Oriana, scendi dal piedistallo PARTE 2

MASSIMOFINI.IT 7/11/2015 Goffredo Pistelli ItaliaOggi, 3 novembre 2015

Oriana, scendi dal piedistallo PARTE 2


D. Poi sono venuti i libri.

R. Fu messa sulla cattiva strada da un consiglio di Malaparte, che le disse: «Orianina, il giornalista deve scrivere libri». Ma intendeva reportage come i suoi: Kaputt, La Pelle, Tecnica di un colpo di Stato. Lei invece si mise a scrivere romanzi, col suo stile molto barocco: ora la Fallaci va bene in 10 cartelle, in 800 diventa impossibile.

D. Beh, Lettera a un bambino mai nato, ebbe un certo successo.

R. Per quel libro assistetti a una furiosa lite con la sorella Paola, a Greve, che le diceva che lei di bambini non capiva un cazzo, non avendone avuti.

D. La Fallaci scrittrice non la convinceva.

R. No, non era fatta per i romanzi. Un uomo lo trovai deplorevole, Inshallah lasciò 300 mila copie invendute: uno dei più grandi “bagni dell'editoria nazionale”.

D. Giudizi duri. Non mi pare però che lei ne parli con risentimento.

R. Infatti, non ne ho mai avuto verso di lei, malgrado quella lite finita in tribunale. Anzi, tre anni fa, quando avevo una fidanzata fiorentina, volli andare al cimitero dove è sepolta Oriana a deporre una rosa bianca sulla sua tomba. Perché con la Fallaci stiamo comunque parlando della Champions League del giornalismo, se non proprio del Barcellona almeno del Borussia Munchengladbach.

D. Ci siamo dilungati sulla Fallaci ma eravamo partiti da Pasolini. Quando lo conobbe?

R. Lo incontrai per la prima volta quando gli feci un'intervista sul fascismo dell'antifascismo per l'Europeo.

D. Che impressione le fece?

R. Andai a casa sua all'Eur, una dimora borghese, piena di centrini, di comodini, queste cose qua. Lui, con questo volto scavato che pareva il Cristo di Grunewald, non aveva per nulla l'aria «da checca», tutt'altro.

D. Per cosa la colpì?

R. Per un fatto: in genere l'intervistato stende le sue bellurie davanti a chi gli sta davanti.

D. E lui, invece?

R. Lui si interessava a chi gli stesse davanti. Poi accadde una cosa strana.

D. Vale a dire?

R. In questa grande terrazza, dove stavamo parlando, entrò la madre e lui cambiò completamente, si infantilizzò di colpo, diventò tutto «pucci, pucci». E lì capivi la sua omosessualità. Ricordo che arrivò anche Ninetto Davoli. Dopo l’intervista continuò, per un po', il rapporto con Pasolini.

D. Vi frequentaste?

R. Certo. E una volta mi portò anche al Pigneto, quartiere romano che, allora era periferia estrema e malfamata, e che oggi temo sia pure un po' trendy.

D. Infatti.

R. E capii: uno che andava lì, con la sua Alfa Romeo, cercava il pericolo e, secondo me, anche la morte. Era la sua zona d'ombra, che hanno avuto molti artisti, persino Marcel Proust. Pasolini cercava la morte e anche l'Oriana, anni dopo, da quell'idea dissennata del complotto.

D. Eppure la comunità intellettuale italiana aderì all'istante a quella tesi.

R. Sì, un po' perché attribuire le nefandezze ai fascisti era lo sport nazionale, un po' perché non accettava, in realtà, questo lato oscuro di Pasolini.

D. Dunque fu una scelta pruriginosa, non si ammetteva che Pasolini, nottetempo, andasse all'Idroscalo.

R. Eppure tutti lo sapevano che con quei «ragazzi di vita», in cui vedeva un'Italia che resisteva all'omologazione, come la chiamava lui, diventava sadico. E una notte successe per l'appunto che un ragazzo di vita dicesse no e si ribellasse a una certa richiesta.

D. La tesi del complotto poi, all'epoca, era un'attitudine: basta ricordare la morte, pochi anni prima, di Giangiacomo Feltrinelli ai piedi del traliccio di Segrate.

R. Un altro complotto.

D. A lei fu chiaro che il complotto su Pasolini non stesse in piedi?

R. Immediatamente. Trovai ipocrita l'atteggiamento della comunità intellettuale, da Umberto Eco ad Alberto Moravia. In quella comunità, Pasolini s'era intruppato per poter scrivere: era un reazionario, non era affatto comunista.

D. Beh, certo aveva avuto il fratello Guido, partigiano, ammazzato dai garibaldini comunisti nella malga di Porzus.

R. Esatto. Ma allora se non ti intruppavi non potevi esistere. L'unico che non lo fece fu Giuseppe Berto.

D. Già ma l'autore de Il male oscuro fu anche combattente a Salò e finì nel carcere alleato di Coltano (PI)...

R. Berto non si intruppò mai e fu messo al bando. E lui, per scandalizzarli ancora di più, comprò persino un night club a Capo Vaticano a Vibo Valentia. Per inverare così tutto il suo disprezzo per quella congrega.

D. Ma che giudizio dà di Pasolini?

R. Un grandissimo intellettuale, un grandissimo uomo di cultura ma, come direbbe il grande cronista tennistico Rino Tommasi, «nel mio personale cartellino» i suoi libri e i suo film non ci sono.

D. Nemmeno Il Vangelo secondo Matteo?

R. No, sulla sua capacità di provocare, in modo intelligente, aprendo squarci, non ho dubbi.

D. L'invettiva dalle colonne del Corriere.

R. Assolutamente. Lì era all'altezza delle sue provocazioni.

D. Quelle invettive contro il potere, come quella sulla Dc, «io lo so, ma non ho le prove», sono state l'architrave delle teorie complottiste...

R. Il potere se ne strafregava. E se ne strafrega bellamente ancora, a meno che tu non faccia una denuncia precisa. Il Pasolini veramente scandaloso fu semmai quello che scrisse «darei la Montedison per una lucciolata».

D. Il famoso articolo sulle lucciole che erano sparite.

R. Splendidamente reazionario in questo: rimpiangeva un mondo che stava sparendo. Così come l'interesse per il sottoproletariato che, ai suoi occhi, aveva conservato una qualche verginità ma, nello stesso tempo e contraddittoriamente, aveva il bisogno notturno di umiliare quei ragazzi che rappresentava nelle sue opere.

D. La zona d'ombra.

R. L'artista è fatto spesso di queste cose. E sono collegate. Sono le stesse zone d'ombra a partorire la parte creativa.

D. Ma sul fatto che tutto il Pasolini, dalla critica ai libri al cinema, dovesse essere considerato eccelso, lei trae una lezione, Fini? C'è sempre il desiderio del mainstream culturale, che allora non si chiamava così, di ammantare un intellettuale di cose che non ci sono, e non riconoscerlo per quello che è?

R. È così. Penso a un altro personaggio, che ho conosciuto molto più di striscio, come Federico Fellini.

D. Che successe, con lui?

R. Che, a un certo punto, la critica, invece di fare il suo mestiere, cominciò a scrivere che qualsiasi cosa facesse era straordinaria. E invece c'erano cose che facevano pena. In questo non si aiutava l'artista che si credeva autorizzato a tutto.

D. Per esempio?

R. Quando perde la collaborazione con Ennio Flaiano, straordinario genio che lo àncora alla realtà, e dalla quale nacque quel capolavoro che fu La dolce vita, Fellini si attorcigliò al proprio ombelico e vennero fuori film modesti. Non c'era bisogno di mettere un rinoceronte ne La nave va quando aveva già fatto vedere un dugongo ne La dolce vita.

D. Una citazione continua di sé...

R. Una masturbazione. Mentre con Flaiano ci sono sei-sette film, straordinari, ma perché il genio fantasmagorico di Fellini era ancorato alla realtà. Per stare sull'ombelico bisogna averlo straordinario, come quello di Proust, ma anche un Ingmar Bergman che, peraltro, fece tantissima gavetta. Oggi, invece...


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