Io, confesso… PARTE 1

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PARTE 1

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Perdonate questa improvvisata, ignorata persino dai miei amici che a Papalepapale generosamente collaborano: giorno di santo Francesco, giorno di apertura del Sinodo forse della discordia, forse della speranza, può darsi del non ritorno… prima che tutto sia fatto nuovo.


Ma non dagli uomini, bensì dal Cielo.


BEN RITROVATI


In questo sentore di rovina imminente, di cedimento di tutte le dighe imminente, di tutto perduto imminente, mentre incrementa la tentazione dell’autodemolizione e della resa incondizionata, aumenta anche la resistenza, che si nutre di speranze non solo umane.


Infati chissà perché in questo panorama caotico e plumbeo, mentre monta la tempesta, all’orizzonte abbiamo come la sensazione di intravedere lo stagliarsi sereno di due figure, un uomo e una donna. Gesù e Maria. Le membra  della Chiesa. La Chiesa è là, in quell’orizzonte: portata al sicuro, ai loro piedi, dagli angeli. Gli uomini non riusciranno che a distruggere un involucro di mattoni, sul quale si sono avventati come ossessi dallo spirito del mondo. Perché l’antica Chiesa, a momento opportuno, sarà riportata, ripristinata e restaurata direttamente dagli angeli, laddove era prima. Com’era prima, meglio di prima forse.


Sono momenti di prova, terribile quanto volete, ma anche di attesa. Mi capita di pensare spesso, ultimamente, a quella parabola. La barchetta di Pietro che già non era riuscita a pescare niente è sballottata da una tempesta, si teme il peggio. Gesù è a bordo, ma è come non ci fosse, in tutto quel macello egli dorme. In realtà fa finta. Infatti, quando tutti in preda al panico lo invocano, egli apre gli occhi, ed è calmo, e dice, mentre immaginiamo il suo sguardo ironico: “Uomini di poca fede!”, ma come, avete me a bordo e ci avete paura di affondare per una tromba d’aria? Io ho camminato persino sulle acque! E poi quelle parole eterne, che in metafora fanno di quella barchetta la Chiesa universale: «Non temere, piccolo gregge!».


Benritrovati!


MI SONO PERDUTO E RITROVATO: RIECCOMI


Rieccomi qui, dopo questo lungo periodo che non è stato solo di “vacanza”, come qualcuno crede, ma anche di riflessione. E non solo di riflessione, a dirla tutta, ma di inabissamento, smarrimento, di dolore, di grave perdita, di discesa agli inferi, periodo forse tra i peggiori della mia vita, nel quale sono stato sbattuto, trafitto, straziato, ridotto in mille pezzi, annullato. Ma è stato quello anche il momento della lenta e faticosa catarsi, della rigenerazione, tappa dopo tappa, nella quale, precipitato giù all’ultimo gradino dell’umanità, a livello degli iloti, toccato il fondo, non mi restava che risalire, un gradino dopo l’altro. Con una voglia nuova di farlo, smanioso di “luce” come mai lo ero stato stimando che nella penombra stessi meglio. Ma quando hai visto il buio assoluto, non riesci ad agognare altro che la luce piena, come fosse il tuo stesso respiro, per respirare.


Sono ancora intento a risalire, gradino dopo gradino, da quella caduta laggiù nel buio. Mentre benedico, e bacio, quella provvidenziale Mano Invisibile che atterra e suscita che affanna e consola, che mi ci ha buttato, per salvarmi, di poi porgendosi per aiutare a rialzarmi e risalire. Col mio consenso.


Ritorno qui un po’ cambiato, e molto ancora voglio cambiare. Spero ci siate ancora tutti.


Oh certo sì, avrei tante cose da dirvi, ma come si fa? Posso prendere soltanto un tassello di questo grande mosaico che è una mistura di quotidiano e di eterno, e farvelo vedere, per capirne qualcosa.


Il sinodo. Il papa. La Chiesa. I tempi. Il mondo. La profezia. Tanta roba. Come si fa?


UN RACCONTINO


Ho scoperto ultimamente quanto avevo represso per anni, reputando di dovermene vergognare. La mia vena di narratore. Ho quasi portato a termine il mio primo racconto, del quale prima o poi vi dirò; nel frattempo ho abbozzato anche diversi altri progetti narrativi. In uno di questi, c’è un cammeo che forse non farà mai parte di alcuna storia, infine.


È questo. (non è obbligatorio leggerlo: potete saltare al paragrafo successivo senza nulla perdere).


Un giorno di un secolo passato, quando non c’erano i media, un vecchio maestro elementare che non si era mai spostato dalla sua provincia, sapendo che un suo alunno diventato seminarista andrà a Roma, gli raccomanda il suo ultimo desiderio: «Quando sarai a Roma, vai alla Cappella Sistina e guarda bene ogni dettaglio: poi raccontami com’è, quando torni, voglio sapere tutto: per tutta la vita ho desiderato di vederla».


Il seminarista mantiene fede alla promessa e ci va, passa un’intera giornata a osservare e catalogare ogni particolare della Cappella. All’ora della chiusura, non aveva ancora finito di annotare. E aveva riempito l’intero quaderno di appunti. Pensando alla struggente attesa del suo antico maestro, si commuoveva, e preoccupato si domandava “come farò a raccontargli tutto?, a ricordare ogni cosa? E soprattutto: come trovare le parole giuste a rendere l’idea di tanta bellezza persino nel raffigurare le cose tremende?”.


E venne il giorno del ritorno. Bussò alla porta del vecchio maestro, che prontamente gli aprì. E non aspettò nemmeno i convenevoli, perché subito gli domandò:


«Allora, com’era la Cappella di Michelangelo? Raccontami tutto».


«Maestro, è troppo… troppo».


«Troppo?».


«Troppo di tutto: troppo bella, troppe cose ci sono».


«Oh io sono un vecchio pazzo con un desiderio, non ho altro, ho poco tempo ancora da vivere, ma se è necessario lo uso tutto per ascoltare ogni cosa: voglio i particolari».


Il seminarista era imbarazzato. «Maestro, nemmeno la mia memoria basta a contenere la Sistina, e non bastano nemmeno tutte le parole che conosco».


Un velo di delusione amara si disegnò sul volto del vecchio. Il seminarista ne provò grande afflizione. E allora cercò di rincuorarlo: «E allora ho pensato di annotare tutto qui, anche se mancano molte cose: non bastava lo spazio e il tempo». E gli porse il quaderno pieno di appunti: «La mia scrittura la conoscete bene, tanto, non faticherete a decifrarla: mi avete insegnato voi a scrivere, e a ridere dei miei errori». Glielo porse, e rimase sgomento quando il vecchio suo maestro non allungò la mano per ritirare il resoconto.


«Sono troppo vecchio, non leggo più, io volevo sapere da te che cosa hai visto», disse deluso e serio, «possibile che hai guardato tutto senza vedere niente?».


«Beh, ho visto… sono stato tanto ore a guardare, e ho visto».


«E allora raccontami: cosa hai visto?».


Il seminarista pensò a cosa davvero aveva visto tra le miriadi di cose che aveva guardato. E non gli sovvenne che un particolare, uno solo, il solo che in fondo avesse non solo guardato ma “visto”, e tutto il resto risultò superfluo, quel particolare visto e capito, diceva tutto.

«Maestro, ho visto nel centro della Cappella, laddove c’è l’altare maggiore, il gigantesco dito di Dio che tocca il dito dell’uomo steso come inanime a terra, e così gli trasmette la vita e lo anima».


Il Maestro rimase con gli occhi sbarrati, la bocca socchiusa, senza dire e chiedere nulla: come stesse contemplando egli stesso, finalmente, la Sistina. Era bastato quel dettaglio raccontato da un testimone a “trasmettere” nella sua immaginazione l’essenza di tutto.

Finalmente, ancora non del tutto ridestato dal suo incanto, il vecchio maestro parlò, o sarebbe meglio dire, balbettò qualcosa:


«Tutta questa bellezza… è insopportabile». E morì.


Ecco, questo per dirvi che… come si fa a fare il punto della situazione in poche pagine?, a trovare le parole giuste, quando sembrano persino mancare? Ed è stato così che ho deciso di raccontarvi un solo particolare, non decontestualizzato dal tutto, ma dentro il tutto.


Lasciatemi dunque raccontare del “dito di Dio” che tocca quello dell’uomo che mi è parso di contemplare in una parrocchia: secondo me, in fondo, racconta tutto il resto, facendo a meno anche dei dettagli triviali e praticamente pornografici che sono ormai il quotidiano mediatico, e purtroppo anche reale, della nostra Chiesa, a cominciare dal suo cuore politico (perché quello di carne e spirito è Cristo), il Vaticano, che ultimamente, stando ai giornali, è diventata una storiella zozza di monsignorE maritate.


In questo “particolare” che mi appresto a narrarvi, che è una testimonianza personale, a mio avviso c’è tutto. Tutto quel che conta, almeno.


IO CONFESSO A VOI, FRATELLI


Io confesso. Non ho mai negato i miei radicati convincimenti giansenisti sui sacramenti della confessione e della comunione, anche se mai li ho pubblicizzati. Ma li ho, e confesso.


Io confesso. Di essermi allontanato negli ultimi tempi dalla grazia di Dio e dalla vita cristiana. Di non essere né sentirmi in pace con Dio. Ragion per cui mi sono tenuto lontano anche dalla confessione, dalla comunione e infine ho cominciato pure ad abbandonare la messa e la preghiera.


Io confesso anche che ho avuto una “notte oscura” che non aveva niente di mistico ma che ogni tanto, appesantito dal mio stesso peccato, e dal comunque strisciante senso di colpa “calvinista” mi verrebbe da dire, in certi momenti ho implorato i cieli, e se c’era qualcuno là dietro, di alzare il sipario e mostrarmi un lembo della sua veste: perché dubitavo come Tommaso. Ho fatto l’esperienza del nulla e dello smarrimento, lo confesso. Ad un certo punto, sicché sono in grado di mentire e d’essere ipocrita non oltre un certo limite, ho smesso anche di scrivere e di “testimoniare” quanto in realtà non vivevo, non più, ammesso l’abbia mai vissuto veramente.


Io confesso anche che… certe volte pensavo alla storia umana di Gesù, e nonostante tutto quanto v’ho appena detto, quasi mi commuoveva sino alle lacrime. «Mi dispiacerebbe molto se uno come te non fosse davvero Dio, se un Dio può esserci e c’è».

Io confesso, è nelle righe, che fin qui la mia conversione è stata tutta un equivoco; o meglio: è stata un inizio, che rischia sempre di restare tale e non andare oltre. Ossia, è stata una conversione di testa, culturale, intellettuale. Ma ero ben lontano dalla conversione del cuore, quella che infine Gesù domanda. Ora mi ci sono avviato, ma ancora sono in cammino, la strada è lunga e piena di tentazioni.


Io confesso, sto confessandovi, e Dio m’è testimone, di non essere da nessun punto di vista un cattolico e men che meno un cristiano esemplare, e di non esserlo mai stato, e se qualche volta vi ho lasciato intendere il contrario, è perché vi mentivo, dissimulavo, per calcolo e vanità, per autosuggestione anche. Ho peccato reiteratamente molte volte e in molte cose: ho conosciuto, mentre vi “predicavo”, tutte le più formidabili tentazioni di Satana, e non ne sono ancora immune, nessuno lo è: la sozzura della carne, l’odio, l’ambizione, l’invidia, la calunnia…


Ciò non di meno, cerco adesso di mettermi nelle mani di Gesù e sotto il manto di Maria, e in loro confido; cerco di resistere il più possibile ai richiami sordidi. Che Dio mi perdoni. Mi perdoni del bene che non ho fatto anche se avrei potuto, del male che ho ricambiato col male, di aver consegnato una serpe a chi mi donava una colomba. Confesso a voi tutto questo, fa parte di questa catarsi che mi sono riproposto.


Sì, perché confesso anche questo, sebbene so che certi propositi benedetti richiamano l’invidia e aizzano fierissime le controffensive dell’Antico Avversario. Confesso: che mi propongo di piano piano, un passo dopo l’altro cristianizzare tutta la mia vita, col fine di poter dire, giunto al termine – spero lontano – della mia corsa “Signore, non sono più io che vivo, sei tu che vivi in me: di cosa avrò mai paura?”.


Ho iniziato, lentamente, questo cammino: dove sto imparando a pregare il rosario, a pezzi, ma ogni giorno; ho imparato a coltivare il rapporto soprannaturale con i santi che mi sono più cari; ho perdonato chi ho preso a odiare perché mi ha fatto del male; e quanti, avendomi fatto del male oppure no, per disprezzo ho calunniato e ho desiderato distruggere; sto cercando per quanto possibile di vivere con purezza; ho deciso di dedicare alcune ore della mia settimana a gente che ne ha bisogno; sto cercando di lavorare sul mio cuore e la mia vita per finalmente giungere al giorno mirabile e tremendo della confessione sacramentale di tutto e della mia riconciliazione con Dio eucarestia, certo allora di poter essere il tabernacolo mondato che possa degnamente riceverlo in sé.


Tutte cose che richiedono un impegno immenso, ma il soltanto impegnarmi mi dà serenità: eventuali vostre preghiere aiuteranno e saranno gradite, specie quelle dei consacrati. O di chi prova risentimento nei miei confronti.


SONO TORNATO A MESSA


A proposito. Sto intanto ritornando a rispettare il precetto festivo, presenziando, con uno spirito nuovo, alla divina liturgia domenicale. Non andavo a messa da tanto.


Ecco, di quest’ultimo dettaglio vorrei dirvi: è il mio personale “dito di Dio”.


Ieri sera, domenica, ho deciso di andare a messa nella parrocchia più vicina, qui a Roma, col proposito di replicare ogni domenica successiva. Ma vi dico la verità: mi pesava, pigrizia e noia preventive cercavano di dissuadermi in ogni modo. Mi spiego meglio: non era la messa in sé che mi disturbava, ma quello a cui è stata ridotta. Già sapevo cosa mi aspettava: audio a tutto volume da rompere i timpani; schitarrate; canzonacce stonate; le deliranti innumerevoli generalissime megalomani “preghiere dei fedeli” che non credi trovino in paradiso qualcuno disposto ad ascoltare senza sbadigliare e men che meno ad accondiscendere; prediche logorroiche e sconclusionate, purtroppo anche sgrammaticate opera del solito prete straniero di passaggio, mentre la gente chatta sull’IP; squallore generale; sfilza di letture lette da laici senza un minimo di espressione, dizione, devozione, a cantilena come si fa alle elementari col sussidiario tanto che alla fine non capisci e non segui più niente; gente tutta in piedi quando si fa la consacrazione a una velocità supersonica sicché s’è fatto tardi dopo mezzora di predica. Insomma, le solite robe che sapete e infastidiscono voi pure.


Mi sono detto: «Signore, io a messa ci vado, ma non credere mi diverta e ne sia particolarmente edificato, lo faccio giusto per riguardo a te, avendoti dato la parola, ma per me resta un atto penitenziale». Con questo spirito, lento pede, mi sono recato per una volta puntuale in parrocchia: a Santa Maria Goretti. Un nome una garanzia, quella parrocchia!… ‘na volta e due che c’ero stato!… attacchi di bile ogni volta.


Appena ci sono entrato, ho pensato: “Tutto è rimasto tale e quale come l’avevo lasciato mesi fa: facciamoci coraggio!”. Poi ho pensato anche: “Per una volta sono in chiesa non per occuparmi del contesto e criticarlo, ma per me stesso e per Dio”.


Dio che sembra avermi proprio ascoltato questa volta, e m’ha dato il benvenuto con quella sua solita malcelata, raffinata, un po’ tagliente ironia che gli conosco.


Inizio della messa. Ok, c’era la chitarra e una voce un po’ stridula e troppo alta che cantava. Ma in aggiunta, stavolta, c’era anche l’organo: il risultato finale non era male e un che di solenne, per la prima volta, s’è diffuso in quel disadorno tempio. La gente non è tanta come le altre volte, è di meno: c’era una partita importante. In cambio, molti sono asiatici e latinoamericani.


Il prete è spagnoleggiante, dall’italiano incerto, è giovane e barbuto, ma sembra un buon prete, molto mite.


Questo mi colpisce, ed è la seconda sensazione strana: quelle solite preghiere liturgiche dell’introito, le stesse che ormai straccamente recitiamo mnemonicamente senza rifletterle e averlo mai fatto, stavolta io – ma ho la sensazione anche tutt’intorno – le recito gustandone ogni singola parola, e mi paiono bellissime, e lo faccio con una strana, gioiosa commozione, un singulto a ogni frase quasi. E tutto ciò mi meraviglia: le sento, le vivo. Ecco, in questo senso si “partecipa” alla liturgia, mi dico. Non mi sfibrano come le altre volte: ecco, mi dico, l’ironia di Dio, forse. O forse, mi dico, è perché per la prima volta sto partecipando “con un cuore nuovo”. Molte volte, in questi ultimi tempi, avevo domandato a Dio di strapparmi il cuore “di pietra” e di trapiantarmi un “cuore nuovo”: di carne.


SINO A SPERARE CONTRO OGNI SPERANZA


Iniziano le letture dei fedeli, e ritorna l’ironia di Dio.


Prima lettura: una bella signora legge, e lo fa con una dizione perfetta, cinematografica e non mi sfugge nessuna parola, non mi distraggo. Una lettura fatta bene: un miracolo! Non finisce mica qui: un ragazzo esile si accosta all’ambone, e con le parole di Dio, inizia un canto biblico sublime. Che quasi mi ferisce dentro. Sono più attento e vivo che mai. Dio mi stava regalando momenti di bellezza, dopo essermi preventivamente lamentato dell’assenza di bellezza alla sua mensa: era il suo modo di ringraziarmi per aver accettato l’invito, da quel Dio gentile che è. E ironico.

Nel mentre, pensavo al Sinodo, a quel che si dice sui media, allo squallore che c’è fuori, agli scandali costruiti a tavolino, alla barca di Pietro sballottata grottescamente, senza rispetto sulle agenzie giornalistiche, come quel Cristo – ne vedo il suo volto, alle spalle del prete – ricoperto di ridicolo e sputi e beffe mentre il mondo lo processava avendo già deciso di condannarlo, lo vedo ridotto a una parodia di “re” con una corona di spine e un mantello rosso e buttato in pasto al pubblico ludibrio. Mentre «nessuno si è accorto che intorno a lui l’universo gli faceva infamia, e era una grande colata di sudore e amore», dirà di lui la poetessa pazza Alda Merini.


Ascolto con viva apprensione quella bella signora dalla bella dizione come mai s’era sentita dacché io ricordi. E mi pare il simbolo della chiarezza che Dio vuole stabilire in questo giorno fatale, su tale questione epocale, per la prima volta nella storia dell’uomo messa in dubbio, anzi negata con livore e saccenza: “Parola di Dio”, che ci parla ancora oggi, come agli ebrei del tempo, per bocca dei suoi oracoli, e dice:


Dopo che Dio aveva creato gli animali e lasciato all’uomo l’onere di dargli un nome, perché gli facessero compagnia, valutato che non ne ricavava grande aiuto…

Il Signore Dio disse: «Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile» (…) Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa. La si chiamerà donna perché dall’uomo è stata tolta». Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne.


Eppure queste qui sono parole che per tutta la nostra vita abbiamo sentito, ma oggi, oggi in questo tempio, in un silenzio assordante, assumono una potenza nuova, inaudita, che sgomenta, come a sentirle la prima volta. Perché Dio stesso, con poche parole, inequivocabilmente, abolisce tutte le ideologie del mondo, che, oggi, proprio oggi, stanno assaltando la sua Chiesa, penetrandola con una caparbietà subdola e spaventosa, aggredendola da fuori e soprattutto da dentro, sicché o implode o esplode. Sembrano quasi scandalose queste parole di Dio stesso, oggi, capaci di sfidare il mondo e persino di vincerlo contro ogni speranza.


“Rendiamo grazie a Dio”, veramente! Stavolta la risposta riturale alla lettura non è stata meccanica: era sentita… “ti ringrazio… grazie per averlo detto: non siamo soli!”. Speriamo contro ogni speranza.


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