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FORA DILMA

pubblicato in data 20 ago 2015 eugeniobenetazzo.com

Si potrebbe dire dalle stelle alla stalle per provare a rappresentare lo scenario socioeconomico del Brasile, una nazione che tre anni fa primeggiava nella copertina dell’Economist con il titolo a caratteri cubitali “Brazil takes off” ossia il Brasile decolla, riportando la statua di Cristo Redentore erigersi nell’aria come un nuovo Super Man


. Il Brasile prima decollava, ora sprofonda letteralmente. Dopo la crescita avvenuta durante i due mandati di Lula, in cui si è foraggiato molto la spesa infrastrutturale e l’attrazione di investimenti esteri, soprattutto sul fronte immobiliare, il Brasile ora sta vivendo un periodo di recessione economica con il rischio che possa trasformarsi velocemente anche in una pesante stagnazione.


L’inflazione ha ripreso a diventare un tema economico di rilievo per la più grande economia dell’America Latina, tanto che il real brasiliano ha ripreso a svalutarsi nei confronti delle principali divise estere, passando dai tre reais per ogni unità della moneta unica europea ai quasi quattro di oggi. In questi giorni di piena pausa estiva di metà agosto stanno andando in scena manifestazioni di protesta ed accanimento nei confronti dell’attuale presidente, Dilma Roussef, al grido di “fora dilma”. La stampa nazionale italiana ne riporta telegraficamente le vicende quasi facesse spallucce alle vicende economiche del Brasile.


Sono milioni i brasiliani scesi nelle piazze di San Paolo, Rio de Janeiro e Brasilia chiedendo a gran voce le dimissioni dell’attuale presidente ed al contempo l’avvio di una procedura di impeachment ovvero il suo rinvio a giudizio in qualità di funzionario pubblico a fronte di illeciti commessi nell’esercizio delle sue funzioni.


Quali sarebbero pertanto questi illeciti o reati cui la popolazione attribuisce all’attuale presidente: prima di tutto lo scandalo legato alla corruzione che ha colpito la più grande azienda brasiliana, Petrobras, di cui Dilma Roussef ha ricoperto il ruolo di consigliere di amministrazione tra il 2003 ed il 2010. Petrobras, quotata al NYSE (New York Stock Exchange), è l’azienda petrolifera di stato che da inizio anno è sotto accusa per aver strutturato un meccanismo di occultamento di fondi neri mediante sovra fatturazioni; parte di questi fondi neri sono stati canalizzati a favore del PT il Partito dei Trabadores (Partito dei Lavoratori) di cui Dilma è presidente.


La SEC (l’organismo di vigilanza dei mercati statunitensi) sta valutando una sanzione di oltre 1.5 miliardi per corruzione nei confronti proprio della compagnia petrolifera brasiliana. Dilma è stata sempre considerata il delfino di Luiz Inacio Lula da Silva, il presidente del Brasile dal 2003 al 2010, l’uomo che ha avviato un’intenso piano di riforme strutturali volte ad accrescere lo stile di vita delle classi medie in Brasile.


Ora anche lo stesso Lula si trova in stato d’accusa per le vicende Petrobras che rientrano in seno all’indagine denominata Lava Jato (una sorta di nostre Mani Pulite) dalla quale si evince come il Partito dei Lavoratori (fondato proprio da Lula) sia il principale indagato in qualità di apportatore di interessi personali e privati di alcuni dirigenti e funzionari che avrebbero intascato fior di tangenti per favorire ed assecondare l’esito di determinati contratti con controparti petrolifere qualificate in Portogallo, Panama, Perù ed Ecuador. In Italia sappiamo tutti come l’inchiesta Mani Pulite decretò la fine di una parte politica e l’emersione di un’altra nuova che ha cavalcato le scene italiane per quasi due decenni.


Proprio come in Italia una parte della popolazione sogna che il leader di quella fazione politica venga arrestato, allo stesso modo in Brasile una parte della popolazione sogna che avvenga lo stesso per Dilma e Lula. Immaginate pertanto quanto quello che sta accadendo in Brasile in forza del suo nuovo ruolo economico attuale nel mondo possa produrre forte turbolenza in conseguenza di un cambio improvviso e tragico della sua governance nazionale. Dilma in pochi mesi ha subito una vera e propria debacle politica, passando da una percentuale di gradimento del 65% ad inizio anno (conferma del secondo mandato) ad uno sterile 10%. Per quanto la Bulgaria, suo stato d’origine dal lato paterno, l’abbia denominata la nuova Lady di Ferro, il suo futuro politico appare ormai piuttosto compromesso


Le vicende brasiliane legate allo scandalo Petrobras diventano un ulteriore focolaio di tensione socioeconomica nel mondo, ora in Sud America, oltre alla situazione critica del Venezuela abbiamo anche quella brasiliana. Questo paese purtroppo per quanto negli anni prima sia stato osannato e sbandierato come una nuova terra promessa per gli investimenti esteri e le possibili delocalizzazioni si appresta a vivere la seconda metà di questo decennio in un contesto economico tutt’altro che confortante. La crisi petrolifera mondiale (eccesso di offerta e contrazione consistente della domanda) ha impattato pesantemente su tutta l’economia brasiliana, in aggiunta al contributo (negativo) che hanno colpito anche le esportazioni di commodity (tutte ai minimi di prezzo degli ultimi otto anni).


Una nazione il cui modello economico rimane fortemente concentrato sull’esportazione di risorse tangibili dimostra tutta la sua debolezza nel momento in cui gli altri paesi partners commerciali arrancano o si arrestano. Al momento abbiamo la Cina in costante affanno per la crisi interna del credito facile e della bolla immobiliare, crisi che per adesso sembrano essere sotto controllo (almeno stando alla nomenclatura cinese). Qualora in Cina si verificassero crash finanziari simili a quelli americani che abbiamo visto nel biennio 2007-2008 allora paesi come il Brasile tornerebbero indietro di vent’anni nel giro di pochi mesi.


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