Totalitarismi a confronto: orrori di regime, la musica non cambia

1999 MARCELLO VENEZIANI

Avrebbe mai trionfato a Hollywood un film sui gulag? 


Facile domanda dall'impossibile risposta: perché non sarebbe stato nemmeno prodotto e distribuito. Tranquilli, non voglio parlarvi anch'io di Benigni. Per sbrigare la faccenda dirò che sono stato contento dell’oscar, che il film mi è piaciuto un sacco, tenero e divertente, italiano e familista.


L’olocausto è stato filtrato con gli occhi di un italiano allegro, tenero e inpolitico e vissuto non nella dimensione tragica di un popolo ma attraverso l’universo famigliare. Un padre, una madre e un figlio. Un figlio arcitaliano, cattolico e familista, diopatriaefamiglia in versione comico-tragica. Bello. Però stucchevole la cornice retorica e ideologica con cui è stato piazzato. E un’amara conferma: gli italiani sono presi in considerazione dal mondo solo in veste di buffoni. Fo, Benigni, e i maligni aggiungono: l’Euro-Prodi…

Lasciamo gli Oscar a Hitler (tra Spielberg e Benigni) e fermiamoci sul messaggio ideologico che hanno succhiato dal film. Il povero Rutelli è stato aggredito dall’Unità e compagni per aver accennato nel suo manifesto sull’eccidio delle fosse ardeatine a “pietà e rispetto per gli sconfitti”. Si riferiva non ai carnefici ma alle vittime, come i poveri sudtirolesi uccisi in via Rasella. Ma l’hanno aggredito: nessuna pietà e rispetto per i vinti. Che bestie.

I casi della vita. In Austria trionfa la destra nazionalista con Heider: lui si definisce liberale e i media traducono con nazista. In Italia accade l’opposto: anche quelli che si definiscono comunisti vengono trattati da liberali.

Sul Messaggero, Fabio Isman si indigna che sei studenti su dieci non sanno quanti ebrei italiani sono stati deportati nei lager nazisti. Ma se è per questo nove su dieci non sanno quanti italiani sono morti nelle foibe (erano di più); anzi, non sanno cosa siano le foibe. E tanti, tantissimi ragazzi ignorano gli eventi decisivi, tragici o gloriosi del nostro passato. Più della metà ignorano chi sia Simon Wiesenthal, dice Isman: ma io mi meraviglio che poco meno della metà lo sappiano, considerando che grandi eroi del passato anche più prossimo sono ignorati dalla quasi totalità dei ragazzi. Perché la scuola e la tivù fanno solo corsi d’amnesia. Il bel programma televisivo di Arrigo Levi sulla Russia e il comunismo sta passando inosservato.

Paragoni impossibili?
La vulgata di sinistra sostiene l’imparagonabilità del comunismo con il nazismo e anche con il fascismo, la superiorità ideale e morale del primo, confinando sul piano delle deviazioni, degli errori di percorso, tutti gli orrori del comunismo. E sulla base di questo teorema, stabilisce l’impossibilità di un dialogo equo con la destra, automaticamente identificata con i figli del nazismo e del fascismo.

Dalla parte opposta, a destra, ci sarebbe da aspettarsi la reazione simmetrica: imparagonabilità del fascismo e del nazismo con il comunismo, superiorità ideale dei primi sul secondo, attribuzione degli orrori nazisti solo a incidenti di percorso. Invece questo non accade. E giustamente. Nella destra culturale come nella destra politica e tra la gente comune di centrodestra, si sostiene al contrario la comparazione tra comunismo e nazismo, il pari orrore tra gulag e lager, si rifiuta il nazismo in sé e non la sua presunta deviazione del percorso originario. Fini va ad Auschwitz per condannare un errore che non gli è mai appartenuto; mentre d’Alema, andando a Mosca o ricevendo il presidente cinese, non esprime neanche mezzo pensiero per condannare il gulag che nasceva dal comunismo in cui egli stesso aveva fino a ieri creduto.


Puro negazionismo con il silenzio-assenso dei media. La disparità è evidente; ma stranamente anziché a giocare a vantaggio della destra, la svantaggia. Questa destra è rifiutata dalla sinistra, ma è tenuta a distanza anche dai “né destri né sinistri”, i nemici degli “opposti estremismi”. Ai liberal è permesso allearsi con chi si richiama espressamente al comunismo; ai liberali non sta bene convergere con chi si richiama non già al fascismo e tantomeno al nazismo, ma solo alla destra, nuova o tradizionalista che sia. Appendice grottesca: hanno depenalizzato una serie di reati seri ma non l’apologia di fascismo. D’ora in poi sarà possibile guidare senza patente, emettere assegni a vuoto, picchiare in stato di ubriachezza, magari drogarsi; ma non cantare giovinezza. Faziosi e pure imbecilli. In più solleticano la voglia proibita di cantare l’inno al Duce.

Comparare per capire. Ora, io credo che il primo atto di onestà culturale sia quello di comparare, sì comparare, gli orrori e i totalitarismi del secolo. È un metodo corretto e storicamente fondato. Comparare non vuol dire né relativizzare, né annullare gli orrori degli uni con gli orrori degli altri, né cancellarli perché tutti in fondo hanno sbagliato, né annullare le differenze. Comparare vuol dire paragonare due eventi che non sono a caso figli dello stesso tempo e dello stesso sogno (l’uomo nuovo, l’ordine nuovo) e che hanno prodotto analoghi stermini (di classe o di razza, ideologici o etnici). E chi continua a dire che il comunismo, a differenza del nazismo nutriva però nobili intenzioni si può rispondere: 1) non è meglio essere uccisi o uccidere nel nome di “nobili intenzioni” anziché malvagie; 2) è più ipocrita sterminare l’umanità per il bene della medesima; 3) anche i nazisti avevano dal loro punto di vista “nobili intenzioni” e sognavano la pace e la felicità del loro regno millenario, liberandosi dagli sfruttatori che per loro non erano i borghesi ma gli ebrei. Hitler, ricordava il grande Jean Guitton scomparso in questi giorni, ostentava pacifismo; 4) se le nobili intenzioni hanno prodotto in paesi e tempi diversi gli stessi tragici risultati vuol dire che qualcosa nel codice genetico del comunismo li predisponeva all’orrore. E poi il comunismo è stato l’esperienza più compiutamente totalitaria del secolo perché schiacciò anche la religione, la tradizione, il mercato, che perfino il nazismo non riuscì o non volle schiacciare.

Infine, a chi dice che i milioni di morti del nazismo sono incomparabili con i milioni di morti del comunismo rispondiamo: se la valutazione è quantitativa sbagliate di grosso, perché il comunismo rispetto al nazismo ha ucciso di più, in più Paesi, in più epoche (non in guerra) e prima e dopo il nazismo stesso. Se per voi sono incomparabili qualitativamente allora siete razzisti, perché credete che la vita di un russo, di un cinese o di un istriano non valga la vita di un ebreo o un nomade.

Stesse origini perverse. Alle origini del nazismo come del comunismo c’è una frase di Feuerbach, il filosofo materialista che influenzò Marx: “al posto della divinità dobbiamo mettere la specie e la natura umana”. Quella è la radice comune di due orrori: la specie (come razza o come classe) al posto della divinità.

Ma resta soprattutto un problema di fondo: perché la destra civile, politica o culturale deve scontare questo giudizio squilibrato? Che c’entra con i carnefici del passato? Perché nel nome di Hitler (che mi ripugna al pari di Stalin) io, uomo di destra, debbo sentirmi ancora trattato nel Duemila come un cittadino, un lettore, uno scrittore, un elettore con minori diritti, un’opinione che vale di meno, un accesso più limitato? Che pena dover ancora discutere di queste ovvietà stagionate. E che pena maggiorata sapere che cadono nel vuoto.


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