore universitario.


Houellebecq evidentemente nella prima parte del romanzo ha dovuto operare una scelta difficile in cui qualcosa doveva essere necessariamente sacrificato: o mirava al successo commerciale anche a costo di apparire uno scrittore mediocre alla Dan Brown oppure dava libero corso al suo talento anche a costo di prestarsi all’accusa di fare del noioso passatismo introspettivo.


Lui, da persona intelligente, ha scelto di soddisfare le esigenze commerciali nella prima parte e quelle letterarie e ideologiche nella seconda dove il suo tono caustico, carognesco, impietoso, due volte politicamente scorretto in quanto sia antislamico che antigallico emerge con sempre maggior evidenza col progredire del romanzo.


Il partito di Ben Abbes si dimostra, almeno inizialmente, moderato: è intransigente solo sui temi che riguardano l’educazione di bambini e giovani avocando a se il ministero dell’istruzione perché, come considera lo stesso François, chi controlla i giovani, controlla il futuro. Università e scuole sono islamizzate, il parlamento legifera norme che consentono la poligamia, le donne sono invitate a lasciare i posti di lavoro provocando l’azzeramento della disoccupazione maschile.


In questo contesto Houellebecq affida a un lungo dialogo fra il protagonista Francois e il nuovo Rettore dell’università Sorbona III, l’ex socialista liberal Robert Rediger convertitosi all’islam dopo la vittoria di Ben Asseb, la spiegazione dei motivi del dilagare islamico.


Rediger spiega le ragioni per cui l’islam è destinato all’ascesa mentre il cristianesimo è votato al declino. Il primo motivo riguarda il carattere antropologico dell’islam che è religione prettamente maschile o meglio ancora “machista”: la maggior parte degli islamici sono giovani sotto i 30 anni, ricchi di energie vitali e sospinti da desideri di rivalsa verso l’occidente. In altre parole sono forti, giovani, motivati di contro a un cristianesimo che, come sosteneva Nietzsche, è religione fondamentalmente “femminile” che si rivolge principalmente ai deboli, agli inermi, agli emarginati ossia a quelle categorie di persone che stante la loro infelice realtà trovano consolazione in una religione che predica la sopportazione a oltranza in attesa del premio eterno.


Il secondo motivo, continua il Rettore, riguarda l’”eugenetica naturale” all’opera nell’islam grazie alla poligamia. Solo gli islamici più facoltosi possono permettersi la poligamia fino a un massimo di quattro mogli. Tuttavia nella mentalità islamica chi è riuscito a raggiungere una posizione socio – economica di rilievo dimostra anche di essere dotato di maggior intelligenza.


La trasmissione ereditaria di tale intelligenza superiore alla media a una prole quanto più possibile numerosa quindi deve essere agevolata tramite lo strumento della poligamia da cui invece sono esclusi gli strati più umili della popolazione.


In una dinamica di scontro religioso per la sopravvivenza materiale è chiaro dunque, conclude Rediger, che l’islam non può che riuscire vincente.


Fantapolitica? Ma mica tanto


Houellebecq pone in discussione troppe presunte certezze radicate in occidente circa l’islam.


Lo scenario fantapolitico che immagina la conquista del potere in un paese europeo da parte di un partito islamico è un eccellente idea letteraria e un’ ipotesi storica per adesso prematura.


Ma se è inimmaginabile per ora un partito islamico al potere in un paese europeo é invece totalmente verosimile e anzi già inverata l’ipotesi che in Europa nascano dei partiti islamici.


Esistono già in Francia, Belgio, Spagna e sono in fase di costituzione in Gran Bretagna, Svizzera, Italia. Si tratta di formazioni minuscole quanto a numero di aderenti, ma con un trend in costante crescita mentre i partiti dichiaratamente cristiani tendono ormai a scomparire dalla scena politica.

Si tratta di realtà che in un sistema elettorale maggioritario sono escluse da qualsiasi responsabilità di governo, ma che in un sistema proporzionale, come immagina Houellebecq, possono partecipare a una coalizione destinata alla guida di un paese.


Ovviamente tutte queste formazioni partitiche dichiaratamente islamiche o di ispirazione islamica si smarcano dal fondamentalismo e ancor più da qualsiasi accondiscendenza verso i gruppi integralisti.


Houellebecq in “Sottomissione” sembra confermare la vecchia e controversa idea, divulgata dall’intellettualità colta liberale e socialista, che un’ ampia parte del mondo  islamico sia moderato, lontano dal radicalismo e che con esso sia possibile dialogare. Resta il dubbio se l’autore francese già processato e poi assolto per presunta islamofobia non abbia voluto trasmettere più di quanto abbia scritto esplicitamente.


Fondamentalismo e integralismo


Sottomettere gli evirati di Francia
L’islam di Ben Abbes non è violento, anzi sembra avere accettato le regole della dialettica democratica occidentale anche perché costretto a governare in coabitazione con due partiti laici.


Tuttavia i dati di realtà che disegnano il profilo del mondo islamico sono contradditori a causa soprattutto della confusione riguardo i concetti di fondamentalismo e integralismo.


Essere fondamentalisti significa vivere radicalmente i precetti della propria religione, essere integralisti significa esigere che tali precetti siano vissuti anche dagli altri: si può quindi parlare di radicalismo o totalitarismo solo quando i due elementi, fondamentalismo e integralismo, convivono presso lo stesso gruppo.


Alcune informazioni provenienti dal mondo islamico non possono che inquietare perché indicano la presenza certa del radicalismo: l’emittente televisiva Al Jazeera in un suo recente sondaggio rivolto a un campione di circa 38.000 islamici sunniti ha posto la seguente domanda: “Sostieni le vittorie dello Stato islamico in Iraq e Siria?”. La risposta nell’81% dei casi è stata affermativa.[1] Può essere che l’indagine statistica dell’emittente del Qatar non sia probante dal punto di vista scientifico e tuttavia ignorarla negandone ogni validità significa preferire illudersi riguardo l’esistenza di un islam accondiscendente verso le altre religioni piuttosto che adeguarsi alla cruda realtà di un islam che per sua natura accondiscendente non può essere.


Il politicamente corretto come desiderio di morte
Il sondaggio di Al Jazeera dimostra che non è possibile separare il totalitarismo dottrinario e politico dell’islam dai sentimenti religiosi degli islamici: in altre parole, contrariamente a quanto accade nel cattolicesimo, è illusorio credere che una parte significativa degli islamici sono tali di nome, ma non di fatto, confidando che il processo di secolarizzazione li abbia resi più tolleranti e meno intransigenti pur permanendo un certo rigore teologico.


Se consideriamo l’introduzione della sharia cioè la legge islamica nell’ordinamento giuridico dello Stato quale discrimine fra fondamentalismo e radicalismo il quadro si complica: la mancata introduzione della sharia indica la prospettiva di un islam fondamentalista, ma non integralista e quindi in definitiva non radicale o, se si preferisce, tollerante: quando il partito dei  Fratelli Musulmani ha preso il potere in Egitto e ha preteso di imporre la sharia, una parte significativo del popolo egiziano si è ribellato fino alla destituzione del leader islamico Mohammed Morsi.


E tuttavia anche laddove l’islam fondamentalista non è integralista in modo esplicitamente violento talvolta è discriminatorio: lo dimostra l’introduzione della jizya  cioè la tassa che lo Stato islamico pretende dai non musulmani.


In Tunisia la nuova costituzione non prevede la sharia; prima della “primavera araba” che come constatiamo si è rivelata invece essere un catastrofico inverno, in Libano, Iraq e Siria cristiani e islamici convivevano pacificamente. L’impressione generale è che esista fra gli islamici una sorta di “maggioranza silenziosa” comunque fondamentalista, ma aliena da radicalismi integralisti esplicitamente violenti costretta però a tacere di fronte alle intemperanze di una “minoranza chiassosa”.


E il dialogo?


La domanda circa la possibilità o meno di un dialogo interreligioso non deve dimenticare che l’islam se non è necessariamente integralista è quasi sempre fondamentalista, caratteristica questa che esclude la possibilità di qualsiasi intesa ecumenica sul piano dottrinario. Se dialogo ecumenico significa infatti impegno dei due interlocutori a rinunciare al massimalismo teologico in vista di un accordo sulle questioni che accomunano anziché dividere questo sforzo sarà nella maggior parte dei casi votato al fallimento.


L’islam esige che il credente viva i precetti islamici in modo fondamentale così come lo pretendono le correnti protestanti evangeliche più tradizionaliste del cristianesimo, anche se non sempre esige  che tali precetti siano vincolanti e impegnativi per tutti, islamico o meno (integralismo).

E tuttavia Houellebecq lascia soggiacente un interrogativo inespresso riguardo i rapporti fra islam e istituzioni politiche occidentali. In altri termini si chiede se in una relazione di questo tipo è più probabile sia l’islam a influire sulle istituzioni e sulla visione del mondo occidentali o viceversa.

La sua conclusione è che il relativismo laicista sia propedeutico all’avvento di un regime islamico: non due partiti avversi dunque, ma consequenziali.


La castrazione laicista


michel houellebecq
Il vero problema è quello che potremmo definire come “castrazione laicista” cioè, sul piano esistenziale, uno spazio vuoto privo di punti di riferimento che non attende altro che di essere riempito da qualsiasi cosa in grado di indicare una meta qualsiasi.


Purché, beninteso, questo qualcosa sia abbastanza duro ed esigente da fissare delle regole inderogabili che saturino la cavità vuota scavata dalla disperazione di chi non sa più cosa fare di se stesso.


Il laicismo militante altro non è se non che la forma del nichilismo contemporaneo che, come indica l’etimologia stessa del termina “nichilismo” (nihil = nulla) non consiste in qualcosa, ma non consiste in nulla, anzi, per meglio dire, non consiste affatto.


Il nichilismo laicista si orienta al nulla perché è figlio del nulla e tende quindi a tornare al proprio luogo di origine annullando se stesso.


Per questo il laicismo nichilista è incompatibile con la democrazia: la democrazia infatti esige di essere alimentata da linfa vitale, dialettica delle idee, passione per le società umane. Al contrario è compatibilissimo coi totalitarismi perché tendendo al nulla abdica al demiurgo totalitario dominante la struttura dell’essere, cioè la visione dell’uomo e del mondo che esso, il nichilismo laicista risucchiato nel nulla, non può per sua natura né immaginare, né concepire.


L’islam ha comunque uno spessore perché infine è qualcosa, esiste ed è vitale: può in questa fase concepire, ideare, realizzare. In una parola può colmare il nulla che, in quanto tale, nemmeno può opporre una debole resistenza.


Ecco allora che la “Sottomissione” cui allude Houellebecq assume la sua piena fisionomia: l’obbedienza tremebonda a una struttura totalitaria capace di quell’immaginazione e progettualità di cui il nichilismo laicista è completamente privo.


Il che significa che, in ordine storico – cronologico, l’evento scatenante causa dell’abbandono delle radici cristiane d’Europa non è l’islam, ma il laicismo militante nullificante che narcotizzando lo spirito gli inocula una voluttà di morte suicida . Il totalitarismo religioso allora non è altro che lo strumento scelto per porre in essere quel suicidio


Finite le canzonette atee che celebrano il nulla, finiti i simboli pacifisti che evocano il nulla, esauriti gli appigli evanescenti del politicamente corretto un mondo finisce tornando al nulla da cui è scaturito. E nemmeno, parafrasando Thomas Eliot, con uno schianto virile, ma con un irritante piagnisteo.


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