La strage nella moschea de La Mecca l'ha voluta Allah?

di Rino Cammilleri13-09-2015 lanuovabq.it

La strage nella moschea de La Mecca l'ha voluta Allah?


Il fatalismo è strutturale alla religione islamica. Se le cose vanno bene, sia lode ad Allah; se vanno male, così ha voluto Allah. Il vantaggio psicologico di questa fede è che il musulmano non si lamenta col suo Dio. Il destino di ognuno è già scritto, perciò inutile questionare.


Anzi, cercare di interpretare il volere di Allah rasenta il blasfemo, e per certe scuole islamiche lo è del tutto. Anche il cristiano è invitato ad accettare da Dio sia il bene che il male, così come fanno gli sposi che giurano di amarsi ed essersi fedeli nella buona e nella cattiva sorte. Ma al cristiano non è affatto vietato lagnarsi col suo Dio e chiederGli la ragione di certe percosse. Anzi, è Dio stesso che a ciò lo incoraggia. Non vuole essere appellato Padre? 


Ebbene, un figlio che riceve uno schiaffo ha tutto il diritto di chiedere a suo padre perché glielo ha dato. Talvolta la spiegazione è subito comprensibile, talaltra no: spesso, solo in quinta si capisce il perché di tutte quelle aste vergate in prima elementare. Ma il Dio cristiano vuole essere amato; dunque, sa bene che non si può amare quel che non si conosce.


Chiedete, bussate: l’ha detto Lui. Non è così per il musulmano, che è “sottomesso” (muslìm) e basta. E dire che Giobbe (che protesta con Dio e ne riceve piena giustificazione) è uno degli antichi Profeti venerati dall’Islam. Boh, contenti loro. Perciò non ci aspettiamo alcuna riflessione interpretativa su quel che è accaduto l’11 settembre 2015 a La Mecca: una tempesta di vento ha fatto crollare una gru sulla Grande Moschea uccidendo una novantina di pellegrini e storpiandone più di centocinquanta. 


Si tenga presente che quella gru era lì per i lavori di ampliamento intrapresi onde permettere l’ingresso di tre milioni di persone all’ora. Sì, avete letto bene. Tre milioni. All’ora. Per forza: i musulmani nel mondo sono un miliardo e due, e tutti sono tenuti al rispetto del quinto pilastro della fede: il pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita. Almeno.


Dunque, c’è chi lo fa più volte. Sono esentati solo coloro che non possono permettersi il viaggio per motivi fisici o economici. Ma tutti devono andare in un periodo preciso: il mese lunare di Dhu al-Hijia. Da qui l’affollamento alla Grande Moschea, all’interno della quale si trova la Ka’ba, l’edificio di forma cubica costruito (dicono) da Abramo e contenente la Pietra Nera che l’angelo Gabriele (quello che ha rivelato il Corano a Maometto) gli portò. L’Hajj (il pellegrinaggio obbligatorio) è soddisfatto girando in senso antiorario intorno alla Ka’ba dopo avere percorso sette volte a passo frettoloso la distanza tra Safa e Marwah. 


Si tratta di due collinette a mezzo chilometro l’una dall’altra e il rito commemora la concitazione con cui la schiava egiziana di Abramo (Ibrahim) scappò col figlio Ismaele avuto da lui. Hajer (la Agar biblica), scacciata da Sarah (la moglie di Abramo), era disperata ma l’angelo Gabriele la consolò profetizzandole il grande destino di suo figlio (da cui sostengono di discendere i musulmani). Il pellegrinaggio, nel quale si indossano solo due lenzuoli bianchi, si conclude con Id al-Adha, la gran festa del sacrificio degli animali, e il taglio dei capelli. 


Detto questo, torniamo alla recente disgrazia. In effetti, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, i novanta morti dovuti al crollo della gru sono pochi, perché la mattanza poteva essere ben peggiore. Ma a noi interessa il fatto curioso che ciò sia avvenuto l’11 settembre, non prima né dopo. Quattordici anni fa (e quattordici è la somma di due volte sette, numero simbolico pure per i musulmani) le folgori di Al-Qaida si abbatterono sul Tempio di Mammona, il dio degli occidentali ex cristiani: le torri del World Trade Center. Cioè, il principale luogo di culto degli infedeli del Terzo Millennio.


E Osama bin Laden, ideatore dell’attentato, era un saudita. Ora una gru, invenzione occidentale, si abbatte sul principale luogo del culto islamico. Che si trova nella patria di Osama. Il parallelo finisce qui, perché riguardo al numero delle rispettive vittime non c’è paragone. A guardarla con gli occhi della fede (islamica) i novanta della Mecca sono periti mentre veneravano la Ka’ba, dunque sono in Paradiso. I tremilacinquecento di New York, invece…


Ma forse tutto non è altro che una semplice coincidenza. Già, però parlare di coincidenze è da atei razionalisti, non da credenti. Bel dilemma…


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