Ecco perché alla fine anch'io sogno un'Italia 'Saudita'

di Rino Cammilleri29-09-2015

Ecco perché alla fine anch'io sogno un'Italia "Saudita" 


L’Arabia si chiama ufficialmente Saudita perché sia chiaro a tutti chi comanda per sempre, senza perdite di tempo e soldi in ludi cartacei (così definiva le elezioni democratiche Benito Mussolini) che rischiano di mandare al potere solo il più svelto di lingua. Talmente sono inutili che noi italiani, per esempio, ci abbiamo rinunciato dai tempi del governo Monti. Il sistema ci è piaciuto tanto che lo abbiamo replicato con Letta e una terza volta con Renzi, il quale ancora felicemente regna sui nostri destini con le sue graziose ministre. 


L’Italia, insomma, è la prova provata, al cospetto di Dio e degli uomini, che le elezioni non servono a niente e che il Duce aveva ragione. E l’Arabia pure. Infatti, i sudditi della famiglia Sau’d sono contentissimi di vivere in un luogo ricco e ben ordinato, dove nessuno sgarra e da dove nessuno emigra; anzi, in tanti ci vogliono andare e ci vanno pur sapendo che lì non ci sono sindacati e “diritti” a intralciare il Manovratore. Lì non ci sono nemmeno codici civili e penali, di procedura e amministrativi, carte del lavoro e politici divora-risorse. C’è la sharìa e basta. Basta anche nel senso che è sufficiente: con un solo libro, il Corano, si fa tutto e non si deve perdere tempo a discernere ogni volta che cosa spetti a Cesare e cosa a Dio. 


Gioacchino Belli, quando forgiò il celebre sonetto («C’era una vorta un Re che, dar Palazzo, mannò fora a li popoli st’editto: ‘Io so’ io, e voi nun zete un…»), doveva avere appena letto un reportage sulla penisola mediorientale che detiene ben due dei tre Luoghi Santi islamici (La Mecca e Medina, il terzo è –con tutto quel che ne consegue- Gerusalemme). In questo luogo felice che funziona come un orologio, non ci sono problemi da eccesso di libertà quali tossici alcolemici che investono pedoni, delinquenza micro e macro, scioperi e immigrazione selvaggia, preti che fanno gli agit-prop, cani randagi, gender scolastico, abortismo, zingari, accattonaggio molesto, tagliole ecologiche, no nuke, bestemmie… (il resto mettetecelo voi, ché io devo continuare con l’elogio). In quel posto felice dove le donne stanno al loro posto, non rompono le scatole perché vogliono fare anche loro gli imam o i muezzin, non guidano l’auto (eh, «donne al volante…») e non possono neanche uscire se non accompagnate da un uomo (perfino per il pellegrinaggio obbligatorio alla Mecca), vale il principio, opposto al nostro, che è meglio condannare un innocente che avere un colpevole a piede libero. Vale anche il principio, sacrosanto, «a casa nostra facciamo come vogliamo». 


Infatti, chi si lamenta perché da quelle parti non si può fare i cristiani e neppure i buddisti non deve fare altro che girare al largo e scegliersi altre mete. Il risultato di tutto ciò è uno Stato potente, ricco e rispettato nel mondo, e di fronte al quale tutti, perfino gli americani, si mettono sull’attenti. Uno Stato che, pur avendo un’unica risorsa (si badi: una sola), detta legge a tutti gli altri, i quali spazzolano tappeti rossi quando vedono un saudita. Il regime arabico sta benissimo non solo agli arabi, ma pure al resto del Pianeta, perché gli affari si fanno meglio con un solo interlocutore fisso che con un politico a scadenza le cui decisioni sono soggette a ratifica da parte di centinaia di litigiosi colleghi. Il regime saudita è tirannico? Non pare, visto che i sudditi sono arcicontenti e, anzi, stando ai sondaggi approvano l’Isis in larga maggioranza. Cioè, secondo loro il sistema saudita è anche troppo morbido. 


Ora, accade che i radicali italiani siano insorti all’idea che l’Arabia Saudita sia l’ospite d’onore al prossimo Salone Internazionale del Libro di Torino. È probabile che i radicali restino delusi, come sempre accade loro le rare volte che ne fanno una giusta. Sono adombrati per la condanna a morte che pesa sul capo di Alì al-Nimr per insubordinazioni commesse quando aveva solo diciassette anni. Il giovane è sciita e nipote di un eminente religioso, del pari condannato. Sorvolando sul fatto che in Iran, patria dello sciismo, forse i due non sarebbero stati trattati meglio se fossero stati wahabiti, resta il fatto che in Arabia c’è, in media, un giustiziato ogni due giorni. Li impiccano con le gru, così che anche le ultime file possano vedere. C’è anche la decapitazione con crocifissione del cadavere ed esposizione della testa, oltre alla lapidazione delle adultere e alle mille frustate per i dissenzienti telematici (a rate, sennò quello muore alla centoquattresima e lucra un immeritato sconto di pena). Qual migliore svuota-carceri? I radicali dovrebbero essere contenti. 


Dice Amnesty che i familiari del giustiziato talvolta sanno dell’esecuzione a cose fatte, magari dai giornali. E che volete che sia? Sempre meglio della Cina, che addebita loro il prezzo dei proiettili. Amnesty calcola pure che almeno metà dei condannati sono stranieri. Eh, questi sauditi: un popolo di leghisti. La Cina, per quanto riguarda il numero di esecuzioni capitali, i sauditi manco li vede. Eppure, a Obama basta che prometta di ridurre le emissioni da inquinamento. Perciò, direi di fare così: al Salone del Libro l’ospite d’onore sia la Cina, per incoraggiare il suo impegno ambientale; l’Arabia Saudita sia ospite e basta. Siamo certi che se ne farà una ragione. Se tuttavia proprio ci tiene, una sostanziosa donazione metterà tutti d’accordo. Si accettano anche barili.


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