Donne saudite al voto. Per la guida c'Ŕ ancora tempo

di Rino Cammilleri09-09-2015 lanuovabq.it

Apprendiamo con gioia che il prossimo 12 dicembre per la prima volta nella storia le donne potranno votare in Arabia Saudita. Oh, solo nelle elezioni municipali, cosa credevate?


Certo, meglio che niente. Da quelle parti, adelante, sì, ma con juicio. Eh, sono wahhabiti, più parenti (ideologici) dell’Isis di quanto si pensi. Il wahhabismo, lo ricordiamo, è la versione dell’islam sunnita che nell’unica nazione (al mondo) che prende il nome da una famiglia (i Sa’ud) è religione ufficiale. La sola ammessa, per giunta. 


Risale alla predicazione di Abd al-Wahhab, vissuto nel Settecento. Il quale, a sua volta, si rifaceva al sapiente Ahman ibn Taymiya, morto addirittura nel Trecento. Certo, sempre meglio del VII secolo vagheggiato dall’Isis. Ma, sapete come va: se propagandi il futuro, c’è sempre qualcuno che si spinge più avanti di te; del pari, se hai nostalgia del passato, uno ancora più nostalgico non tarda a comparire. Il regno dell’Arabia Saudita ha esordito nel 1932, dopo trent’anni di conquiste espansive da parte di ‘Abd al-Aziz bin Sa’ud.


Le donne locali ci hanno dunque messo ottantatré anni a conquistare un limitato diritto di voto. Conquistare? Non facciamoci prendere la mano dai termini occidentali. Non si tratta di una conquista, ma di una benigna elargizione del sovrano Abdullah bin Abdul Aziz, che nel 2011 decise di la timida apertura. 


Visto che la concessione riguardava qualcosa che si sarebbe svolto quasi cinque dopo, ora non è azzardato supporre che si sia trattato di una misura ad experimentum. Cioè, vediamo come vi comportate nel frattempo, sennò, se vi montate la testa, si fa presto a ridurre il tutto in pristino. Le donne saudite sono state brave (nel senso di disciplinate), visto che il nuovo sovrano, Salman, succeduto nel gennaio di quest’anno al fratello, ha confermato.


Il predecessore, uomo generosissimo, aveva voluto strafare nominando una donna viceministro (in un solo ministero) e aprendo alle donne una (sola) università. Infine, volendosi rovinare, ha permesso alle donne di lavorare come commesse nei negozi di intimo femminile (prima i commessi erano tutti maschi) e nelle profumerie. Ma quanto alla patente di guida, nisba. Nel regno la conduzione delle automobili è ancora proibita alle femmine. 


Tanta ostinazione, tuttavia, fa sorgere il sospetto che non si tratti tanto di wahhabismo quanto di diffidenza. Sì, il vecchio proverbio occidentale «donne al volante, pericolo costante». Noi, certo, ci siamo evoluti e le donne ormai le mandiamo pure nello spazio. Ma, che volete, si sa quanto grande sia il fascino del passato da quelle parti. Le saudite dovranno pazientare per altri ottantatré anni, magari a quell’epoca saranno stati inventati (dai soliti occidentali) automezzi assolutamente sicuri. Certo, il wahhabismo è la forma più rigida di islam che esista (prima dell’avvento dell’Isis, s’intende), e considera “idolatria” perfino la visita alla tomba del Profeta, perciò quel che le donne hanno ottenuto da quelle parti è da salutare con salve di hurrà. 


Per il resto, pazienza. Che vogliamo farci, la sorte ha voluto che la dinastia Saud stesse seduta sul novanta per cento del petrolio del mondo, perciò tutti zitti e mosca, e vediamo di non innervosirla. Qualche anno fa il collega Stefano Lorenzetto formulò questa suggestiva riflessione: se l’Amazzonia è universalmente giudicata il “polmone verde del mondo”  e , in quanto tale, da più parti si auspica che venga dichiarata “patrimonio dell’umanità” avviando procedure perché venga sottratta al Brasile e sottoposta a controllo Onu, a maggior ragione il petrolio. Non è l’oro nero indispensabile all’intero genere umano?


Ahò, «boccaccia mia statti zitta!», diceva Sbirulino (per i più giovani: pupazzo ventriloquo animato da Raffaele Pisu nelle trasmissioni televisive del sabato sera).


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