Come si fa a tifare in una Serie A con il 40% di italiani?

Vittorio Feltri - Mar, 25/08/2015

Due conti in tasca al campionato di calcio appena cominciato, che di italiano ha ormai ben poco, quasi nulla


Due conti in tasca al campionato di calcio appena cominciato, che di italiano ha ormai ben poco, quasi nulla. Sono scese in campo 20 squadre di serie A.


Al fischio d'inizio, su 220 giocatori soltanto 89 - circa il 40 per cento - erano connazionali. Tutti gli altri, stranieri. In questo dato scarno, crudele e significativo, vi è la sintesi non soltanto della crisi dello sport nostrano più popolare: spicca anche l'insipienza della maggioranza di coloro che lo gestiscono, ovviamente con i piedi, cioè gente più intenta a badare ai propri interessi personali che non a quelli dei tifosi e delle società da cui percepiscono lauti compensi.

Mi riferisco a dirigenti, direttori sportivi, addetti al mercato, perfino allenatori, in pratica coloro che predispongono le cosiddette rose dei titolari. I quali da anni sono adusi a comprare calciatori all'estero, inclusi numerosi brocchi, tutti superstipendiati, il che fa pensare che certi affari non siano ispirati al desiderio di ingaggiare i migliori fichi del bigoncio, bensì a quello di spartire con i mediatori (i procuratori) ricche mazzette esentasse.

Ormai in questo Paese di coccodrilli vestiti da bravi ragazzi devi sganciare stecche sottobanco anche per ottenere una Tac entro sei mesi. Non fosse così, non si comprenderebbe per quale motivo gli organici dei club siano pieni di modesti pedatori provenienti da ogni parte del globo, che parlano lingue sconosciute ai tecnici in panchina (figuratevi che bei dialoghi tra loro), e trascurino i giovani cresciuti nella nostra Patria in declino. Il sospetto fondato è che anche il pallone sia governato da ladri matricolati avviati a distruggere la passione calcistica.

Difatti, com'è possibile affezionarsi a una formazione composta da atleti di cui ignori la storia e non riesci a imparare i nomi? Nella prima partita del torneo 2015/2016 la Fiorentina ha schierato un solo italiano su 11; idem l'Udinese e l'Inter. Il Genoa, la Roma e la Lazio, 2. Il Napoli, 3. L'Atalanta, il Palermo, il Chievo e il Verona, 4. La Sampdoria, 5. Il Torino, 6. Il Carpi e l'Empoli, 7. Il Sassuolo, 8. Il Bologna, 9. Desolante, avvilente e un po' disgustoso. Uno sport a forte contenuto campanilistico che affida la difesa dei sentimenti parrocchiali a personaggi dell'Africa o di zone remote del Sudamerica, del mondo slavo eccetera è destinato a snaturarsi e forse a sbriciolarsi.

Una squadra di calcio rappresenta una città: se viene privata della sua identità perde il senso della propria esistenza, diventa una compagnia anonima di guitti e non ce la fa a scaldare i cuori degli aficionados. Inoltre, la Nazionale, in cui giocano atleti di casa nostra, se cessa di essere alimentata dai prodotti dei vivai (il cui l'accesso in prima squadra è problematico per le ragioni sopra esposte), è fatale che si impoverisca e non riesca a imporsi a livello europeo e mondiale.

Attualmente sono rare e tutte piccole le società che si avvalgono della prestazione di calciatori italiani: il Frosinone, neopromosso, come il Carpi, il Sassuolo e l'Empoli; una minoranza esigua, insufficiente a garantire nuovi talenti da mettere a disposizione degli azzurri. Purtroppo, la globalizzazione sta azzerando non solamente l'economia basata sul settore manifatturiero, che era la nostra specialità, ma anche il football. O si reagisce o si sparisce. I nostri nipoti se ne fregano della Juve e del Milan, della Roma e dell'Inter: tifano per il Real Madrid e il Barcellona. Ci sarà un perché.


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