ARCHIVIO - Trionfalismo

VITTORIO MESSORI

Trionfalismo


[Da «Pensare la storia. Una lettura cattolica dell’avventura umana», Edizioni San Paolo, Milano 1992]

Per restare, già che ci siamo, dalle parti di Ecône: tra gli argomenti per rifiutarne le tesi, sarà bene scegliere quelli “giusti” e non tirarne in ballo altri che non tengono. 

Ad esempio: qualcuno è andato a riesumare, dall’armamentario della vecchia contestazione, la polemica contro il “trionfalismo” cattolico che si esprimerebbe nella solennità delle liturgie, nella bellezza del culto e dei luoghi dove si celebra, nella ricchezza dei paramenti, nelle vesti tradizionali di vescovi, cardinali, papa stesso. 

Il tenere “ancora” a queste cose è stato messo tra gli anacronismi un po’ ridicoli di Lefebvre e dei suoi. Ma, qui, il bersaglio è sbagliato: a queste cose tiene – lo speriamo, almeno – anche la Chiesa cattolica (quella “vera”). E non a torto. 

Per capire questo presunto “trionfalismo” (e aiutare a capire chi di esso si scandalizza, esigendo una Chiesa “povera” anche nel culto e nelle vesti, in nome del Cristo “povero”) non bisogna mai dimenticare il paradosso cristiano. 

Per la fede, in Gesù convivono la divinità e l’umanità: due nature, una persona. La Chiesa – nella quale, stando sempre alla fede, quello stesso Cristo continua la sua vita nella storia – deve così testimoniare due realtà apparentemente inconciliabili: la kénosis, “l’annichilimento” di Gesù (lo «spogliò se stesso» di chi «era di natura divina», Fil 2) e la gloria, la trascendenza, la signoria, l’eternità di Dio. 

Unica tra le realtà religiose del mondo, la Chiesa testimonio sia della maestà del Creatore che dell’umiliazione del Galileo, Verbo di Dio finito in croce come gli schiavi. Se dovesse parlarci solo del Padre, la sua via sarebbe quella del fasto (come per il paganesimo e, in genere, per le altre religioni, ebraismo compreso). Se dovesse parlarci solo del Figlio, la sua via sarebbe quella dell’abiezione. Ma qui, come ovunque altrove, la sua dialettica (basata su un Fondatore al contempo uomo e Dio) è quella dell’et-et: grandezza e miseria assieme. 

È per questo che la gerarchia di una simile Chiesa è chiamata insieme alla solennità e alla povertà. È per questo che le ricche vesti dei pastori possono (debbono) convivere con l’umiltà e la povertà nella stessa persona. È per questo che il fasto di San Pietro e delle cattedrali non è contraddittorio con il tugurio di Francesco o di Charles de Foucauld. È per questo che il papa può vestire come un re e, al contempo, dirsi “servo dei servi”. 

Tanto scandalo “pauperistico” di tanti secoli, dentro e fuori la Chiesa, forse ha la sua radice nella mancata comprensione di questo paradosso. Eppure, proprio in questa “duplicità” della Chiesa, in questo suo essere “anfibia” (il suo habitat è insieme la miseria della storia e la gloria dei Cieli) si rivela l’unicità cristiana, il suo “scandalo”. Il quale non consiste in una solennità esteriore che, anzi, è uno dei suoi doverosi modi di essere.


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