Contro la canzone napoletana

di Camillo Langone | 17 Ottobre 2015 IL FOGLIO

Contro la canzone napoletana


Contro la canzone napoletana. Avendola molto amata (Renato Carosone, Peppino Di Capri, Nuova Compagnia di Canto Popolare, Alan Sorrenti, Napoli centrale, Alunni del sole, Pino Daniele, Peppe Barra, Lina Sastri, Daniele Sepe, Maria Pia De Vito e Rita Marcotulli, Nino D'Angelo, 24 Grana, Renzo Arbore, Canio Loguercio, Alfredo Minucci...) e poi abbandonata, avendo cantato anche in pubblico “Tu ca nun chiagne” e poi da un certo giorno mai più nemmeno ascoltato il famoso brano, come per un bilancio estetico ed esistenziale mi applico all'ultimo disco di standard napoletani interpretati dal grande artista che è Massimo Ranieri, circondato per l'occasione da jazzisti valorosi.



“Malìa. Napoli 1950-1960” è cantato perfettamente e perfettamente suonato e mi disgusta. “Doce doce”, “Malatia”, “Anema e core”... Tutto questo ammore non riesco a reggerlo, non mi fa vedere la romantica luna caprese ma l'oscena gelosia e tutti quelli che ascoltando il cuore hanno ucciso, sono stati uccisi o si sono uccisi (non c'è ammore senza gelosia, non c'è gelosia senza delitto, se non compiuto almeno ipotizzato).

Il peggio del peggio del disco è “Resta cu' mme”, canzone altamente diseducativa: “Resta cu' mme / pe' carità, / statte cu' mme / nun me lassà. / Famme penà, / famme 'mpazzì, / famme dannà, / ma dimme sì. / Moro pe’ tte, / vivo pe' tte…”.

Ma ci si può ridurre così? Che non mi riduca mai così.

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