La rivoluzione che marcia verso la neutralizzazione delle identità

Marcello Veneziani

La rivoluzione che marcia verso la neutralizzazione delle identità


Stiamo vivendo, in totale incoscienza di pensiero, una rivoluzione radicale che sta cambiando il senso e il destino dell'umanità. È la rivoluzione che marcia verso la neutralizzazione delle identità e delle differenze originarie, la rimozione della natura, la vanificazione degli assetti, i ruoli e i rapporti su cui si è fondata finora l'umanità. Dico la famiglia, i sessi, la procreazione. Stiamo procedendo verso una società unisex, ove l'unificazione dei sessi prelude a un'assoluta transitorietà dei medesimi. I sessi non sono due, ma uno o   cinquantadue. Androgini con sessualità mutanti.


Nel dibattito corrente ci fissiamo sui superficiali e coloriti conflitti tra omofobia e omofilia, ma il processo in corso è ben più grande e si riassume nella parola chiave transgender. Le più grandi agenzie internazionali, come l'ONU e la stessa Unione europea, sono pervase da questa ideologia, gli stati promuovono i suoi esiti e chi si oppone viene isolato e discriminato. È imponente l'apparato mediatico e legislativo che spinge in quella direzione: dalla neutralizzazione di padri e madri nel dispositivo di legge che li definisce genitore 1 e 2  alle fiabe gay diffuse negli asili, dalle campagne governative tese a rieducare la popolazione non solo su lesbiche e gay ma anche di transgender (da noi l'artefice fu il governo tecnico Monti-Fornero) alla “gayzzazione del mondo”.  


​Mi soffermo sui presupposti di questa “ideologia” transgender. Alla radice c'è quello che potremmo definire l'horror fati, il rovescio dell'amor fati, cioè il rifiuto, l'orrore di ciò che siamo in origine, in natura e dunque la volontà di cambiare. Dominio assoluto del divenire sull'essere, del desiderio sulla natura, del soggetto sulla realtà. Volontà di autocrearsi e di abolire ciò che evoca origine e radice, identità e differenza, nascita e famiglia


. Pensiero che viene da lontano, dalla mito delle metamorfosi e del proteiforme, poi dal Rinascimento magico, in un'accezione inquietante dell'homo faber sui ipsius, ossia fabbro di se stesso. La differenza abissale è che questa volta il demiurgo non è la potenza del pensiero o la magia alchemica, ma è la potenza della tecnica applicata su scala planetaria.

Il pensiero corrente è inerme di fronte a questi processi, si arrende, non prova neanche a comprenderne la portata filosofica e antropologica di questa mutazione. Manca oggi un dialogo “oltre la linea” che rifletta sul passaggio di linea, il solco uniformità/relativizzazione dei sessi.


Eppure si potrebbe reinterpretare creativamente la definizione nietzscheana di Oltreuomo, su cui si soffermò anni fa Gianni Vattimo. Si potrebbe leggere in chiave transgender la profezia di Nietzsche dell'uomo come un ponte e un transito verso il superamento dell'uomo, finora identificato nel Superuomo. La volontà di potenza modifica l'essere e libera dall'umano troppo umano. In una chiave non dissimile si potrebbe leggere il prometeismo di Marx e di Engels, l'umanità che prende in mano la sua sorte e la modifica, subordina l'essere al mutamento, la natura alla produzione, fino al gradino estremo della produzione di sé.


L'uguaglianza si evolve in uniformità (unisex) e la libertà in autodeterminazione (decido io chi sono e il mio sesso). Ma anche il capitalismo si potrebbe leggere in questa chiave. Una conseguenza possibile, non dico un'evoluzione necessaria. Il transgender sarebbe il prodotto supremo del processo di manipolazione della natura: l'uomo geneticamente modificato. Secondo questa ideologia, libertà vuol dire autodeterminazione totale, anche in ordine alla natura, al sesso e al destino. Il corollario di questa ideologia è che il transessuale non decide della tua vita e non dispone dei tuoi valori; tu vivi come vuoi ma lascia che anche gli altri vivano come vogliono. Questa ideologia – virale, permissiva e conformista - si è fatta Spirito del Tempo.

Chi non si adegua è out.

La spiegazione di fondo di questa rivoluzione non mi pare riconducibile al Complotto degli uni o al Progetto degli altri. Ma a qualcosa che mette in circolo e collega processi, volontà, leggi, ideologie, chirurgie. Una reazione a catena, un processo automatico. La tecnica si serve dei suoi agenti anche se essi credono di servirsi di lei. E decide sulla vita, decreta il mutamento, interrompe una vita con le tecniche abortive o l'eutanasia, o viceversa la sua prosecuzione artificiale o la sua mutazione sessuale. Alla fine resta il dominio della tecnica sulla vita, cioè dei suoi esiti e dei suoi meccanismi sulla sfera biologica e genetica, sulla natura e sulla cultura. Le procedure e i trend vincono sugli scopi e le intenzioni.


L'uomo si modifica e si nientifica, è la tecnica a determinarlo. E sarà la tecnica a ridurre la popolazione esercitando il controllo demografico, anche senza sterminio, ma evolvendoci “verso un modello unico - come auspicava Umberto Veronesi - dove gli organi della riproduzione si atrofizzano” e il sesso si separa dalla procreazione.


Persi il padre e la madre, verranno i figli della Tecnica, mutanti secondo le facoltà di cui dispone la tecnica. Essendo uomo, nato da uomini, sono dalla parte dell'umano rispetto al trans, nato dalla tecnica travestita da liberazione. Il transumano non riguarda la mia umanità.


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