Se fossi un padre del sud mia figlia non la lascerei insegnare al nord

di Camillo Langone | 01 Settembre 2015 il foglio

Io se fossi un padre meridionale e avessi una figlia coinvolta nella via crucis dell'insegnamento cercherei di non farla partire per il nord. Con la forza? Con la persuasione? Non lo so.


So che cercherei di non farla partire. Io la penso come il padre (veneto) che nel romanzo di Ferdinando Camon, “La mia stirpe” (Garzanti), sta morendo e oltre che della propria si preoccupa della morte, magari lontana nel tempo e però inevitabile, del figlio, ossia il narratore:


“La sua segreta paura era di morire senza i suoi figli intorno, la sua paura per me era che io possa morire senza i miei figli intorno. Per lui, il padre che muore senza i figli intorno muore solo come un cane. Ora lui moriva, con tutti i figli intorno. Moriva da cristiano. Un giorno morirò, e intorno a me non avrò i miei figli. Morirò da cane”.


Io se fossi un padre meridionale non parlerei di deportazione, che deportazione non è siccome nessuno obbliga nessuno a fare niente, e non mi risulta che Trenitalia stia preparando i vagoni piombati, tuttavia mia figlia cercherei di non farla partire.


Specie se fosse la mia unica figlia. Forse una figlia la si poteva lasciar partire quando di figli in casa ce n’erano tre o quattro. Ma con le microfamiglie di oggi, come si fa?


Pensandola poi in una città sconosciuta e ostile, a insegnare, in cambio di uno stipendio da fame, materie inutili a somari senza speranza… Io se fossi un padre meridionale vorrei aiutare mia figlia ad aprire una startup per lo sviluppo dell'homeschooling.


Così poi quando muoio viene a tenermi la mano.


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