Tatuaggi e altri peccati

di Camillo Langone | 01 Settembre 2015 il foglio

Addirittura provo a definire il peccato, di cui sono esperto.


Leggo, sono dati dell’Istituto Superiore di Sanità, che il 17 per cento degli innumerevoli tatuati è pentito.


Alcuni, perdendoci tempo e denaro, stanno cercando di cancellare i loro errori. Altri cercheranno di farlo domani, quando, com’è inevitabile, l’inchiostro renderà più evidente la pelle cascante.


Oppure quando avranno bisogno di una risonanza magnetica (io non lo sapevo che certi tatuaggi impediscono di sottoporsi alla risonanza magnetica, figuriamoci se lo sa un ragazzo neopagano, bramoso di imbestiarsi facendosi marchiare).




La definizione?


Eccola: il peccato è la scelta di cui un giorno ci si pentirà. Non perché si sentirà la voce tonante di Dio, come Mosé sul monte Sinai, ma perché si sentirà finalmente la voce della realtà.


Quando sarai vecchia e sola sentirai il peccato di avere abortito.


Quando sarai non più tanto giovane e non più tanto idiota sentirai il peccato di esibire il nome di una donna con cui sei stato vent’anni fa mentre magari ora passeggi con la madre dei tuoi figli.


Si avvicina il Giubileo della Misericordia: si spieghi a giovani e meno giovani la necessità di avere misericordia innanzitutto verso sé stessi.


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