2 novembre: piccolo vademecum

Marcello Veneziani

Provo a farvi un piccolo vademecum di quel che ha rappresentato il due novembre per noi umani della preistoria, ovvero delle ere geologiche che precedettero l’avvento di Halloween.


Dunque, per cominciare, le feste dei morti coltivavano una sacra e profana ambiguità: perché da un verso nascevano dal presentimento della loro presenza, pur invisibile, su questa terra, di una loro alitante prossimità nutrita dal ricordo e dai luoghi. E dall’altro servivano per propiziare la loro pace, che coincideva con il loro ritiro dal mondo. Li si ricordava anche per ricondurli al riposo eterno, per dar loro tregua o come si diceva un tempo, requie.


Ai morti era consentita per i primi due giorni di novembre una gita speciale sulla terra, in cui tornavano a visitare le loro case antiche e i loro famigliari. Con l’aspirazione doppia di ricevere la loro visita e di garantire però il loro placido rientro nell’Altro regno, soddisfatti e rincuorati. 

In alcuni centri del sud era prevista fino a qualche anno fa anche l’ipotesi inversa, dei famigliari che organizzavano una scampagnata presso la tomba del caro estinto, mangiando e bevendo alla loro salute. Eterna naturalmente. Forse non era il massimo spararsi una cofana di pasta sulla tomba, o appendere la giacca sulla croce.


C’erano pure i piatti e i dolci per i giorni dei morti che a me bambino facevano un po’ impressione perché pensavo che fossero commissionati ad una pasticceria di Trapassati con materiale in stato di avanzata putrefazione. Ma superato l’impatto necrologico, erano gustosi. C’era chi li mangiava compiendo riti esorcistici anche manuali o da tasca. Il dolce più classico, anche per origini elleniche, era la colve (colba o colva) a base di grano cotto, cioccolato e noci, più granoturco e talvolta persino melanzane, innaffiate con una colata densa di vin cotto, così dolce e così indigesto. Poi c’erano i dolci bianchi, di ostie e mandorle, chiamati espressamente ossa dei morti. Il grano e la cioccolata erano i classici conforti mortuari.

Quando ero bambino io, era ancora in uso la calza dei morti, una specie di befana necrofora che destava più timore che gratitudine nei bambini più sensibili; ma alla fine vinceva la golosità. Quel cibarsi del cibo venuto dai morti istituiva una familiarità con i defunti, ripristinava il circuito affettivo della loro prossimità. Aiutava ad addomesticare la morte, per dirla con Aries. La morte era di casa, vicina, anche se terribile, abitata da gente cara e non solo da spettri paurosi. I nonni assumevano il due novembre il ruolo di mediatori tra i due mondi. Erano loro il ponte dei morti.

​La notte dei morti, a differenza di Halloween, si preferiva non far tardi la notte un po’ per paura e un po’ per non intasare il traffico oltretombale. Le strade, secondo la fantasia popolare, erano affollate di anime del purgatorio che sciamavano per le vie di un tempo, a volte salendo nei loro appartamenti. Vi erano riti per accoglierli e altri per respingerli. C’era chi  versava acqua insaponata tra le scale per impedire l’accesso dei defunti.


E chi invece lasciava pietanze sulla tavola nella speranza di ritrovare i segni del loro assaggio e passaggio notturno. I marinai non uscivano con le loro barche perché temevano di pescare teschi e tibie di defunti di annegati. Gli animali quel giorno erano molto inquieti. Insomma l’Halloween nostrana era piena di pregiudizi arcaici, di paure e speranze infantili, ma era anche un modo incantato per vivere un rapporto naturale e soprannaturale, non grottesco e artificiale, con Sorella Morte. Il culto dei morti è il segno di una civiltà. Dar vita agli assenti è la suprema forma d’amore.  


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